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Dm. Kuz’min, Chorošo byt’ živym, Novoe Literaturnoe Obozrenie, Moskva 2008 (Massimo Maurizio), pp. 401-403
La lunga attesa è stata premiata. La pubblicazione di Chorošo byt’ živym [È bello essere vivo] ha la portata di un avvenimento nel panorama della letteratura contemporanea russa, di cui Dmitrij Kuz’min è una delle figure di spicco: oltre a essere organizzatore di buona parte della vita letteraria della capitale, con la sua casa editrice Argo-Risk ha pubblicato negli ultimi 15 anni più di 250 libri di autori contemporanei. Gli “addetti ai lavori”, ma non solo, erano al corrente dell’attività di poeta di Kuz’min, sebbene la sua produzione, pubblicata prevalentemente su antologie, fosse piuttosto difficile da rinvenire. Lui stesso, nella nota Vmesto predislovija [Al posto dell’introduzione], ammette di non avere mai voluto pubblicare le proprie opere in volume perché “come editore di molte figure di spicco della poesia russa contemporanea sarebbe stato troppo facile per me sfruttare la fiducia guadagnata con questa attività” (p. 5). Sia come sia, Chorošo byt’ živym colma una lacuna evidente nella letteratura contemporanea.
Il volume si apre con frammenti tratti da quattro interviste fatte all’autore in tempi diversi e raccoglie le liriche scritte nell’arco di quindici anni; questo è qualcosa di più di un semplice libro di poesia, è un modo per tirare le somme di un decennio e mezzo di attività letteraria. Ma Chorošo byt’ živym va oltre: più di 100 delle 300 pagine che lo compongono sono occupate da traduzioni di Kuz’min, cosa che porta a pensare che l’autore consideri le proprie traduzioni alla pari dell’attività poetica originale. Il volume diventa quindi un collage, una costruzione polifonica, a cui prendono parte i poeti americani e ucraini tradotti. Ad ogni sezione di liriche originali ne segue una di traduzioni, raccolte per blocchi tematici: il primo è quello dedicato a Charles Reznikoff, il poeta che più di altri ha influenzato la poesia di Kuz’min, a cui segue uno intitolato Čto segodnja pišut po-anglijski [Che cosa scrivono oggi in inglese], poi Lesbigay writing e Nemnogo poetičeskoj klassiki [Un po’ di classici in poesia], che raccoglie traduzioni di testi di T.E. Hulme, W.H. Auden, W. Stevens, E.E. Cummings, J. Ashbery, R. Creeley e C. Simic. Le ultime due sezioni sono dedicate alla poesia ucraina contemporanea (Ju. Tarnavskij, V. Machno, S. Žadan, O. Slivinskij, O. Romanenko, A. Uškalov, O. Kocarev, A. Antonjuk), alla poesia haiku e alle miniature poetiche in lingua inglese.
Come nelle sezioni dedicate alle traduzioni, anche in quelle composte da liriche originali si nota una rigida suddivisione per blocchi tematici con poesie che spaziano dall’argomento urbano ai compagni di viaggio casuali incontrati in metro, a liriche di argomento amoroso ed erotico, a quelle dedicate ad altri poeti, miniature e a haiku originali di Kuz’min. L’ultima sezione è quella in cui sono raccolte poesie in cui si affronta il tema civile e politico. Chiudono il volume le note dell’autore, tanto sulle proprie poesie, quanto anche e soprattutto sulle traduzioni.
Per Kuz’min la poesia è essenzialmente autobiografismo, sebbene, come rivela lui stesso in una delle interviste che aprono il libro, alcuni particolari della realtà vengano modificati per ottenere immagini più nuove e interessanti. Quello che emerge dalla lettura di queste liriche è una visione della realtà soggettiva, ma a tutto tondo. La poesia è per Kuz’min “produzione di significati” (p. 35) ottenuta con la maggior laconicità possibile: “La poesia / dev’essere, e il Signore mi perdoni, / brutta. / Dolorosa. / Con il petto non sviluppato di un bambino // Preferibilmente / con un neo sulla scapola sinistra” (p. 266).
L’accumulazione di sensi intorno alle parole rende poetici i ricordi e la lingua con cui se ne parla. I quadretti presentati indugiano su scene di vita quotidiana, su amori e flirt in bar notturni, su trasmissioni televisive che rivelano la noia del vivere, di un vivere che in Kuz’min offre però sempre una via di scampo, un’alternativa, la possibilità di un attimo di calore trovato fra le braccia dell’amato o in una tazza di cioccolata, tra le luci accecanti della Mosca notturna, resa esclusiva da un incontro casuale che scaccia la solitudine.
Il centro della lirica di Kuz’min è quindi l’individuo, osservato nelle sue molteplici ipostasi, ma sempre attraverso la capacità dell’autore di cogliere sfumature e dettagli che danno il senso al quadro nella sua interezza. Riflettendo sulla propria opera in una delle interviste con cui si apre il libro, l’autore sembra riprendere le parole “attimo, fermati, sei così bello!” di Faust:
ho capito che la cosa più importante per me, non come curatore o esperto di poesia, ma come persona, lettore, e di conseguenza come poeta, la cosa più importante, dunque, è fermare un istante dell’esistenza umana, di un’esistenza assolutamente individuale. Per questa ragione nei miei versi tento di trattenere quei momenti che mi sembrano maggiormente espressivi e irripetibili. Non a caso uno dei temi che ritornano con più insistenza nella mia poesia è quello di persone che vedo casualmente nella metro: in un certo senso ognuna di esse è un istante, fermato e materializzato, della mia vita, perché ci siamo incontrati per un momento e non ci vedremo mai più (p. 20).
Un’altra tematica molto importante in Chorošo byt’ živym è quella dell’amore omosessuale. La maggior parte delle liriche di Kuz’min dedicate a questo topos, sebbene chiaramente autobiografiche e ispirate da figure concrete, costituiscono le tessere di un mosaico che risulta essere la tematica omosessuale nel suo complesso. Non a caso due blocchi di poesie originali e uno di traduzioni, una parte cospicua, quindi, delle liriche che compongono questo volume, risulta essere emanazione delle “emozioni di carattere lirico-erotico, suscitate da figure più o meno casuali” (p. 311) e “lirica amorosa nell’accezione più comune questa parola, dedicata a una persona concreta che mi è vicina. I personaggi-destinatari sono relativamente tanti, ma non perché io sia portato a frequenti cambi della guardia, ma perché credo nella capacità dell’uomo di amare sinceramente molte persone, ognuna in maniera differente” (p. 316).
Il tema dell’amore omosessuale ha un significato che necessariamente travalica quello di esperienza personale, soprattutto in un paese come la Russia, dove la libertà di un rapporto alla luce del sole per le minoranze sessuali è fortemente osteggiata, prima di tutto dalla società “civile”.
La maggior parte delle liriche di Chorošo byt’ živym sono scritte in versi liberi, sebbene ce ne siano anche altre rimate. Per Kuz’min il verso libero ha una sua musicalità precipua che si rinnova in ogni nuova poesia; in questo senso lo scrivere senza una metrica definita non è il tentativo di sfuggire alla resistenza del materiale poetico, ma, al contrario, di ricercare la musicalità perfetta, intrinseca alla parola in quanto tale, avulsa da qualsiasi legame con un determinato metro o una determinata cadenza. In effetti molte delle poesie di Kuz’min presentano un andamento molto caratteristico, nelle quali la pausa riveste un ruolo di primo piano. Normalmente la lettura della poesia avviene con una velocità di circa due volte e mezzo inferiore rispetto a quanto avvenga per la prosa, in virtù delle pause che involontariamente si osservano alla fine del verso; le liriche di Chorošo byt’ živym fanno risaltare le pause in maniera assolutamente originale, non necessariamente alla fine del verso; se nel verso libero contemporaneo esse sono talvolta messe in evidenza da spazi maggiori rispetto a quelli che dividono le parole, come avviene per esempio nella produzione di S. L’vovskij, nell’opera di Kuz’min queste sospensioni vengono da sé, senza bisogno di essere indicate. I suoi testi spingono a una lettura riflessiva, evocativa, suscitando al tempo stesso immagini estremamente precise, quasi fotografiche.
Questa poesia nasce da quell’equilibrio che si raggiunge quando si è in grado di vedere sfumature di tinte forti nel grigiore della vita quotidiana. In fondo anche questa è un’esperienza di traduzione, della traduzione dei sospiri e dei desideri in quelle parole in cui essi vorrebbero vivere. Almeno per un poco.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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