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Vizual’noe (kak) nasilie. Sbornik naučnych trudov, a cura di A. Ousmanova, Egu, Vil’njus 2007 (Massimo Maurizio), pp. 399-401
Il titolo di questa raccolta di articoli può essere tradotto in italiano in due modi: “la violenza visuale” o “il visuale come violenza”, a seconda che si consideri o meno la parola tra parentesi; questo fatto testimonia la molteplicità degli approcci al tema attorno al quale si snodano i diversi articoli di questo volume, che è il frutto di un seminario, tenutosi alla European umanities university di Vilnius tra il 2000 e il 2001.
La pubblicazione si apre con l’articolo di Ousmanova Nasilie kak kul’turnaja metafora: vmesto vvedenija [La violenza come metafora culturale: al posto dell’introduzione], che, come afferma la curatrice stessa in una nota, “è stato proposto ai partecipanti del seminario in qualità di riflessione introduttiva alla questione [della violenza nella sfera visuale]” (p. 5). La violenza come “metafora culturale” è definita da “modi e forme con l’aiuto dei quali la cultura recepisce, valuta e, in un secondo tempo, legittima la violenza (fisica, prima di tutto), generando discorsi e generi artistici specifici, creando tecniche particolari di rappresentazione e realizzando con ciò un meccanismo che permette il passaggio dalla sfera reale a quella simbolica” (p. 11). I vari modi con cui vengono realizzate le forme di violenza prendono necessariamente origine dall’esperienza individuale, ma anche da opere artistiche e cinematografiche che di volta in volta suggeriscono scene di violenza come oggetto artistico di pertinenza dei fruitori di un’opera artistica, rendendo quindi la violenza di dominio comune, spersonalizzandola e privandola dei suoi connotati tragici. Proprio da queste premesse partono i sedici articoli che compongono il libro, suddiviso in cinque sezioni. Della prima, Nasilie kak vizual’naja reprezentacija [La violenza come rappresentazione visuale] fanno parte tre contributi; in quello di Benjamin Cope, Visual’noe i nasilie: dvižuščiesja kartinki [La visualità e la violenza: quadretti in movimento] si definisce il senso del movimento e delle sue rappresentazioni nell’arte figurativa in generale, e la necessità della violenza come elemento teso a dare movimento al film. Vengono analizzati in particolare lavori degli ultimi 30 anni, di registi come Claudel o Kieślowski. Gli altri due articoli sono Kinematografičnost’ užasa kak simptom moderna [La cinematografia dell’orrore come sintomo della modernità] di Andrej Gornych e Konstruirovanie nasilija: važnost’ vizual’nogo komponenta [La costruzione della violenza: l’importanza della componente visuale] di Petr Denisko, che tratta, sull’esempio di film concreti, come The believer, del compiacimento del regista nel mostrare la violenza, che viene però comunicata in maniera velata e parziale. È lo spettatore che ricostruisce le scene in maniera autonoma, fatto questo che paradossalmente determina un’incisività della violenza ancora maggiore.
La seconda sezione, Refleksivnyj medium: nasilie kak effekt kinopovestvovanija [Il medium riflessivo: la violenza come effetto del racconto cinematografico] si apre con il lavoro di Elena Tolstik Repressivnyj konstrukt garmoničnosti [Il costrutto repressivo dell’armonicità], che analizza dettagliatamente il film Strogij junoša [Un giovane severo, 1935] di M. Room, del quale la studiosa mette in luce la componente erotica, e in relazione al quale propone una riflessione sulle misure censorie adottate da parte del potere staliniano. Continuano la sezione gli articoli Samorefleksija media v fil’mach užasa 1990-ch godov [L’autoriflessione dei media nei film dell’orrore degli anni Novanta] di Ol’ga Romanova e Glaz i vojna. Technologija nasilija v sovremennom amerikanskom kinematografe [L’occhio e la guerra. Tecnologia della violenza nel cinema americano contemporaneo] di Aleksandr Sarna, che analizza il modo in cui “la rappresentazione della violenza nel cinema si evolve e diventa parte della tradizione dell’ottimismo americano” (p. 145) sull’esempio dei film Salvate il soldato Ryan e La sottile linea rossa. Conclude la sezione Erik Tangerstad con Nasilie – pokazannoe i uvidennoe (na primere fil’mov Milčo Mančevskogo “Pered doždem” i “Prach”) [La violenza è ciò che viene mostrato e visto. L’esempio dei film di Milčo Mančevskij Prima della pioggia e Ceneri].
La terza sezione, Pornografičeskoe imago: videnie, vlast’, sub’’ekt [L’imago pornografica: la visione, il potere, il soggetto], presenta il contributo di Audrone Žukauskaite Vzgljad – (v) moe želanie [Lo sguardo è nel/il mio desiderio], in cui viene analizzata la concezione secondo cui “la donna usurpa lo spazio di ciò che può essere visto e ricopre il ruolo dell’esibizionista. La donna recita l’immagine visuale che si ha di lei” (p. 214), mentre all’uomo è delegato il ruolo di motore dell’azione. La studiosa analizza e mette in discussione questo schema sull’esempio della rappresentazione teatrale dell’Otello di Nekrošius e del film In the mood for love di Wong Kar-Wai, indicando i punti di “violenza oscura” costitutivi di entrambe le opere. La sezione continua con i contributi di Anastasija Deniščik Nasilie kak aksioma: real’noe i voobražaemoe pornografii [La violenza come assioma: il reale e la fantasia della pornografia] e di Jeffrey Alan Smith “Woman tied up in knots”: bondaž, sadomazochizm i seksual’nost’ v japonskoj risovannoj pornografii (komiksy i animacija) [Woman tied up in knots: bondage, sadomasochismo e sessualità nella pornografia giapponese a disegni. Fumetti e animazione], in cui viene proposta la teoria secondo la quale un film (nello specifico il film d’animazione Angel of darkness) può essere considerato pornografico “non soltanto perché mostra scene di sesso nei dettagli, ma anche perché utilizza una specifica retorica del corpo, dei modi di narrare, dei costumi, delle pose, l’interazione di soggetti sessuali attivi a passivi, e ruoli e immagini idealizzate di uomini e donne” (p. 246).
La quarta sezione, Po tu storonu principa udovol’stvija: telo v sovremennoj vizual’noj kul’ture [L’altra faccia del principio del piacere: il corpo nella cultura visuale moderna], si apre con l’articolo di Margarita Jankauskaite Temnyj kontinent materinstva: otčuždennost’, otvraščenie, bol’ [Il continente oscuro della maternità: estraneità, disgusto, dolore], in cui la maternità viene indagata come fenomeno artistico, in particolare nella fotografia, mettendo in rilievo la componente sessista e maschilista che spesso l’accompagna. Segue quindi lo studio di Ekaterina Glod Oppozicija jazyk-telo v fil’me Pitera Grinueja ‘Zapiski u izgolov’ja’ [L’opposizione lingua-corpo nel film di Peter Greenway I racconti del cuscino] e di Ol’ga Gapeeva Fenomen šramirovanija i ego reprezentacija v iskusstve kak osobye intimnye otnošenija s telom [Il fenomeno delle incisioni sulla pelle e la loro rappresentazione in arte intesa come relazione particolarmente intima con il proprio corpo]. Qui viene esaminato il fenomeno di coloro che si procurano tagli sulla pelle, visti come reazione al mondo “‘giusto’ e bello”, che produce “un culto del brutto e dell’orribile come una sorta di opposizione all’establishment” (p. 289). Questo gesto è visto come l’espressione massima della libertà d’azione su ciò che di più personale ha l’individuo: il proprio corpo. La studiosa trae esempi di questo fenomeno dal film Dentro la mia pelle di Marina de Van e descrive le estreme conseguenze di questa tendenza nelle performance di artisti contemporanei, alfieri della body-art, come Marina Abramovič o Rudolf Schwarzkogler, che, portando all’eccesso questo fenomeno, giunse ad amputarsi alcune parti del corpo, fino a morire durante una performance.
L’ultima sezione, (Sjur)real’nye vojny v obščestve spektaklja [Guerre (sur)reali nella società della spettacolarità], comprende i contributi Nacionalizm kak tovar: prodavaja 9/11 [Il nazionalismo come merce: l’11 settembre in vendita] di Dana Cheller e Katastrofa kak zrelišče: reprezentacija sobytij 11 sentjabrja v diskurse telenovostej [La catastrofe come spettacolo: la rappresentazione degli avvenimenti dell’11 settembre nel discorso dei telegiornali] di Aleksandr Sarna. Questi studi analizzano il potenziale commerciale della tragedia delle torri gemelle e la rappresentazione mascolina che l’America Ha proposto di sé, letta anche e soprattutto attraverso la mercificazione dell’attacco ai simboli di New York (magliette e cappellini che ricordavano l’avvenimento) e le trasmissioni televisive dedicate all’argomento. Chiude la raccolta l’articolo di Lena Kazakova Priroždennye ubijcy s čelovečeskim licom [Natural born killers con il volto umano].
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Rivista di culture dei paesi slavi
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