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Z odmiennej perspektywy. Studia queer w Polsce, a cura di M. Baer – M. Lizurej, Oficyna Wydawnicza Arboretum, Wrocław 2007 (Anna Mach, traduzione di Alessandro Amenta), pp. 372-374
Questo volume è una raccolta di contributi presentati originariamente agli incontri del circolo scientifico studentesco Nic Tak Samo, attivo presso l’università di Wrocław dal 2001. Le curatrici del volume, Monika Baer e Marzena Lizurej, aprono il volume con un’introduzione sulla storia degli studi gay e lesbici e sulla loro evoluzione in direzione queer. Richiamandosi ai testi principali dell’ambito degli studi e della teoria queer, tracciano un breve excursus del movimento LGBT polacco e degli avvenimenti a esso connessi. L’aspetto più interessante è che le curatrici affrontano anche le difficoltà derivanti sia dalla posizione spesso addirittura contrapposta tra la teoria e la pratica/politica queer, sia dal confronto tra gli studi gay e lesbici tradizionalmente intesi, che ancora hanno i loro seguaci nelle università, con le ricerche attuate da una prospettiva queer, critiche verso l’approccio essenzialistico all’identità di genere e sessuale degli studi gay e lesbici.
Le autrici dell’introduzione definiscono il queer come una politica radicale della differenza e sottolineano, seguendo Corber e Valocchi, l’importanza della rivoluzione avvenuta nel modo di intendere la sessualità, che dal momento della pubblicazione della Storia della sessualità di Foucault viene trattata come uno specifico effetto discorsivo risultante da un intreccio tra potere e sapere. Al tempo stesso, Baer e Lizurej, citando una corposa letteratura scientifica sull’argomento ma quasi in opposizione a quello che ne deriva, affermano di trattare gli studi queer come “un termine cappello, in cui c’è posto tanto per la trasgressione e la ribellione, [...] per la destabilizzazione della matrice eterosessuale, quanto per le identità trattate in modo maggiormente essenzialistico che, anche se sono un costrutto culturale, costituiscono per i singoli individui un aspetto importare del loro essere (individualmente e collettivamente) al mondo” (p. 24). È forse per questo motivo che nel libro, il cui sottotitolo promette una pubblicazione seria dall’approccio ambizioso e innovativo, troviamo alcuni articoli che si allontanano decisamente – non solo dal punto di vista tematico o disciplinare, ma soprattutto metodologico – dai presupposti di quello che la maggioranza degli studiosi in Polonia e nel mondo intende per studi queer. In questo modo le curatrici hanno mantenuto una molteplicità di voci e di sguardi con una pubblicazione che sicuramente interesserà lettori che hanno un diverso approccio alle questioni affrontate, eppure la scelta dei contributi non può non suscitare numerose perplessità.
Oltre all’introduzione delle curatrici, brillante per i contenuti e particolarmente ricca di riferimenti bibliografici, nel volume troviamo tredici articoli. Alcuni sono saggi chiaramente radicati nel discorso post-foucaultiano, e soprattutto post-butleriano, come quello di Jacek Kochanowski sulla politica queer o quello di Lena Magnone che presenta le modalità con cui la teoria queer può sfruttare la psicoanalisi di Jacques Lacan. L’autrice dell’articolo Rewolucja psychotyków, czyli co zostało z Lacana w queer theory? [La rivoluzione degli psicotici, ovvero che cosa è rimasto di Lacan nella teoria queer?] sottolinea il peso della riflessione sulla violenza dell’ordine simbolico nella teoria e nella pratica queer, indicando la possibilità di ritrovare un potenziale sovversivo “oltre il principio fallico”. Homo-obywatel maszeruje [L’omo-cittadino marcia] di Anna Gruszczyńska e l’articolo di Patrycja Pagodzińska sulle norme contro la discriminazione nel sistema giuridico polacco e dell’Unione europea riguardano una tematica analoga, anche se non approfondiscono un approccio anti-essenzialistico. Di contro, negli articoli contenuti nella parte finale del volume, dedicati all’analisi di testi culturali, il punto di riferimento principale è costituito dalla tradizione dell’ironia, del gioco e soprattutto del camp, che nei lavori teorici di Judith Butler si è sviluppata nel concetto di performatività di genere e di recita sovversiva dell’identità. Nel saggio dedicato alla poesia lesbica (e soprattutto a Madame Intuita di Izabela Filipiak) Błażej Warkocki si concentra sulla strategia camp della citazione e del ribaltamento del modello androcentrico, tanto poetico quanto sessuale. Bartłomiej Lis, analizzando alcune puntate del seriale televisivo Little Britain, mostra la possibilità di un uso sovversivo dello stereotipo omofobico, radicato nella cultura popolare, del gay come semi-uomo: effeminato, vestito in maniera eccentrica, sessualmente scandaloso, isterico.
Purtroppo non tutti i testi del volume sembrano altrettanto validi, e la presenza di alcuni può persino suscitare stupore. In O braku poradnictwa dla lesbijek w Polsce [Sulla mancanza di una consulenza per lesbiche in Polonia] Alina Łysak illustra il problema al quale accenna nel titolo attraverso lo schema, da lei stessa costruito, della biografia della lesbica polacca. Creata soprattutto per supportare le tesi dell’autrice, questa “lesbica virtuale” o soffre a causa della solitudine o è alla ricerca di una partner. Se alla fine riesce a trovare “quella giusta”, non può comunque raggiungere una vera felicità, perché la coppia non può concepire un figlio. Nel frattempo l’attendono altre spiacevoli sorprese, ad esempio quando questa “lesbica virtuale” cade nella rete insidiosa della “parrocchia”, come la chiamano i suoi stessi membri, ossia una comunità di persone dalla sessualità non normativa. Łysak definisce la “parrocchia” come “un ambiente chiuso di omosessuali solitamente concentrato intorno a un qualche locale” (p. 175), cosa che suggerisce indiscutibilmente un giudizio negativo. Lo stesso linguaggio di questa affermazione, che pone l’accento su una “sessualità dissoluta” e su uno stile di vita basato sul divertimento, ha un’origine chiaramente omofobica. L’entrare in contatto con una “parrocchia” così definita non costituisce per la nostra lesbica l’happy end di una battaglia per l’identità (sic!) e la soluzione al problema (sic!) di una solitudine permanente. Come afferma Łysak, infatti, “le persone legate alla ‘parrocchia’ hanno spesso la tendenza ad avere legami brevi, a ‘cacciare una preda’ per una notte, a cambiare spesso partner”, e per questo la sua “eroina positiva” può rimanerne ferita quando – inconsapevole delle conseguenze e affamata d’amore – “accetta un trattamento simile” (p. 175). L’intero ragionamento di Łysak è basato su presupposti che potremmo riassumere in questo modo: la matrice eterosessuale, arricchita della peculiarità polacca, ossia il modello familiare di stampo cattolico, costituisce paradossalmente un prototipo indiscutibile, che i rappresentanti di sessualità non normative dovrebbero riprodurre. A questo punto vorrei richiamarmi al protagonista del già menzionato articolo di Bartłomiej Lis Śmiech jako narzędzie normalizacji oraz strategia oporu. Rzecz o subwersywności komizmu w Little Britain [La risata come strumento di normalizzazione e strategia di resistenza. Studio sulla comicità sovversiva di Little Britain]. Paradossalmente, questo “mega-gay”, anche se si considera “l’unico gay in città” e riproduce a livello discorsivo la narrazione vittimistica sul suo destino (gay), in realtà è il personaggio più conservatore di tutto il serial. Così è la “lesbica” del testo di Łysak, anche se non costituisce un modello oggetto di critica, ma al contrario dovrebbe essere un’“eroina positiva”.
L’obiettivo degli studi queer, ricordiamolo, è la critica alla politica identitaria, la destabilizzazione di concetti che hanno una dimensione normativa, e soprattutto la de-essenzializzazione della sessualità e del genere. Gli slogan queer che conosciamo dai Gay pride o dalle pubblicazioni che li accompagnano contengono tra l’altro richieste di rottura con la politica identitaria fondata su un modello etnico-minoritario, come anche la critica alla famiglia intesa in maniera tradizionale, il cui modello viene ritenuto oppressivo. Non si tratta ovviamente di condannare coloro (non importa se omosessuali o eterosessuali) che vivono rapporti di coppia monogami e di lunga durata, che hanno o progettano di avere figli, che registrano o vorrebbero legalizzare il proprio legame. È importante invece non trattare questo modello come l’unico possibile e non presupporre che le persone non eterosessuali desiderino realizzarlo perché costituirebbe un qualcosa di “buono e sano”. I testi di Michał H. Chruszczewski e Dorota Majka-Rostek mostrano invece i risultati di ricerche comparate sui rapporti eterosessuali e omosessuali considerando quasi come un “punto d’onore” il fatto che le persone omosessuali scelgano in maggioranza un tipo di legame monogamo, durevole e di coppia. Credo che questo approccio non solo neghi i presupposti fondamentali delle ricerche queer, ma riproduca anche schemi di pensiero che si possono rivoltare contro gli stessi interessanti, perché escludono e condannano lesbiche e gay (le persone bisessuali, transessuali e così via non sono neppure prese in considerazione dagli autori), che non si sentono “infelici” se non hanno un/a partner fisso/a ed esclusivo/a. Questa è una visione profondamente offensiva, e non solo perché riproduce uno schema eterosessuale.
Nonostante ritenga questa pubblicazione in larga parte valida e interessante, non posso non condividere la posizione di Joanna Mizielińska, nota bene menzionata dalle stesse Baer e Lizurej nella loro introduzione. L’autrice di (De)konstrukcje kobiecości [(De)costruzioni della femminilità] accoglie con timore la “confusione concettuale” dovuta alla comparsa contemporanea degli studi gay e lesbici e degli studi queer in Polonia, affermando che troppo spesso “sotto l’etichetta di studi queer si nasconde un approccio più tradizionale che con il queer ha ben poco a che fare” (pp. 23-24). E anche se questa è una peculiarità degli studi di genere e degli studi postcoloniali in paesi che da appena vent’anni cercano di recuperare il ritardo in questi settori, il permettere un’assenza di consapevolezza critica nei confronti delle fasi precedenti dello sviluppo del pensiero umanistico può provocare un backlash. Se accettiamo una concezione essenzialistica dell’omosessualità (o dell’identità in generale), accogliendo ricerche sociologiche e psicologiche tradizionali e non facendo attenzione agli anacronismi, dal nostro orizzonte scompariranno presto le correnti progressiste che decostruiscono valori tradizionali e modi fossilizzati di pensare la condizione umana. Rimarranno invece narrazioni su “gay e lesbiche” in cui la matrice eterosessuale lascia il suo marchio, grazie al quale non potranno più contrastare le strategie di stigmatizzazione ed esclusione degli “altri”. Varrebbe quindi la pena di applicare il metodo di “analisi critica del discorso” presentato da Darek K. Balejko nel suo articolo, ma bisognerebbe utilizzarlo per studiare non solo testi chiaramente omofobici. Essere critically queer vuol dire infatti essere continuamente sospettosi e fare in modo che la bandiera arcobaleno non si trasformi in un vessillo di oppressione.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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