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V bludném kruhu: Mateřství a vychovatelství jako paradoxy modernity, a cura di P. Hanáková – L. Heczková – E. Kalivodová, Sociologické nakladatelství, Praha 2006 (Tereza Kynčlová, traduzione di Ines Berra), pp. 380-384
Il Centro studi sul genere della Facoltà di filosofia dell’università Carlo IV di Praga organizza ormai da circa una decina d’anni seminari interdisciplinari per studenti e dottorandi che si occupano di genere nei più diversi ambiti culturali. Della stessa natura è stato anche l’incontro dedicato alla riflessione sulla maternità e sull’educazione, il cui risultato è stata la pubblicazione di un volume collettaneo di ventidue saggi critici di autrici e autori cechi e slovacchi, uscito nel 2006 come quinto volume della serie Gender sondy presso la casa editrice Sociologické nakladatelství.
Le curatrici Petra Hanáková, Libuše Heczková e Eva Kalivodová si sono poste come obiettivo quello di mostrare la maternità e l’educazione dei figli non tanto come fenomeni biologico-essenzialisti, cioè innati, immutabili e semanticamente univoci, ma anche come luogo su cui agiscono i contesti socio-politico, culturale e storico, i rapporti di potere, i cambiamenti ideologici e quelli relativi al dibattito culturale. Di ispirazione per le curatrici è stata Božena Viková-Kunětická, la prima deputata donna alla dieta territoriale ceca, nella cui attività politica e letteraria erano emerse la complessità e la pluridimensionalità intrinseche nei rapporti tra uomini e donne, indotte dai processi di modernizzazione sociale.
Il volume contiene saggi di letteratura ceca e internazionale, cinema, teatro, arte, storia ed etnologia tra XIX e XX secolo. Pregio dell’opera è l’ampia diversificazione a livello tematico, temporale e disciplinare, in grado di offrire un quadro dettagliato della varietà di approcci alla maternità e all’educazione dei bambini. Ciò che invece rende difficoltoso l’orientamento nel volume è l’assenza di una precisa suddivisione interna, per esempio su base disciplinare o cronologica, a seconda del tema trattato nel singolo testo.
La raccolta si apre con due articoli dedicati alla personalità di Božena Viková-Kunětická. In “Když jdu, tak jdu”. Nezadržitelná Božena Viková-Kunětická [“Già che vado, vado”. L’inarrestabile Božena Viková-Kunětická] Petra Štěpánková ne descrive la vita, l’attività teatrale e letteraria, e soprattutto l’evoluzione del pensiero politico che, da un lato, tendeva all’emancipazione spirituale delle donne, dall’altro, invece, si manteneva nel solco della visione tradizionale della donna come madre ed educatrice delle future generazioni di cechi. Libuše Heczková analizza nello specifico la produzione letteraria di Viková-Kunětická tra il 1895 e il 1905 (Cesta světla? Matriarchát Boženy Vikové-Kunětické [La via della luce? Il matriarcato di Božena Viková-Kunětická]), prestando particolare attenzione ai metodi con cui l’autrice, nei suoi romanzi, concepisce l’idea di maternità, femminilità e corporalità della donna. Heczková definisce la produzione di Viková-Kunětická un esperimento femminista e artistico.
In Mezi mýtem matriarchátu a misogynstvím: Erben, Bachorem, Weininger, Deleuze [Tra mito del matriarcato e misoginia: Erben, Bachorem, Weininger, Deleuze] Josef Vojvodík si occupa della posizione simbolicamente dominante della donna nel matriarcato (ginecocrazia) in Johann Jakob Bachofen e dell’ambiguità della donna come madre buona e cattiva nell’opera di Karel Jaromír Erben. Questo lavoro rimanda implicitamente ai significati gerarchici relativi alla mascolinità e alla femminilità diffusi nel pensiero occidentale del XIX secolo.
L’articolo di Eva Kalivodová, intitolato Cesta k matkám v sestrách (a sestrám v matkách) v rané ženské tvorbě [Viaggio dalle madri nelle sorelle (e dalle sorelle nelle madri) nella prima produzione femminile], è dedicato alle prime romanziere inglesi. La studiosa si chiede se l’ingresso delle donne nel genere letterario del romanzo, che fino a quel momento era stato dominato da uno sguardo maschile sul mondo, abbia generato o abbia potuto generare cambiamenti nelle descrizioni letterarie delle madri. Sulla base delle opere di Jane Austen, Eliza Haywood, Elizabeth Barrett Browning e Mary Wollstonecraft, Kalivodová mostra le difficoltà nella valutazione letteraria della maternità, derivanti innanzitutto dalla mancanza di una genealogia letteraria delle autrici donne e dalla tradizionale invisibilità delle madri nelle opere canoniche scritte da autori uomini.
Una delle manifestazioni della fin de siècle in Boemia e Moravia è stato un forte sentimento nazionale, a cui ha fatto da corollario una serie di mostre, tra cui l’Esposizione generale delle Terre ceche e la Mostra etnografica, tenutesi negli anni Novanta del XIX secolo. L’etnologa Irena Štěpánová offre una descrizione dettagliata dell’idea e dell’allestimento della sezione femminile ceca alla Mostra etnografica (Oslavované vlastenky – pragmatické pracovnice: Česká žena – výstavní obraz 1895 [Patriote glorificate – lavoratrici pragmatiche: la donna ceca – immagine da esposizione 1895]). La mostra ha abbattuto un importante stereotipo: per la prima volta le donne non sono state oggetto di esposizione, ma autrici della sezione femminile. “La donna non viene ‘esposta’, ma ‘espone’, e non solo sé stessa, ma anche la sua opera, il suo lavoro, la sua attività e i suoi successi” (p. 102).
Il saggio di Martina Pachmanová Proměny a tabuizace mateřství v českém moderním umění: Od symbolické Velké Matky ke katastrofě mateřské identity [Metamorfosi e tabuizzazione della maternità nell’arte ceca moderna: dalla Grande Madre simbolica alla catastrofe dell’identità materna] si dedica alle reazioni suscitate nel 1896 a Praga dalla mostra intitolata Tragedie ženy [La tragedia della donna] di Anna Costenoblová. Questa pittrice non vedeva nella maternità una completa realizzazione della missione femminile, soprattutto nel quadro Pocit mateřství [La percezione della maternità], oggetto di accese discussioni, che “aveva strappato alla maternità la veste di miracolosità e aveva mostrato la donna-futura madre come creatura sessualmente non soggiogabile, che si concede al piacere fisico e infrange le convenzioni sociali” (pag. 122). Il quadro dovette essere rimosso dalla mostra e non si sono conservati né l’originale né una sua copia. Secondo Pachmanová per la modernità la maternità era qualcosa di sgradevole, un tabù a tutti gli effetti, perché ricordava i problemi e soprattutto i pregiudizi sociali di cui la società dell’epoca non era ancora riuscita a disfarsi.
Al tema della tabuizzazione della sessualità femminile, della maternità e delle sue manifestazioni fisiologiche si ricollega l’articolo della storica Milena Lenderová Porod a ženské tělo: Diskurz a realita 19. století [Il parto e il corpo femminile: discorso e realtà del XIX secolo]. L’autrice ci mostra come le vecchie levatrici furono progressivamente sostituite dai medici e come i parti vennero medicalizzati e trasferiti dall’ambiente domestico all’interno delle istituzioni ospedaliere, anche se, inizialmente, i reparti di maternità non godevano di buona fama a causa delle frequenti malattie infettive e mortali che colpivano le puerpere.
Nell’articolo České divadelní umělkyně 19. století – vzory národně probudilých žen [Le artiste di teatro ceche del XIX secolo, modelli di donne attiviste-nazionaliste] Ludmila Sochorová analizza come l’ingresso di attrici di teatro e cantanti liriche nella sfera pubblica non abbia in realtà contribuito ad emancipare queste artiste dai doveri tradizionalmente prescritti alle donne. Nonostante il successo e i riconoscimenti ottenuti come artiste, queste donne dovevano comunque continuare ad apparire mogli oneste, patriote fedeli e madri devote. Eppure, nello stesso tempo, erano portatrici di un modello di femminilità colta, istruita, attiva e consapevole.
L’articolo successivo, della specialista di cinema Petra Hanáková, è il primo di sei testi dedicati alla rappresentazione della maternità e dell’educazione nella produzione cinematografica. Raný film: mezi výchovou a pokušením [Il cinema delle origini: tra educazione e tentazione] mostra il cinema delle origini più come strumento che rende possibile vedere e guardare immagini fino a quel momento tabuizzate che non come ausilio nell’educazione e istruzione dei cittadini. Ivan Klimeš approfondisce la questione dell’influenza del cinema sullo sviluppo psicologico e sociale, soprattutto dei bambini, descrivendo nel dettaglio i provvedimenti di censura presi dalle istituzioni della monarchia austriaca (Děti v brlohu: Boj proti kinematografům – bojem o dítě! [Bambini nel covo: Lotta contro i cinematografi – lotta per il bambino!]). La censura riguardava non solo i film ma, in base all’età, anche il pubblico. Le autorità si adoperavano per impedire ai bambini e alla gioventù la visione di rappresentazioni non adeguate.
Il matrimonio, la famiglia e la maternità sono considerati i massimi valori della società e quanto sia dominante la posizione di questi istituti risulta particolarmente evidente se messa a confronto con situazioni in cui le comuni norme ideologiche vengono infrante. È questa la tesi fondamentale dell’articolo “Mně je tě líto, že jsi muž!”. Typizace svobodné matky v českém hraném filmu meziválečné a protektorátní éry [“Mi dispiace che tu sia uomo!”. Tipizzazione delle madri libere nel cinema ceco tra le due guerre e durante il protettorato] di Marila Kupková, che è ben documentato con scene tratte da una ventina di film.
In “Plakaly spolu, plakaly radostně a hrdě”. Emblematické redukce mateřství v ideologizovaném prostoru české poúnorové kultury [“Piangevano insieme, piangevano felici e orgogliose”. La rielaborazione simbolica della maternità nel contesto ideologico della cultura ceca dopo il febbraio 1948], Petr Bílek illustra come, dopo il colpo di stato comunista nel 1948, la propaganda avesse sfruttato l’immagine della donna e caricato ideologicamente la maternità. Tipico dell’epoca socialista è il fatto che la peculiarità e l’unicità della donna fossero totalmente prive di significato e interesse. La donna adempiva ai suoi compiti unicamente nel rapporto con la società e nella costruzione della patria socialista, inclusa anche l’educazione dei figli volta all’indottrinamento comunista.
Nel suo articolo, dedicato in gran parte al cinema italiano e spagnolo, Stanislava Přádná mette in evidenza le numerose immagini con cui la maternità può essere rappresentata (Matky ikony, matky vražednice: Obraz mateřství ve filmu, s důrazem na italský film 60. a 70. let [Madri icone, madri omicide: l’immagine della maternità nel cinema, in particolare nel cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta]). L’autrice rifiuta la netta divisione della figura materna tra madre-santa archetipica e madre patologica. È ben consapevole del fatto che la complessità di queste immagini può essere colta dal pubblico solo attraverso la connessione di entrambe le categorie, tra loro antitetiche, poiché “la maternità rifugge dalla schematizzazione archetipica di immutabilità” (p. 263).
La storica dell’arte slovacca Petra Hanáková in Slovenské mamičky, pekných synov máte…alebo o materskej obraznosti v slovenskej kinematografii [Mamme slovacche, avete degli splendidi figli…ovvero Sulla rappresentazione della maternità nella cinematografia slovacca] discute della tradizionale associazione madre-donna e madre-patria. L’autrice prende in esame le scene di film dedicati all’insurrezione nazionale slovacca e analizza i dilemmi delle madri che mandano i propri figli a combattere e morire per la madre-patria.
Tema centrale del contributo di Zuzana Augustová, intitolato Černá pedagogika a rakouská literatura [Pedagogia nera e letteratura austriaca] è la ribellione, negli anni Ottanta del secolo scorso, di donne scrittrici contro la politica del silenzio che intendeva nascondere se non addirittura cancellare del tutto il passato nazista della generazione dei loro genitori. Attraverso numerose citazioni tratte da romanzi, Augustová mostra come le scrittrici austriache si occupino dei rapporti con le proprie madri, che, nell’educazione dei figli, in quanto esecutrici di un sistema autoritario e di un potere patriarcale, partecipavano al silenzio comune.
La crisi della maternità, intesa come suo rifiuto da parte delle donne, costantemente discriminate e disonorate dalla cultura patriarcale russa e dall’eredità della dittatura comunista, è affrontata da Miluše Zadražilová in Krize mateřství: Pokračování ruského mateřského diskursu 20. století v ruské próze 70. a 80. let [La crisi della maternità: continuazione del dibattito russo sulla maternità del XX secolo nella prosa russa degli anni Settanta e Ottanta]. Le scioccanti esperienze con gli ospedali, specialmente con i reparti di maternità, la nascita delle organizzazioni femministe russe e la discrepanza tra la reale condizione delle donne e la retorica ufficiale di stato sono alcuni dei temi principali trattati dalle autrici russe di cui scrive Zadražilová.
In Hra na imaginárne: Obrazy materstva vo filme Modré z neba [Gioco nell’immaginario: immagini della maternità nel film Modré z neba] Mariana Szapuová opera una distinzione tra maternità come rapporto tra madre e figlio e maternità come istituzione patriarcale, che deve garantire il controllo degli uomini sulle capacità riproduttive delle donne. Analizzando il film Modré z neba, Szapuová prende in esame le possibilità di espressione cinematografica e visiva dell’approccio delle donne alla maternità in direzione di un superamento della tradizionale concezione essenzialista.
Nell’articolo “Dcery otcovy” a ztracené matky: Hledání matek v české próze posledních desetiletí psané ženami [“Figlie di padri” e madri perdute: la ricerca delle madri nella prosa femminile ceca dell’ultimo decennio] Alena Zachová ragiona sull’indifferenza nei rapporti madre-figlia nei romanzi di Zuzana Brabcová, Eda Kriseová, Daniela Hodrová e Sylvia Richterová. Le eroine dei romanzi scelti scoprono di sentirsi molto più vicine al mondo e alle caratteristiche dei loro antenati che non ai padri stessi. Nello stesso tempo riflettono sui valori che sono o non sono stati loro trasmessi dalle madri. Proprio attraverso l’assunzione, il rifiuto o la trasformazione di questi valori costruiscono la propria identità femminile.
Katarina Fet’ková analizza l’eterogeneità dei rapporti tra le donne nell’opera del premio Nobel Toni Morrison (Téma materstva a sesterstva v diele Toni Morrison/ovej: Feministická interpretácia románovej tvorby [Il tema della maternità e del rapporto tra sorelle nell’opera di Toni Morrison: l’interpretazione femminista della produzione romanzesca]). Come mette in luce l’autrice, Toni Morrison comprende nella maternità tanto i rapporti di amicizia, parentela, amore e comunità tra donne quanto quelli negativi e di morte. Per la scrittrice queste relazioni sono da intendersi in senso non gerarchico, approccio questo che mina l’ordinamento patriarcale e postschiavista della società americana.
La doppia emarginazione vissuta a causa del proprio genere e della propria razza dalle eroine dei romanzi di Toni Morrison ritorna anche nelle opere dell’autrice bengalese Mahášvety Debí, la cui produzione letteraria è presentata ai lettori da Blanka Knotková-Čapková in Archetyp mateřství a jeho kritické obrazy v moderní bengálské literatuře [L’archetipo della maternità e delle sue rappresentazioni critiche nella letteratura bengalese moderna]. Nel testo viene riportata anche un’indagine sulle posizioni relative alle problematiche di genere condotta dall’autrice tra gli intellettuali indiani, sia uomini che donne. Knotková-Čapková ci offre inoltre una descrizione minuziosa dei significati archetipici delle divinità indù femminili, e in parte maschili, la cui simbologia ha un impatto sull’organizzazione delle relazioni tra uomini e donne nel Bengala.
Alle divinità femminili si dedica anche Pavla Binková. Nel suo articolo si parla però dell’America centrale, principalmente del Messico (Archetypy mateřství v mexické mytologii a náboženství [Archetipi della maternità nella mitologia e nella religione messicane]). Sull’esempio del culto della Madonna della Guadalupe Binková illustra la commistione sincretica tra i culti religiosi della popolazione india e il cristianesimo dei conquistatori spagnoli, per la cui rappresentazione viene usato il paragone di genere della donna indiana sottomessa e dell’uomo bianco conquistatore.
La raccolta si chiude con una riflessione filosofica di Zuzana Kiczková sulle divisioni tra la cosiddetta maternità biologica e quella sociale (Sociálne materstvo: Koncepci a príbeh [Maternità sociale: percezione ed esperienza]). Basandosi sulle interviste con le donne del progetto Paměť žen [La memoria delle donne] e sulle riflessioni della femminista americana Sandra Ruddick, Kiczková afferma che la maternità biologica è la capacità di procreare. Conseguenza di questa concezione è la discriminazione delle donne che decidono di non fare figli o che non li possono avere. La maternità sociale è invece un principio fondamentalmente antidiscriminatorio, poiché è un processo consapevole di costruzione di un rapporto responsabile della donna verso i figli, siano essi biologici o adottati.
Il ben argomentato saggio teorico di Zuzana Kiczková rappresenta la felice conclusione di questo volume interdisciplinare, che si sforza di superare i limiti ideologici legati alla maternità e alla femminilità (ma anche alla mascolinità), i quali determinano sensibilmente le nostre possibilità e aspettative di quello che possiamo essere o diventare.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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