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B. Warkocki, Homo niewiadomo. Polska proza wobec odmienności, Sic!, Warszawa 2007 (Tomasz Kaliściak, traduzione di Alessandro Amenta), pp. 369-372
In Polonia si è dovuto attendere a lungo prima che uscisse un libro del genere. Quasi fino alla metà degli anni Novanta negli studi letterari polacchi regnava infatti il tabù dell’omosessualità. Senza contare pubblicazioni episodiche e solitamente prive di commento apparse sulla stampa, a causa della specificità culturale e politica della Polonia popolare non hanno mai preso avvio gli studi gay e lesbici, che in occidente hanno portato alla nascita di una visione generalmente positiva della letteratura omosessuale sin dagli anni Settanta. Un surrogato degli studi sull’omosessualità nella letteratura polacca sono stati i lavori dello slavista svizzero German Ritz, che per primo ha rotto il tabù del silenzio. Nel 1999 è stato pubblicato Jarosław Iwaszkiewicz. Pogranicza nowoczesności [Jarosław Iwaszkiewicz. Terre di confine della modernità] e nel 2002 Nić w labiryncie pożądania [Un filo nel labirinto del desiderio], una raccolta di schizzi e articoli pubblicati in precedenza. Accolti con entusiasmo dai lettori polacchi, questi studi hanno stabilito un modus scrivendi sull’omosessualità. “Attraverso” Ritz è stato riletto il canone letterario polacco.
Il libro di Warkocki deve molto al suo predecessore, ma rompe in maniera netta con la sua metodologia della “poetica del desiderio inesprimibile”, che si è dimostrata utile solo nell’interpretazione della letteratura modernista o pre-emancipativa. Warkocki introduce un nuovo approccio nelle sue riflessioni, come ha notato le stesso Ritz che, consigliando la pubblicazione del libro, riconosce al giovane autore il merito di “aver introdotto gli studi queer negli studi umanistici polacchi”. Questo libro è scritto infatti dalla prospettiva della teoria queer, che in Polonia si sta sviluppando in maniera dinamica.
Leggendo il volume di Warkocki non possiamo non avere l’impressione che il “diverso” nella letteratura polacca possieda molte incarnazioni imprevedibili e ancora ignote che meritano di essere descritte. Il giovane critico letterario si è concentrato su tre esempi rappresentativi della narrativa polacca degli anni Ottanta e Novanta. Le sue interpretazioni dei romanzi di Grzegorz Musiał, Andrzej Stasiuk e Izabela Filipiak appaiono decisamente innovative. Musiał è considerato dalla critica un rappresentante della narrativa omosessuale, Stasiuk di quella maschile e Filipiak di quella femminile e lesbica. La novità dell’interpretazione di Warkocki consiste nella decostruzione non tanto delle opere letterarie in sé stesse quanto delle loro precedenti modalità di lettura. Una lettura “diretta” (straight, e quindi eteronormativa) viene messa in discussione da una lettura “di sbieco” (secondo la formula di Žižek), trasversale (across) alle interpretazioni vigenti. Per questo, oltre ai romanzi, Warkocki analizza anche gli stili di ricezione della “diversità” nella critica polacca. Quello che lo interessa maggiormente sono i diversi stati di concentrazione dell’identità sessuale, da quella “necessaria” di Musiał passando per quella “possibile” di Stasiuk e finendo con quella “disseminata” di Filipiak, ovvero, parafrasando il titolo del libro di Judith Butler divenuto ormai canonico per il movimento queer, a interessarlo è il tema del gender trouble. Da dove deriva questo problema? Soprattutto dal presupposto che l’identità sia un prodotto del potere; gli individui la accettano quasi fosse un passaporto per sottomettersi al controllo sociale, che spesso porta alla violenza. Per sottrarsi all’influsso dell’oppressore non è quindi necessario né cambiare un’identità con un’altra né produrre ennesime identificazioni, ma appunto disseminare le identità. Warkocki accetta questa posizione, conforme a quelle ormai ampiamente discusse della teoria queer, e scrive chiaramente che lo scopo del suo lavoro “è giungere a una disseminazione delle identità come strategia di resistenza alle relazioni di potere” (p. 10). È proprio da qui che proviene l’espressione homo niewiadomo [costituita da homo nel senso di “individuo”, “persona”, e niewiadomo, letteralmente “non si sa”, nel senso di “imprecisato”, “indefinito”, N.d.T.] come oggetto/abbietto non identificato e impossibile da racchiudere nella categoria dell’identità, perché situato oltre l’ordine del sapere e del potere. Eppure homo niewiadomo come “offesa ed eufemismo” (derivante sicuramente dal fatto che questa “cosa”, quasi fosse uno shibboleth derridiano, si trova oltre le possibilità di articolazione linguistica) non è solo una denominazione pseudo-latina di omosessuale che, come ha scritto Foucault, è divenuto una specie e ha ottenuto un’identità. Questo termine può riferirsi tanto a una donna quanto a un uomo, oppure né a una “donna” né a un “uomo” come identità riconosciute. Forse è per questo che homo niewiadomo rende nel modo più preciso il significato dell’inglese “queer”. Warkocki suggerisce che si tratta dell’individuo e della sua soggettività. Come motto cita il Nitzsche di Ecce homo e un passo di una canzone di Maciej Maleńczuk: “homo significa individuo e tu invece cerchi uno scandalo”, come se nel lavoro di Warkocki si trattasse di definire un “grado zero dell’identità”, un punto non riducibile in cui tutto può accadere. La formuła di Warkocki racchiude un forte carico di sovversione universalistica, perché ognuno di noi è un homo niewiadomo. Fuori dall’arsenale del ricatto, quel niewiadomo [non si sa] può funzionare semplicemente come luogo vuoto da riempire secondo il principio dello scambio equivalente. Per questo Warkocki ha sicuramente ragione suggerendo che “questa è la formula appropriata per descrivere un’identità ‘debole’ postmoderna” (p. 12). È quindi chiaro che “questo libro non riguarda la letteratura omosessuale polacca” (p. 13) in senso letterale, essenzialistico, perché non è possibile essere d’accordo con la creazione di un’ennesima identità oppressiva, e allo stesso tempo non è possibile giungere a decostruire l’omonormatività, prodotta sul modello ma anche in forte contrapposizione rispetto all’eteronormatività. Chiedersi se esista e cosa sia la letteratura gay e lesbica vorrebbe dire introdurre nel discorso alcune norme identitarie essenzialistiche, che riproducono molti dei meccanismi di potere. Bisogna quindi ricordare che la teoria queer non si è formata, come era avvenuto nel caso degli studi gay e lesbici, in opposizione all’eterosessualità, ma come decostruzione dell’eteronormatività. Questa differenza apparentemente sottile definisce tuttavia un approccio completamente diverso all’identità. È del tutto comprensibile, quindi, che Warkocki riporti e commenti ampiamente le concezioni della studiosa queer americana Eve Kosofsky Sedgwick, autrice di Between Men (1985), Epistemology of the Closet (1990) e Tendencies (1993). Nelle analisi di Warkocki trovano applicazione concetti come “punto di vista universalizzante” e “minoritario”, “desiderio omosociale”, “panico omosessuale”, “ricattabilità”, “epistemologia del segreto” e persino “morte dell’omosessuale” (che sicuramente è ispirata al concetto di after homosexual). Allo stesso tempo l’autore polemizza con la tesi essenzialista di Slavoj Žižek, secondo cui l’omosessualità è insita in ogni uomo e l’eterosessualità è il risultato del disconoscimento delle tendenze omosessuali. Qui l’elemento distintivo è l’omofobia, che non sempre è sintomo di disconoscimento ma, rompendo il continuum omosociale, fa scoppiare il “panico omosessuale” e di conseguenza la “ricattabilità”, che colpisce tanto le persone omosessuali quanto quelle eterosessuali. Al panico omosessuale reagiscono i personaggi di Musiał, che temono il coming out, come pure quelli di Stasiuk, che temono di essere accusati di omosessualità. L’omofobia, seppure in modo sottile, definisce anche la struttura delle relazioni interpersonali nei romanzi di Filipiak.
Vediamo allora, sull’esempio delle analisi di Warkocki, come influisce l’omofobia sul processo di formazione dell’identità. La chiave di lettura dei primi romanzi di Musiał è l’estetica camp nella versione apolitica di Sontag, che, come mostra Warkocki, si è inscritta bene nell’identità modernista del “diverso” polacco, rinforzando il segreto omosessuale e consentendo all’omosessuale di nascere come artista. “Il camp”, suggerisce Warkocki, “ha unito l’omosessualità all’arte, ha creato un linguaggio legale” (p. 52), divenendo allo stesso tempo un alibi estetico per l’omosessualità. L’analisi di Warkocki svela un certo meccanismo: nella letteratura polacca è possibile solo la nascita dell’omosessuale come artista, e così è nel caso di due romanzi di Musiał (Stan płynny [Stato fluido] e Czeska biżuteria [Bigiotteria boema]). I due romanzi successivi, W ptaszarni [Nella voliera] e Al Fine, mostrano una maggiore apertura verso la tematica omosessuale, che paradossalmente rinforza la paura della diversità. Qui non abbiamo a che fare con la sublimazione del desiderio omosessuale, ma con l’imitazione del linguaggio dell’omosessualità modernista. Per questo motivo “l’emancipazione, spostando il confine dell’opposizione privato/pubblico, diventa una minaccia per il closet omosessuale” (p. 76). Nell’ultimo romanzo di Musiał la problematica dell’emancipazione gay compare sotto forma di pericolo e minaccia. La goticizzazione o la demonizzazione dei gay a essa connessa nascondono dentro di sé un enorme carico di omofobia, sostenuto dal linguaggio di una religiosità sempre più profonda, per non dire di devozione. Interpretando anche Kraj wzbronionej miłości [Il paese dell’amore proibito], l’ultima raccolta poetica di Musiał, Warkocki dimostra che il linguaggio dell’omosessualità modernista porta all’esaurimento e alla “morte dell’omosessuale”. Forse proprio l’annuncio di questa morte costituisce una cesura importante dell’emancipazione letteraria che possiamo osservare attualmente.
L’omofobia complica anche il mondo delle relazioni omosociali nella prosa di Andrzej Stasiuk, spesso etichettata come “maschile”. I personaggi di Mury Hebronu [Le mura di Hebron] costruiscono una rigida identità maschile, tentando di distinguersi dall’omosessuale, che Warkocki interpreta come abbietto o capro espiatorio, un “altro” escluso e disprezzato, grazie al quale è possibile l’identificazione maschile. Commentando Sedgwick, Warkocki scrive che “l’omofobia [...] disciplina qualunque legame tra gli uomini” (p. 97). Questa tesi è confermata anche dall’ottima interpretazione di Biały kruk [Corvo bianco], dove la “mosca bianca” del titolo si rivela essere l’omosessuale Wasyl Bandurko, intorno al quale si concentrano le relazioni maschili. Della prosa di Stasiuk a Warkocki interessa dunque non quello che è omosessuale, ma quello che è ambivalente nel desiderio omosociale.
L’opera di Izabela Filipiak è analizzata oltre il principio identitario, che per Warkocki significa soprattutto un sintomo della crisi di un’identità stabile e rigida. Anche se la scrittrice ha dichiarato pubblicamente di essere lesbica, sarebbe più appropriato dire che si è dichiarata “diversa” o, come vuole Warkocki, homo niewiadomo. La sua identità, come quella di Maria Komornicka, di cui Filipiak ha scritto sia in Księga Em [Il libro di Em] che in Obszary odmienności [I territori della diversità], viene costruita oltre il contratto eterosessuale, ai margini della cultura. Perché? L’interessante analisi di Absolutna amnezja [Amnesia assoluta] o piuttosto di uno dei suoi motivi portanti, mostra che, a differenza del modello dell’omosessualità maschile modernista, “l’omosessualità femminile non trova appoggio nelle strutture della tradizione” (s. 166), perché nella cultura polacca “mancano miti saffici rispetto ai quali organizzare un’identificazione e di conseguenza un’identità” (p. 138). La tradizione maschile dell’omosessualità, per quanto esigua, è riuscita a trincerarsi nelle sue posizioni (un esempio sono Iwaszkiewicz o il già menzionato Musiał), mentre la tradizione femminile rimane ancora sospesa nel vuoto, non è possibile costruirvi intorno alcuna identità. Questa osservazione di Warkocki mi sembra particolarmente importante, perché mostra che intorno a un’identità fluida il sistema di esclusioni è ancora più complesso, perché duplice. Ne è una prova è l’atteggiamento dei critici che accettano più volentieri studi dedicati a Musiał o Stasiuk che non a Filipiak. Le analisi di Warkocki non apportano soluzioni semplici e sicuramente ha ragione Przemysław Czapliński quando scrive che dopo questo libro “sarà più difficile discutere del problema dell’identità sociale”.
Se nell’introduzione Warkocki sottolinea che il suo libro “non riguarda la letteratura omosessuale polacca” lo fa soprattutto perché è consapevole dei problemi derivanti da un’inevitabile imposizione di un’identità come prodotto del potere (secondo la concezione foucaultiana). Nondimeno, tuttavia, Warkocki si occupa della periodizzazione delle modalità di scrittura sull’omosessualità nella letteratura polacca, indicando il 1989 come uno spartiacque, quando “si è incrinato il paradigma modernista di scrittura sull’omosessualità” (p. 194). Dal 1989 possiamo effettivamente parlare della prima fase emancipativa. La seconda, afferma l’autore, è iniziata invece intorno al 2003 ed è connessa alla campagna sociale Niech nas zobaczą [Che ci vedano], organizzata dall’associazione Kampania przeciw homofobii [Campagna contro l’omofobia], e poi al romanzo Lubiewo di Michał Witkowski. Questa fase dura ancora oggi. Ma un’importante cesura è costituita anche dal 2007, quando ha preso avvio un’ondata di letteratura popolare gay e lesbica, con cui ha coinciso l’importante posizione critica di Warkocki. D’ora in poi sarà più difficile mettere in discussione la nascita di qualcosa che potremmo chiamare queer criticism, perché, come mostra la tradizione polacca, ci sono maggiori problemi ad accettare una critica “diversa” piuttosto che una letteratura “diversa”.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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