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E. Weiner, Market Dreams: Gender, Class and Capitalism in the Czech Republic, University of Michigan Press, Ann Arbor 2007 (Tereza Hendlová, traduzione di Andrea Trovesi), pp. 384-386
Il libro della sociologa Elaine Weiner è dedicato alla trasformazione postsocialista del mercato nella Repubblica ceca dal punto di vista di due gruppi contrapposti di donne: manager e operaie. Sulla base di una serie di interviste, l’autrice mostra come questi due gruppi vedano la propria posizione sul mercato del lavoro e cerca di illustrare in modo particolare la percezione soggettiva in termini di perdite e vantaggi che per loro ha comportato il passaggio dall’economia socialista a quella di mercato.
Nella sociologia “occidentale” il tema della trasformazione economica delle società postcomuniste dal punto di vista del genere è visto in maniera prevalentemente stereotipata. In quest’ottica coloro che hanno pagato il prezzo più alto per la caduta dell’economia socialista, in un certo senso egualitaria, sono stati gli operai e le donne. Questo è avvenuto in conseguenza del fatto che l’economia di mercato ha eliminato molte sicurezze sociali, come la garanzia di un posto di lavoro e i sussidi sociali, e ha portato a una riduzione del sistema della previdenza sociale che colpisce soprattutto i gruppi di lavoratori tradizionalmente sfavoriti. Weiner accusa di essenzialismo questa interpretazione delle trasformazioni economiche, perché dal punto di vista del genere le donne dei paesi postsocialisti vengono naturalizzate come vittime passive, senza parlare del fatto che nell’ambito di questa teoria assai riduttiva la diversità dei paesi dell’ex blocco comunista è mascherata dall’applicazione di una tesi unica e universale su vincitori e vinti. In questo senso nella critica di Weiner ritroviamo l’approccio del femminismo postcoloniale (Mohanty) e del femminismo sviluppato dalle studiose dell’Europa centrale e orientale (Drakulic, Havelková, Čermáková) che attaccano la parzialità con cui nelle teorie egemoniche della sociologia “occidentale” vengono “costruite” le donne del resto del mondo. Questo approccio si caratterizza per il fatto che raramente lascia spazio a coloro di cui parla: le donne. Per questo motivo Weiner rivolge attenzione alle attanti principali del mercato del lavoro ceco postsocialista e, nello spirito della teoria standpoint (Harding, Hartsock), ascolta le loro narrazioni soggettive su come hanno vissuto il periodo della trasformazione. In questo modo l’autrice apporta un elemento di emancipazione alle tradizionali analisi dello sviluppo della società postcomunista.
Weiner introduce in modo piuttosto dettagliato la storia del socialismo ceco e la successiva trasformazione politica e economica, mostrando come molte delle conquiste del socialismo, percepite spesso come progressiste dal punto di vista di genere, esistevano in un sistema che era comunque sempre profondamente patriarcale. Così la consistente presenza delle donne lavoratrici o delle donne inserite nell’istruzione universitaria aderiva a una divisione stereotipica tra professioni maschili e femminili, nell’ambito della quale raramente le donne raggiungevano posizioni direzionali. In questo modo l’autrice decostruisce molte delle visioni semplificatrici sul socialismo come società equa rispetto alle questioni di genere.
Le donne intervistate da Weiner, per la maggior parte nate negli anni 1944-1965, hanno vissuto gran parte della propria vita durante il socialismo. Questo ha consentito loro di riflettere sulla propria condizione all’interno del mondo lavorativo nell’ambito di due regimi diversi. Tutte in qualche modo consideravano il socialismo una situazione in cui dominava la limitazione nella scelta, sia che si trattasse di politica o di professione che di prodotti acquistabili. Per questo motivo, la maggior parte di loro ha vissuto la rivoluzione di velluto e lo sviluppo successivo nel capitalismo con grandi aspettative. La speranza di un futuro migliore si concretizzava, secondo Weiner, nei mantra capitalistici sul libero mercato, in cui hanno successo solo le persone che si adattano alle esigenze di autonomia, responsabilità e indipendenza. Il discorso sul neoliberalismo si è approfondito ulteriormente sullo sfondo di uno sviluppo relativamente rapido dell’economia ceca nel primo periodo postrivoluzionario e presto è divenuto, secondo l’autrice, completamente egemone. L’assenza di visioni alternative e la convinzione della correttezza dello sviluppo in questa direzione hanno generato una “metanarrazione del mercato” sul successo del capitalismo e dei suoi beneficiari. La predominanza di questa modalità metanarrativa è confermata nel modo con cui costruiscono la propria narrazione le donne d’affari ceche e le operaie, perché, malgrado la loro situazione socio-economica si differenzi notevolmente e sia ulteriormente complicata dalla loro appartenenza di genere, entrambi questi gruppi parlano con un linguaggio che esprime fiducia nell’economia capitalistica.
La vita delle manager e delle operaie nel periodo postrivoluzionario è stata caratterizzata dalla loro posizione ai due poli economici opposti della società. Sono diventate manager quelle donne che avevano un’istruzione universitaria, conoscevano le lingue straniere e che al momento giusto hanno colto l’occasione per sfruttare le nuove possibilità del mercato capitalistico. Questa mossa le ha proiettate in sfere socialmente alte e ha garantito loro una base economica ben al di sopra della media. In queste condizioni le manager spesso si possono permettere un aiuto in casa e una baby-sitter per i propri figli, e essere così liberate dal secondo lavoro nella sfera privata, la cui conduzione e responsabilità è riversata su altre donne meno privilegiate. In pochi casi le manager riescono a distribuire i lavori domestici all’interno della famiglia in modo tale che a questi prendano parte più membri della famiglia, spesso anche il loro partner. Al contrario, la situazione economica della operaie è peggiorata da molti punti di vista. Nel mercato capitalista sono andate perse molte sicurezze sociali, tra cui la garanzia di un lavoro e i sussidi per i figli. A causa dell’inflazione i loro guadagni hanno subito una riduzione e la loro posizione sul mercato del lavoro è resa ancora più insicura dal fatto di essere anche madri, e nel capitalismo la maternità è vista come un ostacolo. Non godendo dell’assistenza assicurata in passato dal regime socialista e non potendosi permettere un aiuto esterno, le operaie sperimentano la discriminazione sia come lavoratrici di bassa qualificazione sia come madri. Weiner constata che nei racconti delle manager non vi è la benché minima traccia di riflessione sulla discriminazione in base al genere. Queste donne si descrivono nell’ambito della metanarrazione del sistema di mercato come lavoratrici ideali, che si sono adattate al nuovo sistema e sono divenute responsabili e indipendenti. Nel loro processo di autocostruzione non si manifesta alcuna identificazione col femminile né tantomeno con gli svantaggi legati al genere, che disturberebbe il racconto del successo del capitalismo. Weiner mostra tuttavia che questa autoriflessione è solo una strategia discorsiva, una forma di aiuto con cui queste donne innestano il proprio percorso di vita nella metanarrazione del sistema di mercato. Questa concezione del sé contrasta nettamente con la realtà, nella quale le manager ceche sono esposte a una delle più palesi forme di discriminazione basate sul genere: una diversa remunerazione. Diversamente, nei racconti delle operaie risuona la riflessione della loro posizione svantaggiata, dominata dalla consapevolezza della loro vulnerabilità sul mercato del lavoro, in particolare in relazione alla maternità. Weiner sottolinea che anche queste donne mostrano un alto grado di adattamento alla metanarrazione del sistema di mercato, perché tutte esprimono fede in un futuro migliore. Gli svantaggi reali da loro sperimentati sul mercato del lavoro non le portato a mettere in dubbio la metanarrazione, ma ad adattare la narrazione di sé in modo tale che quest’ultima aderisca alla prima. Le operaie non riconoscono che la causa della loro situazione sia nel sistema dell’economia di mercato, ma ritengono che risieda invece in loro stesse, nel fatto che non sono lavoratrici ideali, secondo i criteri di responsabilità, indipendenza e adattabilità. Hanno la sensazione che il passato socialista sia così radicato dentro di loro che non sono in grado di crescere nel nuovo sistema, sperano così che le generazioni future lo siano. Secondo Weiner queste donne si percepiscono, a differenza di molte interpretazioni “occidentali”, come individui che hanno tratto profitto dallo sviluppo del capitalismo.
L’analisi di genere, relativamente alla posizione di queste donne sul mercato del lavoro, si può sensibilmente ampliare attraverso l’analisi della metanarrazione del capitalismo. Questo è infatti un concetto già di per sé fondamentalmente “in-generato” (en-gendered). Il lavoratore ideale, quello da cui ci sia aspetta il maggior successo, non è infatti un essere umano neutro dal punto di vista del genere, bensì un uomo. Weiner non si spinge comunque fino al punto di analizzare il concetto stesso della metanarrazione del capitalismo e l’ideale del lavoratore nel sistema capitalistico dal punto di vista di genere. Questa direzione è stata imboccata per esempio da Joan Acker nella sua teoria del genere applicata alle multinazionali, con cui è riuscita a mostrare che le caratteristiche considerate tipiche del lavoratore ideale, come l’indipendenza, la responsabilità e la flessibilità, sono tratti tradizionalmente associati agli uomini, e per questo anche il concetto di forza lavoro ideale è nella sua essenza maschile. Il concetto della metanarrazione del capitalismo come “in-generato” avrebbe arricchito molto l’analisi di Weiner dell’autonarrazione delle manager e delle operaie e avrebbe aiutato a chiarire perché le manager, che si sforzano di raggiungere posizioni di rilievo sul mercato del lavoro, rifiutano di riflettere sul proprio essere donna. Nel momento in cui tentano di essere “un lavoratore ideale”, cercano altresì di essere all’altezza dei presupposti associati alla maschilità (anche se inconsapevolmente). Al contrario, le operaie costituiscono un gruppo subordinato, in cui l’elemento subordinante è l’essere donna, pertanto possono permettersi di riflettere molto più liberamente sulla propria condizione attraverso il prisma della propria identità femminile.
Sotto molti punti di vista il libro di Elaine Weiner propone una nuova prospettiva di analisi della posizione delle donne nell’ambito degli studi sulle trasformazioni delle società postsocialiste. Risulta particolarmente apprezzabile che la studiosa abbia intervistato anche donne single, dando così voce a soggetti dell’ex blocco socialista tradizionalmente marginalizzati e “costruiti” dalla prospettiva di ricerca occidentale. In questo modo dal punto di vista teorico Weiner permette da un lato di rendere gli oggetti tradizionali della ricerca visibili come soggetti e di emanciparsi nell’ambito della sociologia mainstream, dall’altro di arricchire la percezione della posizione delle donne nelle società postcomuniste della riflessione sui vantaggi che la trasformazione ha portato loro e che in occidente nelle tradizionali analisi sociologiche non sono abitualmente menzionati accanto alle perdite. Nell’ambito di una analisi di genere, la posizione di queste donne sul mercato del lavoro riflette come a dominare sia la costruzione narrativa dell’economia di mercato (metanarrazione) da un lato e la costruzione di narrazioni particolari delle donne dall’altro. Per questo motivo sarebbe stato utile sviluppare non solo l’analisi della narrazione delle donne ma anche quella della stessa metanarrazione del mercato come concetto “in-generato”. Questo avrebbe permesso di contestualizzare meglio la posizione delle donne, sia reale che soggettiva, sulla sfondo della trasformazione della società ceca.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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