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Pamät’ žien. O skúsenosti sebautvárania v biografických rozhovoroch, a cura di Z. Kiczková – M. Botíková – A. Furjelová – B. Kachničová – J. Tesáková, Iris, Bratislava 2006 (Magdalena Górska, traduzione di Ines Berra), pp. 386-392
Nella Repubblica ceca e in Slovacchia gli studi di genere costituiscono un campo d’indagine relativamente giovane che non manca di suscitare diverse controversie anche in ambito accademico. La produzione originale ceca e l’elaborazione di ricerche empiriche, trasversali a studi di sociologia, mostrano una tendenziale crescita, tanto che in questo campo esiste ormai un’intera serie di valide pubblicazioni. Un esempio è il libro Pamät’ žien. O skúsenosti sebautvárania v biografických rozhovoroch [La memoria delle donne. L’esperienza di creazione del sé nelle interviste biografiche], uscito alla fine del 2006 presso la casa editrice Iris di Bratislava. Nel contesto accademico ceco e slovacco il significato di questo lavoro è triplice. Innanzitutto affronta un tema nuovo (la memoria, l’esperienza e la riflessione delle donne) studiato attraverso un approccio metodologico e un quadro teorico minoritario – quanto meno nel contesto ceco e slovacco – ovvero i racconti orali e le teorie socio-costruttiviste sul genere. Si tratta poi di un lavoro che cerca di offrire una presentazione e una riflessione aperta del processo di ricerca da cui il lavoro stesso trae origine. Non da ultimo, questo libro può servire anche come esempio illuminante su come si possa creare un quadro analitico sul genere e realizzarne un’indagine penetrante.
Il volume è anche è una riflessione metodologica sulla ricerca realizzata per l’omologo progetto, al quale le autrici hanno partecipato nell’ambito del Centro di studi di genere dell’università Comenius di Bratislava, facente parte di un disegno internazionale più ampio di cui fanno parte anche gruppi provenienti da Montenegro, Repubblica ceca, Croazia, Germania, Slovenia, Serbia e Ucraina, coordinato dalla onlus Gender Studies (<www.womensmemory.net>). Il principio portante dei singoli progetti è la volontà di comprendere le strategie concettuali che le donne di tre generazioni (nate tra il 1920 e il 1960) e provenienti da paesi postsocialisti hanno messo in atto quotidianamente nel corso della loro vita. Attraverso la storia orale, così come si manifesta nel discorso narrativo, il progetto ambisce alla creazione di uno spazio in cui le donne possano articolare le proprie esperienze di vita e le proprie opinioni, e in cui possano diventare soggetti storici e realizzare le proprie esistenze. A lungo termine l’obiettivo è determinare i modelli di discriminazione sociale nei confronti delle donne, di apportare un contributo alla discussione sugli stereotipi e sui ruoli di genere preponderanti, nonché comprendere la specificità dell’“approccio femminile al mondo” (per maggiori informazioni si veda il sito: <http://www.genderstudies.cz/aktivity/projekt.shtml?cmd[2828]=x-2828-332713>).
Come sottolineano stesse le autrici, il volume è aperto a letture diversificate a seconda degli obiettivi e delle aspettative dei lettori. Il primo capitolo presenta la genesi e gli obiettivi del progetto, mentre nei successivi viene presentato il quadro metodologico e teorico in cui le interviste sono state realizzate e interpretate. Il secondo capitolo espone dettagliatamente le singole fasi di realizzazione delle interviste, integrate con riflessioni ricavate dall’esperienza delle ricercatrici. Il terzo capitolo introduce il lettore ai presupposti, ai principi, ai procedimenti e alle singole fasi dell’analisi interpretativa. Il quarto capitolo illustra i presupposti teorici da cui è partita l’interpretazione dei dati. Le autrici qui delimitano i quattro campi tematici scelti e ne spiegano le motivazioni. Il quinto capitolo illustra dettagliatamente i metodi di applicazione dei singoli procedimenti presentati nei capitoli precedenti. Il settimo e ultimo capitolo espone le riflessioni personali sulle esperienze delle ricercatrici Zuzana Kiczková, Barbora Kachničová, Antonia Furjelová, Jana Tesáková e Marta Botiková con il lavoro di ricerca, sulla base dell’intervista che hanno rilasciato alla rivista Ženský magazin nel 2003.
In questo senso il libro può essere letto per lo meno in modo duplice, da un lato con l’obiettivo di conoscere il tema centrale e le conclusioni del progetto attraverso l’analisi delle interviste, dall’altro come fonte di ispirazione per le proprie ricerche. La presente recensione si concentra sul secondo di questi due modi di lettura. Infatti, non solo la pubblicazione delle interviste, ma soprattutto la presentazione della loro analisi, il contenuto e l’illuminante riflessione sulla metodologia e sul quadro teorico applicato fanno di questo libro una pubblicazione unica. Inoltre per il libro stesso la domanda chiave è appunto “come” condurre una ricerca, non solo “che cosa” analizzare e “che cosa” verificare. Questo accento sul processo e sul metodo d’indagine è ciò che caratterizza il libro e lo rende utile ai lettori. Un ulteriore aspetto significativo del libro è il fatto che illustra come nell’ambito di studi sociologici vada utilizzato il genere come categoria analitica, il quale fa parte del quadro interpretativo applicato non solo durante l’analisi, ma anche nel corso della concettualizzazione e della realizzazione progressiva della ricerca sia nel suo insieme che nelle sue singole sezioni.
In che cosa consiste e come può essere concretamente realizzata un griglia analitica in base al genere? Nell’ormai canonico Gender: A Useful Category of historical Analysis del 1996 Joan Scott ha presentato una critica dei metodi di ricerca storica utilizzati fino a quel momento e ha espresso la propria idea di utilizzo analitico del genere. Secondo Scott nelle ricerche storiche orientate sul genere si possono identificare due metodi di lavoro, descrittivo e causale, anche se nessuno dei due riesce a concepire la categoria di genere come strumento analitico di esplorazione dei rapporti sociali. A suo avviso le ricerche descrittive non offrono una riflessione complessa dei problemi analizzati, e si accostano al genere solo come categoria che ha un valore narrativo esclusivamente in relazione ai rapporti fra i sessi. Gli approcci descrittivi falliscono nell’uso del genere come strumento di rilevazione delle complesse dinamiche sociali. L’interpretazione causale tenta dall’altro lato di analizzare i rapporti di genere in modo più complesso, ne cerca le cause e il funzionamento. Non riesce tuttavia a comprendere la dinamica dei rapporti di genere in relazione ad altre categorie normative sociali (classe, etnia, sessualità e simili), non considera la mutevolezza e il carattere multistratificato tanto delle “cause” quanto degli “effetti”, la cui spiegazione “causale” risulta così una necessaria riduzione e semplificazione (per esempio l’affermazione generalizzante secondo cui la differenza di genere è una conseguenza del capitalismo) e non riflette sul fatto che i rapporti di genere sono storicamente mutevoli (per esempio la spiegazione psicanalitica della socializzazione di genere).
Sebbene Pamät’ žien sia incentrato esclusivamente sulle donne biologiche e sulle loro esperienze quotidiane, non solo si sottrae alla critica relativa ai due approcci sopraccitati, ma utilizza il genere come categoria sociale strutturante, strumento di organizzazione e classificazione sociale tramite un incessante processo di demarcazione e rimando, che da un lato crea scissioni sociali e gerarchie, dall’altro implica un mutuo rapporto delle stesse categorie classificate. La categoria di genere così concepita può servire non solo per rivelare nuove strutture di potere e categorie sociali normative, ma anche come strumento delle mutazioni sociali che le ricerche approfondite sul genere possono comportare.
In Pamäť žien questo metodo di lavoro inizia già dalla scelta del racconto orale realizzato tramite interviste narrative. Il fatto caratteristico di questo metodo è che tenta di essere il più sensibile possibile non solo al contesto di realizzazione dell’intervista, ma innanzitutto al contesto in cui è inserita la narrazione, permette di cercare più ampie interrelazioni nelle vite delle narratrici, di osservare la loro provenienza familiare, sociale e storica, e quindi di comprendere la dimensione di genere delle singole vite e della rete di rapporti. Come notano le autrici stesse, i dati raccolti attraverso il discorso narrativo rendono possibile un’interpretazione che può cogliere le diverse forme di rapporti tra i generi.
Al metodo si lega anche la scelta del tipo delle intervistate. Sebbene la stratificazione sociale del modello analizzato in campo sociologico sia oggi piuttosto scontata, la connessione tra i singoli aspetti sociali, culturali e economici con la dimensione di genere non è affatto frequente. Per le ricercatrici del progetto slovacco questo è stato tuttavia uno dei punti di partenza, che ha permesso loro non solo di volgere lo sguardo alla varietà della vita quotidiana delle donne, ma anche di mostrare le diverse strategie che queste donne hanno scelto per la loro vita o per un suo periodo. Il collegamento tra le categorie di classe, età, ambiente e genere ha altresì permesso di problematizzare il concetto di “donne” come gruppo omogeneo e immutabile che condivide desideri, possibilità e obiettivi, e di dare un grande significato all’eterogeneità, alle diverse identità, ai modi di vivere e rapportarsi con gli altri. D’altra parte ciò ha permesso anche di isolare i modelli di genere condivisi, pervasivi nella struttura sociale delle narratrici. Un esempio è la narrazione per mezzo della relazionalità, che le autrici hanno individuato come motivo ricorrente in tutte le interviste realizzate. L’individuazione di questo modello permette così di spostare l’attenzione sul meccanismo con cui la categoria di genere crea i modi di concettualizzazione della realtà e come viene, per mezzo dei singoli attori, materializzato, (ri)prodotto e successivamente naturalizzato.
Un altro aspetto importante relativo alla creazione e applicazione delle griglie di genere è il metodo di osservazione e di utilizzo dei dati ottenuti. Le autrici hanno inteso le biografie analizzate come una costruzione culturalmente mutevole di sé e del mondo, che è sempre già “in-generata” e in cui l’in-generazione della propria vita si concretizza su tre livelli interdipendenti. Innanzitutto tramite la realtà sociale strutturata sul genere, cui le biografie fanno riferimento, poi attraverso il linguaggio in quanto strumento simbolico che fornisce loro solo un certo modo di articolazione e concettualizzazione delle esperienze, infine attraverso la performance individuale e la materializzazione delle norme di genere dell’individuo. Questi meccanismi e la stessa categoria di genere non sono tuttavia espliciti, ma emergono dalle situazioni concrete che li contengono, e come nota Zuzana Kiczková, “il genere si crea, riproduce e muta nel corso dell’elaborazione biografica e ricostruzione della realtà ed è sempre individualmente e interattivamente elaborato in situazioni concrete. L’analisi della narrazione fornisce materiale alla riedificazione delle costruzioni culturali e sociali di genere” (pp. 52-53).
Le autrici hanno altresì identificato nelle biografie gli aspetti inerenti il genere studiando i metodi di costruzione della narrazione utilizzati dalle singole narratrici. Si sono concentrate su come viene presentata la narrazione (se è lineare o intricata) e attraverso quale linea viene svolta (ad esempio tramite il rapporto con gli altri, la realizzazione nella sfera pubblica e così via). Come evidenziano le autrici, identificando la struttura del racconto e il metodo di costruzione delle singole vicende raccontate è possibile individuare i temi dominanti, si possono seguire gli stereotipi in esso racchiusi e i modi in cui vengono riprodotti.
Inizialmente le curatrici hanno delimitato un campo tematico più ampio con temi e domande che potessero servire come strumento di identificazione di rapporti, modelli e norme di genere. Hanno poi dedicato la loro attenzione a come il genere si delinea, viene concretizzato e messo in pratica nelle narrazioni. Hanno analizzato “quali costruzioni di genere sono state tematizzate […] cioè cosa, come e quando i soggetti narranti hanno parlato dei rapporti di genere, quali argomenti sono stati utilizzati, da quali concezioni di ‘femminilità’ e ‘maschilità’ provengono, quale divisione del lavoro tra i generi hanno accettato, e così via” (p. 22). Le curatrici hanno altresì dedicato molta attenzione alle reti di rapporti in cui il genere è costruito e di cui è parte costitutiva. Hanno successivamente identificato questi rapporti attraverso una mappa creata per le singole interviste e in essa hanno tracciato la forma dei rapporti in cui le narratrici sono state coinvolte. Più concretamente si sono soffermate sui rapporti che le narratrici hanno creato insieme, cui hanno partecipato, nei quali si sono ritrovate o a cui hanno dovuto sottostare. La creazione di una rete di rapporti ha reso possibile soprattutto l’identificazione di “luoghi densi” e di analizzarne i significati. L’in-generazione della realtà sociale è stata analizzata anche attraverso la sua manifestazione nel rapporto delle narratrici con la sfera privata e pubblica. Le autrici si sono concentrate così sulla possibilità o impossibilità di autorealizzazione e sull’applicazione e realizzazione di decisioni in un dato periodo storico e contesto sociale. Qui il loro obiettivo era “mettere in relazione le motivazioni personali e le ambizioni delle donne con le concrete condizioni dell’ambiente sociale in cui hanno vissuto e vivono, e individuare nel processo di creazione delle loro identità gli impedimenti e le barriere di carattere privato, personale e sociale” (p. 56). In questo contesto è stato analizzato anche come le narratrici hanno affrontato i ruoli di genere, i modelli identificativi e di aspettative, se hanno assunto e riprodotto queste normative facilmente o se invece se ne difendevano o cercavano di alterarle.
Per poter elaborare un quadro interpretativo che partisse da precisi suggerimenti teorici, ipotesi e domande e allo stesso tempo dai temi principali emersi nelle conversazioni, questo ampio campo di domande e argomenti è stato riordinato in cinque ambiti tematici all’interno dei quali le autrici hanno fornito le loro interpretazioni. Inevitabile conseguenza di una definizione di temi concreti per l’interpretazione è l’omissione di una serie di altre domande, che sarebbe sicuramente interessante approfondire. Ciò, tuttavia, tenendo conto degli obiettivi che questo progetto slovacco si è prefissato e delle tematiche a cui si è dedicato, non può essere motivo di critica al libro. Al contrario la coerenza con cui ciascun tema è stato concepito ed elaborato a livello teorico rappresenta uno dei suoi maggiori pregi. Zuzana Kiczková ha elaborato il tema del potere nelle biografie delle intervistate, Barbora Kachńičová si è concentrata sulla percezione di sé, sulla realizzazione personale e sull’autostima, Antónia Furjelová si è occupata del tema del lavoro, Jana Tesáková ha approfondito gli argomenti legati al corpo ed alla maternità e infine Marta Botíková ha affrontato la tematica della scelta del partner.
Kiczková affronta il tema del potere attraverso la teoria della soggettivizzazione formulata da Judith Butler, che a sua volta si richiama a Michel Foucault. Il potere non è inteso solo come processo univoco, che è condizione per creare il soggetto, ma anche come ciò che viene fatto e riprodotto dal soggetto stesso. In questo senso il potere è qualcosa di esterno e contemporaneamente di innato nel soggetto, è lo strumento con cui il soggetto esercita un’influenza e da cui viene egli stesso dominato. È altresì necessario ricordare che il potere non è totalmente deterministico e il soggetto, sebbene abbia la capacità di agire in modo sovversivo, non è completamente libero (p. 76). Nella sua interpretazione delle interviste narrative, Kiczková si concentra sull’identificazione delle situazioni di potere in cui si sono trovate le narratrici, nel corso della loro vita e in differenti contesti sociali. Ha poi analizzato questi singoli metodi di configurazione del potere e della sua condizione secondo le seguenti prospettive: (1) come e a cosa la narratrice si è adeguata e come parla dell’accettazione delle condizioni, della sua sottomissione e adattamento al potere; (2) come la narratrice stessa ha gestito il potere che ha messo in atto nella sua vita; (3) in quali situazioni l’agire delle narratrici è sfuggito, ha superato o resistito alle condizioni di sottomissione.
Secondo Barbora Kachňicová nei dialoghi narrativi la percezione di sé, l’autorealizzazione e l’autostima delle narratrici sono costruite su diversi livelli e con vari mezzi. L’identità dei soggetti narranti è costruita nel rapporto con gli altri, nel linguaggio ed è “quasi collegata alla problematica del ruolo e della sua influenza sulle domande di ricerca, interpretazione e percezione del sé” (p. 78). Per questo motivo è importante soffermarsi su come la narratrice percepisce se stessa, a livello personale (autovalutazione) e socio-personale (percezione degli altri), in quanto da questi due livelli dipende anche la possibilità di autorealizzazione e di “ideale di sé”. Kachňicová ha formulato quattro ambiti tematici, tramite cui ha inteso la percezione di sé, l’autorealizzazione e l’autostima: (1) come il soggetto narrante parla di sé e per sé; (2) dove e in quale modo emerge l’Io autonomo della narratrice; (3) come parla dell’autorealizzazione; (4) in che modo l’autostima affiora nella conversazione.
Antónia Furjelová ha inteso il tema del lavoro nelle sue molteplici variazioni per mezzo di tre ambiti tematici: (1) come la narratrice ha scelto la propria professione o occupazione? Che rapporto si è instaurato tra istruzione e occupazione? In che misura lo stipendio è stato importante per l’economia familiare? (2) l’attività retribuita ha avuto altri significati oltre a quello finanziario? Il lavoro è diventato per la narratrice portatore di un qualche valore simbolico, e se sì, quale? (3) se la narratrice ha famiglia e ha continuato a lavorare, quali sono le strategie adottate per conciliare e armonizzare questi due mondi?
Il tema del corpo e della maternità è affrontato da Jana Tesáková attraverso le domande sulla corporalità formulate da Elizabeth Grosz, che problematizza la dualità gerarchica cartesiana tra corpo e mente e rivolge attenzione alla sua partecipazione alla creazione di ulteriori dicotomie gerarchiche (trascendenza/immanenza, cultura/natura, soggetto/oggetto e loro effetti naturalizzanti, passivizzanti ed essenzializzanti). Anche Tesáková sottolinea la dicotomia corpo/mente nella logica di genere, dove la razionalità è legata all’uomo e alla mascolinità, mentre il corpo alla donna e alla femminilità. Questo è uno dei mezzi di costruzione, legittimazione e naturalizzazione delle categorie normative culturali “uomo” e “donna”, pertanto è necessario analizzare la costruzione della corporalità a livello culturale, sociale e politico. La domanda al centro dell’analisi di Tesáková è quindi “quali conseguenze a lungo raggio ha la codificazione della femminilità attraverso la corporalità nella vita quotidiana delle donne […], come può il corpo femminile rappresentare un impedimento per il raggiungimento degli obiettivi preposti” (p. 90). Secondo Tesáková, che si richiama a Elisabeth Badinter, alla corporalità si ricollega il tema della maternità. Badinter evidenzia il mito dell’istinto materno e sottolinea la “varietà dei sentimenti materni, che dipendono dalla cultura, dalle ambizioni o dalle frustrazioni della madre” (p. 91). In questo contesto quindi Tesáková si chiede come le donne comprendano nei loro racconti la problematica della maternità, come si approccino allo stereotipo della maternità come sentimento innato nella vita della donna, cosa le abbia spinte a decidersi alla maternità e come la vivono, come si lega alle domande di percezione di sé e di autorealizzazione, come si aggancia al concetto di potere in ambito familiare e sociale e così via. Si occupa inoltre di quale modello di maternità abbiano avuto nella loro famiglia, in che modo lo riproducano o meno, e quali caratteristiche della madre giudichino importanti. Puntando a un’analisi approfondita di queste domande, Tesáková formula tre ambiti tematici cui dedica la sua attenzione: (1) il corpo rappresenta una barriera o è invece un mezzo per raggiungere determinati scopi? (2) che aspetto ha il disciplinamento del corpo? (3) in che modo i modelli di maternità mutano e vengono trasmessi di generazione in generazione?
La scelta del partner è stata esaminata da Marta Botíková. Il suo approccio è diverso rispetto a quello delle altre autrici, non solo per il fatto che questa parte costituisce un capitolo a sé con una bibliografia indipendente, ma anche perché qui vengono prese in esame interviste differenti. È diverso anche nella struttura del testo e si distingue, in certa misura, per il modo in cui è elaborata la griglia teorica, pur partendo anch’esso dal costruttivismo sociale e condividendo l’ambito teorico dell’intero progetto. Botíková si appoggia alla teoria del mercato dei matrimoni, della problematica della monogamia, e presenta un breve excursus sull’indole dei rapporti di coppia in contesti urbani e di piccoli paesi della Slovacchia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Nella sua interpretazione, più che sulle motivazioni personali delle giovani coppie, ha prestato attenzione alle condizioni limitanti esterne che hanno influenzato la vita delle narratrici. Le sue domande base sono quindi state: (1) quanto spazio occupa il racconto delle circostanze relative alle scelta del partner nell’ambito della narrazione autobiografica (2) in quali circostanze la scelta del partner è stata condizionata dai grandi avvenimenti della storia (ad esempio la guerra, il totalitarismo fascista o comunista)?
Attraverso questo schema di lettura le autrici ricostruiscono e analizzano i racconti di ciascuna narratrice in relazione agli ambiti tematici selezionati. La loro interpretazione è intrinsecamente ancorata ai racconti, e alle conclusioni si giunge attraverso la comprensione e la ri-narrazione della vita delle intervistate. Questo approccio fornisce una testimonianza preziosa delle esperienze locali e specifiche delle singole narratrici. D’altra parte tanto all’analisi delle singole interviste quanto al libro nel complesso manca una conclusione comparativa organizzata in modo strutturato, che possa includere nella discussione un più ampio ventaglio di relazioni e fenomeni di natura socio-economica e culturale, che emergono attraverso i racconti e parlano della natura delle strutture di regolazione e di potere, che sono state create, (ri)prodotte, contrattate e sovvertite nelle vite delle donne intervistate.
Al di là dell’assenza di una conclusione di taglio analitico e comparativo, l’unica obiezione che si può muovere a questo libro è che si dedica unicamente alle donne e alle loro esperienze, e quindi parla del concetto di genere solo in parte. È pur vero che l’obiettivo del libro non è quello di cogliere i complessi meccanismi di funzionamento del genere, ma più precisamente di creare uno spazio in cui le donne possano condividere le proprie esperienze e strategie di vita, e dove possa emergere la loro voce, fino ad ora esclusa dalle (meta)narrazioni fallologocentriche. In questo senso quindi il limite citato in precedenza non è del tutto tale. Nondimeno, tenendo conto dell’obiettivo femminista di creare un dibattito che conduca non solo alla comprensione di come l’ordine sociale sia basato sul genere , ma anche alla decostruzione delle categorie sociali bipolari e naturalizzate di uomo e donna, sarebbe interessante se in futuro uscissero lavori simili, incentrati sulle strategie di vita, sulle esperienze e sui modi di approccio alla realtà che abbraccino però l’intera scala delle identità di genere e delle loro esperienze.
Pamät’ žien può rappresentare un modello prezioso, che non solo fornisce un significato femminista alle rivendicazioni metodologiche ed epistemologiche, ma altresì crea una griglia interpretativa impostata sul genere, sofisticata e altrettanto favorevolmente applicata. Questo libro può essere quindi fonte di ispirazione tanto per chi si occupa di genere, quanto per chi si sforza di comprendere i principi socio-costruttivisti dell’interpretazione della realtà in chiave di genere. Il libro è stato tradotto in inglese e pubblicato nel 2006 sempre dalla casa editrice Iris di Bratislava con il titolo Women’s Memory: The Experience of Self-shaping in Biographical Interviews e ha quindi buone possibilità di abbracciare un pubblico più ampio.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
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