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Transgressing Gender: Two is not enough for gender (e)quality: The Conference Collection, a cura di A. Hodzić – J. Postić, Cesi & Women’s Room, Zagreb 2006;
Preparing a space, a cura di M. Puača, QueerBeograd, Beograd 2006;
The Malfunction, a cura di M. Puača, QueerBeograd, Beograd 2007 (Irene Dioli), pp. 360-362
Il queer è un concetto ancora relativamente nuovo nella letteratura scientifica dell’area ex jugoslava, fatto del tutto naturale se si considera la posizione marginale all’interno dell’istituzione accademica delle tematiche di genere, e a maggiore ragione di quelle LGBT. Nonostante esistano centri di ricerca dedicati agli studi di genere, per esempio a Belgrado e Zagabria, e non manchino pubblicazioni sull’argomento, la limitata disponibilità verso l’insegnamento di queste tematiche nei corsi universitari e la difficoltà nel reperire finanziamenti costituiscono un inevitabile ostacolo alla diffusione di una letteratura specifica sulle questioni di genere, orientamento e sessualità: è infatti più facile trovare opere pertinenti in pubblicazioni esterne alla regione che in quelle provenienti dall’editoria locale. Se poi, all’interno dell’ambito del genere e della sessualità, desideriamo inquadrare una prospettiva LGBT, lo spettro di analisi si restringe ulteriormente, ed è analogamente ancora più arduo mettere a fuoco uno specifico discorso queer, dal momento che a oggi gli studi queer non sono coltivati in ambito universitario, e la divulgazione delle relative opere (in maggioranza traduzioni dei “classici”: Judith Butler, Michel Foucault, Annemarie Jagose e così via) è prerogativa delle associazioni culturali e per i diritti umani, e scaturisce quindi dal mondo dell’attivismo più che dell’accademia. In questa recensione ci dedicheremo proprio a questo acrobatico esercizio di trigonometria, cercando di evidenziare le pubblicazioni, si tratti di monografie, antologie o articoli, in cui emergono tematiche specificamente queer. In particolare, esploreremo il modo in cui autori e autrici affrontano tre nuclei concettuali: “definizione” (che cos’è queer, e come si differenzia da LGBT); “interpretazione” (cosa significa “importare” la nozione di queer dal contesto anglosassone a quello ex jugoslavo); “applicazione” (come il discorso queer viene relazionato a quello politico).
Uno dei primi volumi a introdurre la nozione di queer nel panorama culturale e scientifico ex jugoslavo è Transgressing Gender: Two is not enough for gender (e)quality: The Conference Collection, curato da Amir Hodzić e Jelena Postić, responsabili anche dell’organizzazione del convegno da cui nasce l’antologia. Sebbene i saggi proposti nel volume ruotino anche intorno a tematiche non esclusivamente queer, l’impostazione teorica alla base della pubblicazione si propone di uscire da una concezione binaria delle identità di genere, come del resto emerge con evidenza a partire dal titolo. Il nucleo concettuale degli articoli proposti è costituito infatti dalla sovversione dei ruoli di genere, in questo caso con attenzione alle questioni di identità piuttosto che di orientamento (elemento che avrebbe spostato la prospettiva in una direzione più tradizionalmente LGBT). I temi dominanti sono infatti quelli transexual/transgender, nonché quelli relativi alle pratiche di drag (kinging e queening) e gender-fuck (female masculinities). Mentre i primi decostruiscono una concezione normativa suggerendo che esistano più di due generi, i secondi evidenziano il carattere performativo delle identità “maschile” e “femminile”.
Se questa antologia ha fondamentalmente il merito di introdurre una prospettiva queer nella letteratura scientifica locale, in Preparing a space a cura di M. Puača, volume nato dai contributi teorici dei seminari del festival Queer Beograd – Party & Politics, organizzato nel dicembre 2005, troviamo alcuni saggi specificamente dedicati alla definizione della teoria e degli studi queer, nonché a chiarire il significato dello stesso termine queer e del suo ruolo nel contesto locale come principio costruttivo e non come una semplice importazione occidentale. Il saggio Defining queer di Jelisaveta Blagojević, ad esempio, basandosi principalmente sulle teorie di Jagose e su quelle post-strutturaliste, propone di caratterizzare il concetto di queer come “a non conformist approach to theory and politics, or a dissident attitude towards mainstream knowledge and global capitalistic politics (p. 10). Secondo l’autrice, il concetto di queer descrive “those gestures or analytical models which dramatise incoherencies in dominant theoretical and political concepts and questions unquestionable nature of the mainstream knowledge and rational way of thinking” (Ibidem). Blagojević identifica i punti chiave della teoria queer nei concetti di “performance” (contrapposto alle identità essenzialistiche) e “resistenza” (contro ogni forma di normatività):
Pushing for transgression of normativity, queer theory, whether being understood as transvestite performance or as an academic deconstruction, offered what seems like strategy of resistance towards the identity politics. The idea of identity as free-floating, as not connected to the “essence”, but instead to the performance is one of the key ideas in queer theory. […] The defining element of the queer studies arises from a position of resistance. This is the reason why, if the concept of queerness and being queer wants to keep its critical or even subversive potential, it has to remain an identity under construction, a site of permanent becoming, that is never fully appropriated and/or owned, but always already redeployed, queered from a prior usage as well as a passionate search for alternatives and alternative ways of thinking and doing (p. 11).
Questa concezione, com’è forse naturale, non si allontana particolarmente dalla tradizionale definizione di queer nell’accademia anglosassone, e di conseguenza necessita di una rielaborazione nel contesto locale. Anzi, può capitare di imbattersi nella resistenza di chi considera l’idea stessa di queer un mero concetto d’importazione o una moda che nulla ha a che vedere con le realtà e le identità delle minoranze di sesso, genere e orientamento nel variegato universo ex jugoslavo (tale critica emerge ad esempio in Women and politics: sexuality between the local and the global, a cura di Đ. Knežević, Zagreb 2004, in particolare negli articoli di Jelena Postić, Tea Nikolić e Jelena Kerkez).
Jelisaveta Blagojević, nell’articolo già citato, pur riconoscendo la necessità di non adottare acriticamente il discorso queer, apre invece alla possibilità di una sua rielaborazione:
Queer is a term that has been generated in a different culture, which in its Serbian use does not have an immediate equivalent to the meaning that is implied in English. Translation of Queer theory into a Balkans cultural and political context, although in my opinion being a necessary move, seems to be a very complex and demanding task. One can enumerate a huge list of possible obstacles for such translation. […] It can be read as simply another form of imperialism as many people have done, but also, and perhaps more productively, as a useful means towards creating a form of “global queerhood” and to achieve globally what cannot be achieved at the merely local level. It offers the possibility to create communities beyond borders, a kind of “imagined” or maybe “desired” community, and it also provides tools with which to fight against global homophobia. Let’s take Serbian cultural and political context as a framework: translating Queer Theory into it requires from us to look and to see from different perspectives at once: on the one hand, non-identity approach that queer theory and practice has to offer seems as very important and powerful tool for fighting against every kind of other-phobia; on the other hand, identity approach, might, at least one day, allow Serbian sexual and other minorities, certain rights, certain power and pride (p. 12-13).
Da un lato, quindi, “queer” appare come un’identità più sfumata e meno incisiva, in particolare sullo sfondo del contesto repressivo locale. Dall’altro, si delinea come una sorta di chiave di collegamento che, ampliando lo spettro di riflessione e azione a dinamiche di normatività e decostruzione della stessa su una varietà di livelli, permette di mettere in atto un discorso meno marginale. Quest’ultimo concetto presenta evoluzioni di particolare rilevanza, in quanto conduce a un approccio inclusivo al tema delle differenze, che si traduce nell’intreccio di tematiche relative alla norma e alla deviazione a vari livelli: queer diventa dunque rifiuto delle categorie binarie che generano aggressione sulla base di dicotomie gerarchiche fra il sé e l’altro. Si apre così la possibilità di trasferire la prospettiva queer dal piano teorico a quello politico e dell’attivismo. Prosegue infatti Blagojević:
Queer theory opens up a possibility to redefine borders and borderlines between theory and politics, academy and activism, etc. The new paradigm of thinking, whereas queer theory is important part of it – understands thought as always already a political, and calls for redefining what is political as such. Since it refers to culturally marginal sexual self-identifications, and what is even more important to the space between these identities, to the kind of “in-betweens” of any identity (not necessarily only sexual one), Queer theory should represent the constant way of subversion and undermining of the dominant, homophobic, or if I can say so – otherphobic – ideologies and the ways of deploying power (p. 10).
Il dibattito teorico scaturito dai seminari confluisce nel volume The Malfunction, dedicato alla situazione socio-politica nel territorio ex jugoslavo e alle possibili relazioni con la teoria e l’attivismo queer, potenziali strumenti di sensibilizzazione e pluralizzazione della società. In particolare, un tema chiave dall’antologia è costituito dal rapporto tra identità nazionale e identità di genere nel contesto serbo ed ex jugoslavo in generale, sia a livello di schemi normativi prefigurati nella cultura tradizionale che del valore politico insito nel sovvertimento di tali stereotipi. Ad esempio, Boban Stojanović nota come la rinascita del nazionalismo negli anni Novanta si sia accompagnata all’emergere con prepotenza di un’identità “nazionale e maschile” basata sulla svalutazione dell’“altro”. Il tentativo di eludere i canoni di genere acquisti assume di conseguenza implicazioni politiche più ampie:
To be gay, during the nineties, meant to be a traitor, social garbage, responsible for all evil in the country. Homosexual identity was an instrument for political disqualification. But, during the War, the strong resistance toward all kind of hatred, violence, crimes, militarism, nationalism, racism, hate speech and very engaged political activism and work in this field, came from queer people. Queer people used the experience of being oppressed to show their solidarity to new victims, mostly discriminated for their national and religious identity (pp. 9-10).
Sulla base dei testi disponibili a oggi e analizzati in questa sede, la specificità del discorso queer nell’area ex jugoslava consiste proprio nella pre-definizione di queer come rifiuto della norma e dell’imposizione di qualsiasi identità, a partire da quella sessuale o eterosessuale per passare a quella nazionale, di classe o religiosa.

eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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