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Queerowanie Feminizmu – estetyka, polityka, czy coś więcej?, a cura di J. Zakrzewska, Konsola, Poznań 2006 (Andrea F. De Carlo), pp. 367-369
Il volume Queerowanie Feminizmu [Rendere queer il femminismo] raccoglie le relazioni presentate all’omonima conferenza organizzata a Poznań nel 2006 e dedicata a tematiche femministe, gender e queer. La miscellanea presenta un carattere interdisciplinare, poiché molteplici sono i suoi campi d’indagine attraverso i quali si propone di rispondere a tre quesiti fondamentali: in che modo il femminismo può servirsi della teoria e della pratica queer?; il femminismo può usare il camp come strumento o modello d’indagine della cultura contemporanea, dell’identità, della sessualità, del corpo?; in che modo la teoria queer è presente nell’arte audiovisiva e come può creare un’estetica femminista?
I primi interventi – posti a introduzione del volume – analizzano il femminismo della terza generazione e soprattutto i cambiamenti che ha subito nel corso degli anni. Secondo l’intervento di Emilia Brzozowska e Agata Młodawska, la teoria queer ha giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione del movimento femminista, principalmente sul piano dell’apertura e dell’accettazione della diversità. Infatti, il queer ha aiutato a far comprendere forme di oppressione e differenze e, talvolta, anche le fratture che persistono tra il femminismo borghese e quello povero, tra il femminismo “bianco” e quello “nero”. La nuova generazione di femministe è consapevole che l’oppressione può assumere diverse forme, talvolta anche latenti. La prima sezione si apre con il contributo di Agnieszka Weseli dedicato al fenomeno del transessualismo in Polonia. L’autrice rileva che la conoscenza sociale del fenomeno è ancora esigua e pecca di una certa arretratezza dovuta al conservatorismo e alla forte influenza della chiesa cattolica. Marta Trawinska e Piotr Antoniewicz si soffermano ad analizzare il queer come strategia di azione politica. Gli autori, dopo aver introdotto la nascita della teoria e pratica queer, passano ad analizzare le teorie di Judith Butler e Teresa de Lauretis che hanno costituito un punto di partenza per l’integrazione di gruppi da sempre esclusi e marginalizzati come lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Gli studi di genere e queer, insieme al femminismo e a movimenti sociali di vario tipo, hanno contribuito a ridimensionare le differenze sociali tra uomini e donne, nonché a integrare le diversità nell’ambito dell’orientamento sessuale, e ciò è ben spiegato nell’articolo di Bogusław Gertruda.
La seconda parte della miscellanea si apre con l’articolo di Anna Wiatr in cui si raccolgono esperienze di donne che, dopo essersi ammalate di cancro al seno, hanno subito la mastectomia. Questa pratica chirurgica lede il delicato legame che sussiste tra identità femminile e corpo, facendone scaturire varie problematiche. Lo stesso legame, anche se da un punto di vista diverso, viene analizzato altresì da Michał Płaczek: l’uso del corpo come forma di comunicazione e di protesta sociale, che, in casi estremi, può sfociare in forme di automutilazione.
Nella terza sezione troviamo due articoli che analizzano la scrittura femminile contemporanea e il suo legame con la teoria queer. L’intervento di Marzena Lizurej mette a confronto l’opera di tre scrittrici polacche contemporanee: Natasza Goerke, Izabela Filipiak e Olga Tokarczuk. Nel racconto Powrót [Il ritorno] di Goerke sono chiari i riferimenti alla filosofia del buddismo tibetano: la sessualità non appare più come determinante divino o biologico, ma piuttosto come atto casuale scaturito dalla circolarità della vita. Se invece non si crede nella reincarnazione, allora si può avere una gamma di possibilità come nel caso di Marianna, l’eroina del romanzo Absolutna amnezja [Amnesia assoluta] di Filipiak, che propone diciassette ipotetiche biografie, tutte concluse con una nota drammatica. Marianna percepisce come soffocanti le barriere eterosessuali e misogine imposte dalla società e radicate in forme sociali di controllo come la famiglia, la scuola, l’ospedale e la dittatura politica. Un’alternativa viene proposta da Tokarczuk nel racconto Gra na wielu bębenkach (tradotto in italiano come Sonata per molti tamburi, Eadem, Che Guevara e altri racconti, a cura di S. De Fanti, Udine 2006), dove la protagonista – per uscire da una quotidianità annichilente e tediosa – si serve del sistema sovversivo dell’identità.
Con l’intervento di Bernadetta Darska si passa all’analisi della letteratura lesbica in Polonia dopo il 1989. L’autrice, partendo dal coming out letterario attuato da Izabela Filipiak in Niebieska menażeria [Il serraglio blu], mette a confronto tre autrici: Ewa Schilling, Monika Mostowik e Magdalena Okoniewska. Darska osserva che in Polonia la letteratura omosessuale maschile, rispetto a quella lesbica, negli ultimi anni ha ottenuto un grande successo di pubblico, basti ricordare Lubiewo (2006) di Michał Witkowski o Trzech panów w łóżku nie licząc kota [Tre signori a letto senza contare il gatto, 2005] di Bartosz Żurawiecki. Questo nasce dal fatto che la letteratura lesbica non ha quel tono spettacolare e scandaloso che rende tanto attraente la prosa gay maschile. Tutte e tre le autrici provano a descrivere le esperienze dell’amore lesbico riscattandolo dalla prospettiva di diversità o marginalità. Purtroppo, secondo Darska, e questo vale per la prosa a tematica omosessuale in generale, non sempre si riesce a superare schemi e stereotipi sociali: le lesbiche si amano, mentre i gay fornicano.
Marcin Drabek e Marta Klimowicz analizzano le lettere di una rubrica di Wysokie Obcasy, supplemento del quotidiano Gazeta Wyborcza, pubblicata a partire dal 1999. Gli autori reinterpretano queste lettere con l’ausilio della teoria queer, fornendo così un interessante spaccato della società polacca.
La quarta e ultima sezione si sofferma sulla presenza del camp nell’arte plastica e audiovisiva. Maria Niemyjska approfondisce l’estetica camp nell’arte contemporanea di stampo femminista, comparando l’opera di tre artiste contemporanee di fama internazionale: Pipilotti Rist, Nan Goldin e Orlan. Tutte e tre indagano l’universo femminile e la sua identità, servendosi di vari strumenti espressivi. Nelle loro opere affrontano una questione fondamentale: la molteplicità dell’identità e la fluidità delle sue metamorfosi. Il rapporto tra corpo e identità è complesso, poiché il corpo è solo una maschera effimera e la sua fluidità porta inevitabilmente alla mutabilità dell’identità. Questo lo sa bene l’artista francese Orlan che si è sottoposta a un numero incalcolabile di interventi di chirurgia plastica: all’inizio per raggiungere un ideale di bellezza femminile e poi, attraverso l’utilizzo di protesi, per deformare il proprio corpo, distruggendo così gli schemi di bellezza imposti.
La relazione tra arte e identità – proposta nell’articolo di Monika Musiatowicz – è ancora terreno d’indagine delle artiste polacche contemporanee per le quali tutto gravita intorno a due concetti essenziali: mięsność e mięsistość [carnalità e carnosità]. Questo connubio tra arte, identità e camp è presente altresì nei film del regista anarchico Jesús Franco Manera, tema su cui verte l’appassionante contributo di Sebastian Rerak. Nei film di Manera un’iconografia sadomasochista à la de Sade fa da sfondo a uno dei temi prediletti del regista, ovvero il comportamento non normativo tra donne con inclinazione al vampirismo. Per il regista il vampirismo è strettamente legato alla sessualità tanto da sfociare ai limiti della pornografia: Irina Karlstein, rievocando la famosa Elżbieta Batory, si masturba nella vasca da bagno fino alla morte. Lo stesso mito del vampiro è di per sé erotico, poiché attacca di notte, lede l’intimità della sua vittima, spesso svegliandola e mordendola al collo per berne il sangue. Quest’ultimo gesto può essere inteso non solo come forma di rigenerazione ma, altresì, come un sostituto del convenzionale rapporto sessuale. Rerak fa una rassegna dei film dal 1970 al 1974 in cui si manifesta il vampirismo femminile strettamente legato a omosessualità, bisessualità, sadomasochismo, necrofilia, persino incesto e altre pratiche sessuali considerate non normative. Le vampire lesbiche dei film di Manera sono una provocazione alla tradizionale cultura maschilista e eteronormativa che cerca di soffocare il desiderio omosessuale femminile.
Con gli interventi di Lidia Krawczyk e di Sylwia Chutnik si chiude la miscellanea: la prima ricorda icone camp contemporanee come Mae West, Joan Crawford e la cantante Madonna; la seconda, riprendendo teorie di Judith Butler e la “carnevalizzazione” della cultura di Bachtin, si sofferma ad analizzare il fenomeno Madonna come icona della femminilità, della sessualità e dell’identità.
Queerowanie feminizmu appare subito un’opera diversificata, come diverso e complesso è lo stesso fenomeno queer. Oggi questa teoria è usata come strumento di analisi da diverse discipline umanistiche e, in questa occasione, si è cercato di allargarne i confini ad altri fenomeni e applicarla ad altri campi d’indagine. Questo progetto ha coinvolto la partecipazione sia di studiosi di fama internazionale come Ewa Hyży, che insegna studi di genere all’università di Denver, sia di giovani studiosi, nonché semplici appassionati. Purtroppo non tutti gli interventi della miscellanea risultano qualitativamente apprezzabili, ma costituiscono pur sempre un piccolo contributo e una prova – senza la pretesa di voler esaurire il tema – di diffondere il dibattito sul queer, il femminismo e l’estetica camp, che negli ultimi anni in Polonia risulta sempre più vivace e appassionato.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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