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S. Ondrisová – M. Šípošová – I. Červenková – P. Jójárt – G. Bianchi, Neviditeľná menšina. Čo (ne)vieme o sexuálnej orientácii, Nadácia Občan a Demokracia, Bratislava 2002;
Lesby-by-by. Aspekty politiky identít, a cura di H. Hecker – A. Daučíková – Ľ. Kobová, Aspekt, Bratislava 2004;
Triangel: homosexualita – spoločnosť – politica, a cura di H. Fábry, Prvé lesbické združenie Museon, Bratislava 2007 (Tiziana D’Amico), pp. 392-397
Tra il 2002 e il 2007 la questione dei diritti delle minoranze sessuali è stata sotto i riflettori dell’opinione pubblica slovacca, seppure in modo altalenante. A partire dal disegno di legge per il riconoscimento delle coppie omosessuali dell’ottobre 2001 (Zákon o životnom partnerstve) le organizzazioni per i diritti umani e quelle LGBT, da un lato, e i difensori del “buon slovacco credente” (istituzioni religiose e partiti nazional-popolari), dall’altro, hanno compreso che non era più possibile proseguire con la politica della “tolleranza”. Questa soluzione “politicamente corretta” doveva in teoria accontentare entrambe le parti: i movimenti LGBT, in quanto concedeva loro uno spazio pubblico, e i conservatori, perché non veniva intaccato il fondamento della società slovacca, la famiglia di matrice cristiana. La presentazione del disegno di legge ha spezzato questo equilibrio apparente.
La richiesta del diritto al riconoscimento sociale e politico è quello che accomuna queste tre pubblicazioni. Neviditeľná menšina. Čo (ne)vieme o sexuálnej orientácii [La minoranza invisibile. Quello che (non) sappiamo sull’orientamento sessuale] compie il primo passo necessario per l’“accettazione” dell’altro: smantella i pregiudizi e gli stereotipi con dati statistici e scientifici. Triangel: homosexualita – spoločnosť – politika [Il triangolo: omosessualità – società – politica] evidenzia le basi necessarie per poter iniziare una discussione politica, nel senso più ampio del termine, tra soggetti eterosessuali e omosessuali su una base paritetica. Lesby-by-by. Aspekty politiky identít [Lesby-by-by. Aspetti della politica delle identità] si colloca a metà strada tra gli altri due testi: racconta le identità lesbiche in un progetto editoriale che si concentra sulle donne, altro soggetto i cui diritti, seppur formalmente riconosciuti, non sono ancora rispettati nella realtà.
Neviditeľná menšina, pubblicato nel 2002, affronta il tema dell’orientamento sessuale nel contesto dei diritti umani. Scrive infatti Šarlota Pufflerová nella premessa:
l’insufficienza delle conoscenze sulle possibilità di avvicinamento a questo fenomeno e le scarse informazioni su quanto e come è stato fatto altrove nel mondo contribuiscono alla ridotta consapevolezza della necessità di risolvere i problemi delle persone e delle comunità con un orientamento omosessuale o bisessuale in Slovacchia (p. 7).
Non a caso il libro è stato pubblicato dalla fondazione per la difesa dei diritti umani Občan a demokracia [Cittadino e democrazia], utilizzando il programma di finanziamento Matra/Kap del governo olandese, e si inserisce nella discussione sul disegno di legge per il riconoscimento delle coppie omosessuali. L’obiettivo è quello di coprire un vuoto informativo sull’omosessualità e si presenta come una mappatura delle domande più frequenti su questo tema, suddivisa in 14 brevi capitoli che spaziano dalla spiegazione dei termini che indicano l’orientamento sessuale all’analisi dell’omofobia e dell’eterosessismo passando per la questione del genere, del coming out e della discriminazione.
Una sezione particolarmente interessante e ricca di spunti di riflessione è quella costituita dai capitoli Geji a lesbické ženy ako rodičia [Gay e donne lesbiche come genitori], Výskumy o gejských a lesbických rodinách [Indagini sulle famiglie gay e lesbiche] e Rozmanitosť a pozitívne aspekty gejiských a lesbických rodín [Differenze e aspetti postivi delle famiglie gay e lesbiche] tutti e tre di Paula Jójárt, dove, accanto all’analisi degli stereotipi legati alle famiglie “omosessuali”, troviamo anche i primi risultati di un’indagine sul campo delle diverse tipologie di nuclei familiari (genitore che scopre la propria omosessualità dopo il matrimonio, coppia omogenitoriale e così via). In questa sezione vengono analizzate le differenze di comportamento riscontrabili in un bambino con un genitore omosessuale e sottolineati alcuni vantaggi, quali ad esempio una maggiore autoconsapevolezza da parte di una madre lesbica nell’educazione della propria figlia. Jójárt parte dalla constatazione che se un eterosessuale può allevare un/a figlio/a omosessuale, senza che vengano messe in discussione la sua validità e integrità come genitore, la situazione contraria è vista come un forte pericolo, spesso un ostacolo, per la formazione “armoniosa” del soggetto. In una lingua chiara e asciutta, tipica dell’intera pubblicazione, l’autrice affronta i diversi luoghi comuni legati all’idea di una figura genitoriale omosessuale.
Il libro è pensato come strumento di lavoro per figure professionali quali insegnanti, psicologi e psichiatri e per chi lavora con i media, nonché per i genitori, con alla fine “allegati da fotocopiare” dove oltre ai contatti con le associazioni LGBT slovacche troviamo interessanti proposte di “giochi di ruolo”. Nonostante sia destinato agli “addetti ai lavori”, questo libro risulta essere un ottimo strumento di riflessione per chiunque voglia saperne di più sull’omosessualità e i diritti delle minoranze sessuali.
Risponde alla necessità di aprire discussioni e approfondire l’argomento sessualità e società il testo Triangel: homosexualita – spoločnosť – politika, pubblicato nel 2007 e dedicato a Ivan Požgai, uno degli autori del disegno di legge sul riconoscimento delle coppie omosessuali, morto nel 2006. Nel 2007 la questione che questo progetto aveva sollevato è tornata di nuovo in primo piano. La pubblicazione è parte integrante della campagna di petizione Kto je kto [Chi è chi] a sostegno dell’approvazione della legge sul riconoscimento delle coppie omosessuali ed è pubblicata in collaborazione con l’associazione lesbica Museion e la fondazione Občan a demokracia, e finanziata dallo Slovensko-český ženský fond [Fondo femminile slovacco-ceco]. Le elezioni politiche del 2006 avevano aperto nuove speranze per l’approvazione della legge, ma a vincere sarebbe stata la coalizione guidata da Fico, composta da partiti ostili alla legge che, a oggi, non è stata approvata dal parlamento slovacco. Il titolo esprime l’auspicio degli autori che si crei un triangolo equilatero dove politica, omosessualità e società comunichino come soggetti alla pari e il cui obiettivo sia però “niente di meno che oltrepassare le frontiere: nella società, in politica e dentro di noi” (p. 12).
Se Neviditeľná menšinaè un testo che sulla questione politica rimane “neutrale”, Triangel non lo è e non lo vuole essere, come appare evidente dalla collaborazione con l’associazione lesbica Museion. L’intento politico è ribadito dalla curatrice Hana Fábry che in Namiesto predslovu niečo o štátnej (ne)rovnici… [Al posto di una premessa qualcosa sulla (dis)uguaglianza statale] scrive dell’atteggiamento degli autori nei confronti della suddetta legge: “dalla posizione dei sì (e nessuno in questo libro lo nasconde) tentiamo di avanzare alcuni argomenti pratici da mettere sulla tavola rotonda e alcune storie personali per il comodino” (p. 11). La studiosa si riferisce alle due sezioni del testo Na rokovací stôl… [Sulla tavola rotonda], che raccoglie studi e argomentazioni “pro riconoscimento”, e …a na nočný stolík [… e sul comodino], dove vengono offerti al lettore alcuni componimenti letterari. Tavola rotonda e comodino rappresentano dunque rispettivamente la politica e la vita personale.
La prima parte di Triangel propone diversi contributi di storia e sociologia. In Homosexualita, spoločnosť a politika [Omosessualità, società e politica] Oľga Pietruchová analizza i diversi punti di vista assunti nel corso dei secoli rispetto all’omosessualità; Registrovaní partnerství – špatné svědomí zákonodarců [Registrazione delle coppie di fatto – la cattiva coscienza dei legislatori] di Jiří Hromada presenta il percorso che dal 1995 ha portato alla legge sulla registrazione delle coppie omosessuali in Repubblica ceca nel 2006; Prečo potrebujeme zákon o registrovaných partnestvách [Perché abbiamo bisogno della legge sulle coppie di fatto] di Janka Debrecéniová analizza la situazione in Slovacchia; Výkrik [Il grido] di Roman Kollárik è una riflessione sulla parità e la disparità dei diritti tra eterosessuali e omosessuali; in Gejskí a lesbické rodiny na prahu 21. storočia [Famiglie lesbiche e gay alla soglia del XXI secolo] Paula Jójárt indaga gli stereotipi sulle “famiglie omosessuali”; infine Politická versus sexualná identita [Identità politica versus identità sessuale] di Mária Grajcarová si focalizza sul passaggio da un’identità sessuale, sostanzialmente privata, a un’autoconsapevolezza politica.
La seconda parte del testo raccoglie i componimenti letterari di Uršula Kovalyk, autrice teatrale, Marcela Spiššáková, giornalista e autrice di racconti, e Svatava Antošová, scrittrice e poetessa ceca. Troviamo inoltre un piccolo saggio di Požgai e un racconto di Viktor Šefčík, vincitore del concorso letterario bandito dall’associazione Museion.
Il lettore potrebbe chiedersi il motivo della presenza di questi componimenti in un libro “politico”. La curatrice scrive che “con la forma letteraria [questa pubblicazione] si avvicina alle vite vissute da gay e lesbiche” (p. 11). Quello che possiamo affermare è che la parte dedicata al “comodino” mette in atto quel coinvolgimento emotivo tipico della letteratura, che va a completare la riflessione “razionale” stimolata dai contributi della prima parte. Nondimeno, una valutazione critica di questi ultimi testi risulta difficile. Il contesto “politico” in cui sono inseriti riconduce il loro valore a mera testimonianza di “vita” (con l’eccezione del saggio di Požgai che si differenzia qualitativamente dagli altri).
Due contributi meritano particolare attenzione. Nie som predsa kukučka [Non sono affatto un cuculo] di Požgai attira l’attenzione sin dal titolo: ci si chiede a quale caratteristica di questo animale faccia riferimento l’autore, al cuculo che si trova a essere un “ospite”, un uovo estraneo rispetto a quelli presenti nel nido (il cuculo depone il proprio uovo all’interno del nido di uccelli di altre specie), o al piccolo cuculo che al momento della schiusa si sbarazza degli altri “fratellastri” presentandosi ai genitori come unico piccolo da nutrire. Non essere un cuculo significa non esserlo in quanto omosessuale, cioè non essere un “diverso”, appartenente a una “razza” umana differente, o in quanto non si ha la necessità di eliminare soggetti differenti per essere accettato? L’autore punta il dito contro la “tolleranza”:
cosa suscita in un uomo il bisogno di tollerare qualcuno per la sua diversità? La convinzione che rispetto a quel qualcuno lui è superiore, la sensazione che lui agisce nella maniera giusta e l’altro nel modo sbagliato, la sensazione che lui è migliore e l’altro peggiore. […] Ti verrebbe in mente di tollerare ciò che consideri profondamente giusto? La tolleranza è solo intolleranza detta meglio. Io non ho bisogno di tollerare nessuno e non voglio che qualcuno tolleri me (p. 120).
Il nodo della questione è la norma stabilita, che accetta solo ciò che è dentro i suoi confini e “tollera” quello che si trova al di fuori. Nel secondo testo, Výkrik di Kollárik, l’autore osserva:
sappiamo tutto di loro [degli eterosessuali] e loro non sanno niente di noi. Invece di indagare noi stessi, le nostre sensazioni, gusti, interessi, qualità, bisogni, relazioni, corpi… e presentarci a loro in modo sincero e aperto, cerchiamo di sondare il gusto “dei potenti”, di conformarci alle rappresentazioni che hanno di noi per divenire così più accettabili. Ma l’accettazione in questa forma non è accettazione di ciò che è diverso, bensì di ciò che è uguale (p. 56).
Nella sua recensione al volume [“Politika bytia v koži LGBT (Poznámky z čítania)”, <http://www.aspekt.sk/aspekt_in.php?content=clanok&rubrika=29&IDclanok=438>] Martina Rundesová scrive che il pensiero di Požgai risulterà “per molti sicuramente un’aperta provocazione”, affermazione che può essere estesa anche al testo di Kollárik. Tuttavia questi due contributi sono provocatori solo nella misura in cui l’unico metro di valutazione valido è la norma eterosessuale. Kollárik questa norma la sovverte anche attraverso la grammatica: all’inizio del suo saggio utilizza la forma grammaticale neutra “som nahnevané” [sono arrabbiato/a], con cui mira chiaramente a rompere lo schema uomo/donna. Si serve della lingua per le sue argomentazioni anche Požgai, quando osserva come l’omosessualità è percepita al di fuori della norma linguistica “nazionale”: nel dizionario della lingua slovacca si trova il termine “eterosessuale” ma non “omosessuale”, che invece è inserito nel dizionario dei termini stranieri. Così Požgai spiega questa anomalia: “La paura. La paura dell’autoidentificazione. Sulla base di cosa? Nel confronto con cosa? La paura di ammettere la differenza. Quale? La paura della ‘propria diversità’. Ma questo non è un mio problema, io non sono per nulla un cuculo” (p. 123).
Triangel mette in discussione alcune “regole” stabilite e lo fa anche attraverso la struttura stessa del libro. Abbiamo già descritto le peculiarità dell’indice, le cui due “anime”, politica e letteraria, sono poste in modo speculare l’una all’altra. A questo bisogna aggiungere l’assenza di elementi “strutturali” quali le premesse e le conclusioni, sostituite da Namiesto predslovu di Fábry e Namiesto záveru ODWECY-GWECY Tima Bastriguliho [Al posto della conclusione ODWECY-GWECY di Tim Bastrigul]. Questa alterazione della tipica struttura del libro diviene un costante richiamo per il lettore a tenere presente che qualsiasi norma, anche quella dell’indice di un libro, è costruita.
Il terzo volume che prendiamo in esame si differenzia dagli altri due per finalità e contenuto. Lesby-by-by. Aspekty politiky identít si inserisce in una collana editoriale di Aspekt (progetto editoriale e educativo femminista) sulla problematica dei diritti delle donne. Le identità politiche a cui fa riferimento il sottotitolo sono quelle definite come lesbiche, bisessuali e transgender. Questa pubblicazione non ha l’obiettivo di “divulgare”, di smantellare i pregiudizi, ma di analizzare lo sviluppo interno delle identità e il modo in cui queste vengono percepite e rappresentate all’esterno. Il taglio scientifico è evidente fin dalla premessa, Lesby, ktoré (ne)existujú. Na úvod [Lesbiche che (non) esistono. Come premessa] di Hanna Hacker, dove la sociologa, esperta di teoria queer e studi postcoloniali, sottolinea il complesso rapporto tra il movimento lesbico nato nei paesi occidentali e quelli sviluppatisi nel “sud del mondo” e in Europa centrale e orientale. Il movimento lesbico, come molti altri movimenti che puntano alla “cooperazione allo sviluppo”, deve ridiscutere la validità dei percorsi di “liberalizzazione”, che partono sempre da nord e da occidente per andare a sud e a oriente: “l’occidentalizzazione include una dimensione culturale e materiale imperialistica anche per la formazione delle identità lesbiche” (p. 11).
Lesby-by-by si colloca, secondo Hacker, all’incrocio tra “punti di vista storici e soggettivi” (p. 13). L’intrecciarsi di soggettivo e storico è manifestato dalla compresenza di saggi “storici” (come la traduzione di The Woman-Identified Woman, manifesto del movimento Radicalesbians del 1970, e i testi ormai classici di Judith Butler e Gertrude Stein) e studi che potremmo definire “locali”, quali l’indagine sulla percezione dell’estetica lesbica di Andrea Sváková o l’analisi del rapporto tra identità nazionale e identità lesbica in Polonia di Anna Gruszczyńska.
I contributi del libro affrontano tre ambiti: “le comunità lesbiche e l’attivismo politico, la produzione teorica e la letteratura, la scrittura, la fiction” (p. 14). Questi argomenti sono suddivisi in quattro parti. La prima riguarda l’attivismo e il movimento lesbico in Slovacchia, la seconda si concentra sulla rappresentazione e la costruzione dell’immagine delle lesbiche e della sessualità lesbica nei media, nella critica letteraria e nella storia, la terza parte presenta la produzione letteraria, mentre la quarta si concentra sulla teoria e le correnti di pensiero, dal femminismo radicale degli anni Settanta alla teoria queer.
La nostra attenzione si è concentrata sulle prime due parti del testo in esame, dove si trovano i contributi “locali”, perché permettono di seguire le diverse metodologie di indagine e di osservare il “lavoro sul campo”, mostrando proprio quel “work in progress” che permette al lettore di “vedere” la complessità delle identità.
La prima sezione, dedicata all’attivismo e allo sviluppo del movimento lesbico in Slovacchia è arricchita da alcuni contributi interessanti sulla situazione in Polonia, Ucraina e Repubblica democratica tedesca negli anni Ottanta. Gli articoli di questa sezione evidenziano gli elementi in comune nello sviluppo delle comunità e dei movimenti LGBT nei paesi dell’Europa dell’est. Anna Guszczyńska in Aké je byť lesbou, Poľkou a neviditeľnou [Com’è essere lesbica, polacca e invisibile] scrive:
la definizione lesbica “polacca” che utilizzo è molto insolita ed è accettata solo con riserve. […] Come se, dal punto di vista dell’identità polacca, la polacca lesbica non fosse catalogata, allo stesso modo in cui i polacchi non percepiscono la propria sessualità (eterosessuale), il proprio colore della pelle (bianca) e il dato reale di avere un corpo determinato fisicamente, eppure tutti questi dati reali sono percepiti come determinanti ovvie e indubbie della “polonità” (p. 102).
Questa affermazione è applicabile anche alla concezione di “slovacchità” e all’identità nazionale ucraina.
La seconda sezione ci permette di vedere l’attuazione dei meccanismi di rappresentazione dell’omosessualità femminile nella stampa, nella critica letteraria e nella storia. In Tlač pod drobnohľadom: zahrávanie s Martinou [La stampa al microscopio: scherzare con Martina] Diane Hamer mostra con estrema chiarezza l’influenza della stampa nella formazione dell’immagine collettiva del mondo LGBT sulla base dell’esempio della campionessa di tennis Martina Navrátilová, che nel 1981 ha dichiarato pubblicamente la propria omosessualità. Nei vari articoli riportati dall’autrice possiamo vedere, a occhio nudo e non “al microscopio”, come l’omosessualità di una giocatrice “vincente” abbia messo in crisi il pubblico, la stampa e il mondo che ruota intorno al tennis. Se lo sport femminile è “problematico” perché mostra elementi tipicamente maschili, come il sudore, le parolacce e la forza fisica, l’essere lesbica, osserva Hamer, complica ulteriormente la questione. Scrive l’autrice: “le sportive che gareggiano a livello mondiale sono all’apice della loro carriera e quindi i media se le contendono. Sono modelli per le ragazze e le donne del mondo occidentale” (p. 161). È interessante seguire come la stampa “registri” il legame della tennista con Judy Nelson. I giornalisti di Daily star, Today e People, di cui sono riportati alcuni brani, presentano la compagna di Navrátilová come “madre di due bambini”, “precedentemente sposata” e “ex regina di bellezza”. Nonostante la tennista dichiari apertamente il proprio orientamento sessuale, la stampa cerca quindi di “de-eroticizzare” il loro rapporto. Come osserva Hamer, la stampa presenta Judy Nelson come eterosessuale e questo permette di estromettere il rapporto sessuale dalla sua relazione con la tennista e ricondurre la relazione amorosa a un’amicizia “particolare”, evitando di mettere in discussione gli stereotipi di genere vigenti nella società e, in maniera ancora più forte, nel mondo dello sport. Scrive Hamer
Martina può essere lesbica, Judy Nelson no – una bionda con due bambini e un ex marito non può in nessun modo essere lesbica. Nonostante in questi articoli si manifesti ripetutamente la paura che le lesbiche in tenuta da tennis possano “rovinare” giovani donne innocenti, appare in maniera del tutto chiara il rifiuto ragionato di credere che le donne possano cambiare e cambino la propria sessualità o che una donna adulta con un passato eterosessuale possa preferire una donna a un uomo (p. 168).
Particolarmente interessante è il campo della descrizione fisica. Sebbene sia Martina Navrátilová che Judy Nelson siano bionde, Hamer osserva come questo attributo sia usato solo per la seconda: “L’utilizzo dell’aggettivo ‘biondo’ evidenzia in modo chiaro il fascino eterosessuale di Judy Nelson. […] La femminilità al cento per cento, simboleggiata dai capelli biondi, non può essere utilizzata per descrivere la lesbica Martina” (p. 168).
In Women at work – Pozor, na Lesby-by-by sa pracuje!, recensione di Ľubica Kobová al testo che stiamo analizzando, leggiamo:
Mi immagino di camminare lungo una strada cosiddetta “normale”, “straight”, eterosessuale, e urto contro […] un triangolo con la scritta “women at work”, le donne lavorano oppure le lesbiche, le bisessuali, le transgender lavorano. […] Spero che Lesby by by sia un’ulteriore pubblicazione che collochi e regoli i segnali stradali e così costruisca una nuova mappa per gli inflazionati percorsi stabiliti dall’onnipresente griglia eterosessuale (<http://www.aspekt.sk/aspekt_in.php?IDclanok=1&content=clanok&rubrika=1>).
Kobová sottolinea però che Lesby by by non è una guida, ma piuttosto un aiuto a dare un nome e uno spazio a quelle identità spesso solo “etichettate”, etichette che accompagnano il lettore per tutto il libro. La seconda e la terza pagina di copertina ospitano il lavoro di Sabina Buamnn e Christina Della Giustina Neformálnych súboroch neformálnych pomenovaní 1, 2, 3, 4 [Raccolta informale di definizioni informali 1, 2, 3, 4].
Potremmo definire questo componimento una creazione di “design editoriale” perché raccoglie le espressioni, per lo più dispregiative, che vanno a indicare tutte le categorie di “persone che si differenziano dal comportamento sessuale normativo”; aprendo il libro e sfogliandolo il lettore si trova davanti a questi termini, a conclusione e all’inizio dei capitoli. Come abbiamo osservato per Triangel, anche Lesby by by “gioca” con la tradizionale struttura del libro: le quattro sezioni del volume sono contrassegnate come n), a), ba) e by), e vanno dunque a comporre l’espressione “na baby”, usata per indicare l’orientamento sessuale (“ona je na baby” significa “a lei piacciono le ragazze”).
Per concludere, proviamo ad avanzare una risposta alla domanda che ci siamo posti parlando della presenza letteraria in Triangel: perché unire politica e letteratura nello stesso libro? Riteniamo che alla base della scelta di inserire testi letterari in pubblicazioni politiche o scientifiche, come Lesby by by, vi sia il bisogno di dimostrare la maturità raggiunta dall’identità omosessuale, che si manifesta anche nella produzione letteraria. Se interpretiamo la letteratura come strumento di riappropriazione della lingua, il prodotto letterario permette di dare nuovi significati alle parole “normali”. Come hanno evidenziato molti degli autori affrontati, è con la lingua e la parola che vengono messi ai margini tutti quei soggetti che non si adattano alla norma. Sui termini che definiscono le minoranze sessuali Buamnn e Della Giustina scrivono: “non una di queste parole volgari ha acquisito una veste affettuosa, carina. Offriamo queste parole perché entrino nell’uso. All’informazione sulla diversità serve la parola, non il silenzio”.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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