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K. Nedbálková, Spoutaná Rozkoš. Sociální (re)produkce genderu a sexuality v ženské věznici. Sociologické nakladatelství, Praha 2006 (Iva Baslarová, traduzione di Andrea Trovesi), pp. 376-378
Il libro della sociologa Kateřina Nedbálková, pubblicato presso la casa editrice Sociologické nakladatelství come quarto volume della collana Gender sondy, è la rielaborazione di una tesi di dottorato discussa alla Facoltà di studi sociali dell’università Masaryk di Brno nel 2004. Questo lavoro è il risultato di una ricerca etnografica svolta all’interno del carcere femminile di Podlesí (i nomi delle istituzioni e delle persone sono stati cambiati) con l’obiettivo di studiare la natura del genere in un’“istituzione totale” e la (ri)produzione di genere e sessualità in un luogo in cui apparentemente non è possibile alcuna differenziazione, poiché gli spazi delle donne e degli uomini sono nettamente separati. Nella Repubblica ceca questa è un’opera unica per impostazione e risultati raggiunti.
Nell’introduzione l’autrice illustra i problemi incontrati nella realizzazione della ricerca, a partire dalle difficoltà nell’ottenimento del permesso per accedere al carcere. Quando il suo studio si stava ormai trasformando in un lavoro di raccolta di interviste con ex detenute, Nedbálková ha avuto la possibilità di collaborare con il festival del cinema documentario sui diritti umani Jeden svět [Un mondo], per il quale erano programmate anche proiezioni di film ambientati in carcere. La sociologa è così potuta entrare non solo nel carcere femminile ma anche in quello maschile e procedere a un confronto alla luce dei dati raccolti. Grazie al contatto diretto con i direttori e le direttici delle case circondariali, Nedbálková ha infine ottenuto il permesso di lavorare alla sua ricerca nel carcere di Podlesí. Nell’introduzione l’autrice prende le distanze da un certo atteggiamento prevenuto nei confronti di una tematica così affascinante ed esorta ad accogliere con mente aperta il titolo proposto, Spoutaná Rozkoš. Sociální (re)produkce genderu a sexuality v ženské věznici [Piacere incatenato. La (ri)produzione sociale del genere e della sessualità in un carcere femminile], la cui interpretazione ristretta e unilaterale precluderebbe altri percorsi di indagine.
Il libro è diviso in due sezioni. Nella prima, dal titolo Vězení jako totální genderovaná instituce [Il carcere come istituzione in-generata e totale], l’autrice procede alla definizione della terminologia impiegata e del quadro teorico di riferimento, si richiama alla storia e alla problematica della detenzione femminile e ricorda le differenze tra detenute e detenuti nel passato e nel presente, soffermandosi in particolare sulla concezione della criminalità femminile e maschile e utilizzando il concetto di “istituzione totale” elaborato da Erving Goffman, che lo studioso intende come nuovo modello di istituzione statale nato con lo costituzione dello stato moderno. Goffman parla di istituzioni totali come di ibridi sociali, nei quali si fondono gli attributi di una comunità di vita e di un’organizzazione formale (p. 20). L’in-generazione di un’istituzione si mostra poi nella struttura (gerarchia) che rafforza lo status quo. La teorica Sandra Harding parla di un “universo in-generato” costituito da tre livelli: individuale (la nostra personale messa in atto dei ruoli di genere), la divisione del lavoro sulla base del genere di appartenenza e il livello simbolico, che può essere facilmente alterato. Tutti e tre i livelli riguardano anche le istituzioni totali.
Nedbálková analizza poi la subcultura delle detenute. A suo parere le donne sono maggiormente esposte a giudizio rispetto agli uomini in base al proprio ruolo stereotipato di donne, di cui loro stesse trapiantano in carcere le norme dal mondo oltre le sbarre. In quest’ottica le donne vengono considerate maggiormente legate alla maternità, all’assistenza e all’emotività, e questo si riflette anche nell’organizzazione del loro tempo all’interno di un’istituzione totale (per esempio sotto forma di gruppi di taglio e cucito o altro). Anche la visione della sessualità delle donne in prigione è condizionata dal genere: lo stesso rapporto sessuale è investito dall’esaltazione dei legami emotivi, mentre la relazione sessuale tra donne (o uomini) è definita dalla maggioranza sociale come deviazione.
La seconda parte del libro, dal titolo Genderovanost subkultur ve vězení pro ženy [L’in-generazione delle subculture in una prigione femminile], costituisce la ricerca vera e propria, aperta da un capitolo sulla metodologia della ricerca etnografica in carcere. L’autrice ha condotto una serie di interviste con le detenute e con gli addetti della prigione di Podlesí. Parallelamente, si è dedicata all’osservazione partecipata per penetrare e comprendere la gerarchia dell’istituzione e il suo funzionamento quotidiano, la codificazione dei rituali e del linguaggio delle detenute e dei custodi. Nei capitoli successivi i risultati della ricerca sono organizzati in tre gruppi tematici principali: Vězeňská subkultura jako reorganizace nabízeného [La subcultura carceraria come riorganizzazione del disponibile], Struktury distribuce prestiže a moci [Strutture di distribuzione del prestigio e del potere] e Homosexuální partnerství ve vězení [Coppie omosessuali in prigione].
Nel primo di questi capitoli l’autrice registra il funzionamento del mercato nero all’interno del carcere, le attività del tempo libero, del lavoro e della riqualificazione. Osserva la separazione stereotipica tra mascolinità e femminilità, che risulta anche nel caso di spazi divisi. Confrontando i regolamenti degli istituti penitenziari maschili e femminili riscontra infatti differenze nelle disposizioni che riguardano i detenuti: per gli uomini si presuppone violenza e distruzione dell’arredamento, mentre per le donne cura dell’ordine e decorazione degli spazi abitativi. Ai detenuti viene data la possibilità di allenamento e mantenimento della forza fisica nelle palestre della prigione, mentre le donne vengono indirizzate alla maternità: a Podlesí è stata aperta persino una sezione speciale a questo scopo (p. 107).
Trattandosi di un’istituzione per la quale è possibile presupporre una struttura gerarchica interna, un ulteriore elemento indicativo delle questioni di genere è l’analisi della distribuzione del prestigio e del potere. Nedbálková ha osservato che tra le donne elementi fondamentali sono la prestanza fisica (bellezza, salute, forza), l’età, l’appartenenza etnica, il tipo di crimine commesso, il livello di istruzione e l’autonomia psichica (p. 111). Le donne che diventano leader ottengono questa posizione grazie all’interazione con le altre detenute. All’estremo opposto si trovano le outsider, la cui stigmatizzazione risponde ancora una volta alla norme sociali del mondo esterno. In questa categoria rientrano soprattutto le malate psichiche e le donne che hanno commesso un delitto “imperdonabile”, ossia la violenza sui bambini. Un’altra causa rilevante della distribuzione diseguale di potere è la categoria dell’appartenenza etnica. L’in-generazione del mondo esterno si riflette attraverso la conoscenza sociale anche dietro le sbarre.
Il terzo capitolo del libro, estremamente rilevante poiché tratta della sessualità e dei comportamenti sessuali all’interno di questo tipo di istituzione totale, è dedicato al tema dell’omosessualità in carcere. L’autrice descrive brevemente la diversa esperienza della sessualità all’interno di una prigione, a seconda che sia maschile o femminile (e che dipende dalle diverse aspettative legate alla mascolinità e alla femminilità nel mondo esterno). Per gli uomini l’apice del rapporto sessuale sono la penetrazione e l’eiaculazione, che nell’ambito della stratificazione del potere definiscono chiaramente le posizioni maschile (individui forti) e femminile (individui deboli). Tutto ciò è esattamente una copia delle manifestazioni della sessualità nel mondo esterno, stupro e prostituzione inclusi. Nedbálková ha dovuto osservare con molta più attenzione la creazione e l’impiego di un gergo carcerario legato alla sessualità, nel quale si è giunti a una risemantizzazione di concetti comuni (per esempio, il termine “compagna” significa “amica”, mentre “amica” significa “amante”). La necessità di costruire legami sociali simili a quelli del mondo esterno si riflette nell’organizzazione di una vita “privata” all’interno della prigione. La riproduzione dei ruoli di partner maschile e femminile possono così essere rintracciati (con differenze nella loro realizzazione) tanto nelle prigioni femminili quanto in quelle maschili sotto forma di relazioni lesbiche (gay) o pseudo-famiglie (p. 142). L’autrice analizza i tipi di relazioni sessuali che si instaurano tra le detenute attuando una distinzione tra lesbiche “vere” e “non vere”. Le prime hanno fatto coming out ed erano lesbiche anche prima di entrare in prigione. Le seconde invece assumono transitoriamente comportamenti lesbici durante il periodo di permanenza in carcere e di solito dopo aver riacquistato la libertà non solo smettono di averne ma rinnegano addirittura di averli mai avuti. Le lesbiche “vere” ritengono che quelle “non vere” siano solo maschere, mentre in riferimento a se stesse parlano di veri sentimenti: la loro scelta è vista come “naturale” e quindi di maggior valore (p. 152). Secondo Nedbálková in carcere le lesbiche “vere” sono paradossalmente meno visibili perché sono solite non manifestare apertamente il proprio orientamento sessuale. Il sistema dell’istituzione totale dà loro anche la possibilità di vivere i propri rapporti in maniera idealizzata e romantica (allo stesso modo delle relazioni eterosessuali, attraverso le lettere), perché non possono realizzarsi pienamente.
Nella parte finale Nedbálková formula le sue conclusioni secondo le quali l’istituzione totale è uno spazio in cui i ruoli di genere non solo vengono riprodotti ma anche rinnovati. Il mondo “in-generato” penetra attraverso le pareti della prigione e, pur subendo trasformazioni, non smette di essere in sostanza lo stesso: “il carcere incatena il desiderio che già in precedenza era imprigionato nella dicotomia dei ruoli di genere“ (p. 183).
Grazie alla tematica affrontata e ai risultati raggiunti, questo studio si inserisce bene in una serie di pubblicazioni originali ceche sull’identificazione di pratiche di genere in particolari subculture e unisce una ricerca scientifica “avventurosa” a una formulazione rigorosa. Entrambe le sezioni principali del libro apportano nuove conoscenze nell’ambito della criminalità femminile, nonché della formazione e dell’esperienza della femminilità e della mascolinità all’interno delle prigioni. Lo spazio che queste conclusioni lasciano a ulteriori ricerche (sia in prigioni maschili o femminili sia presso altre istituzioni totali) può essere valutato positivamente o negativamente. Le conclusioni mostrate sulla base di questo caso concreto danno l’impressione che sia necessario ricercare altri significati, che si ricollegano in maniera abbastanza logica a ricerche etnografiche di altre subculture di genere.
L’autrice inoltre avvicina i lettori in maniera garbata a queste questioni, offrendo oltre alle conclusioni del suo studio anche altre riflessioni sul tema. L’elemento che in alcuni punti può disturbare la lettura è invece lo stile piuttosto monotono e l’abuso del passivo. Spoutaná Rozkoš è un titolo che non dovrebbe mancare in alcuna biblioteca, né pubblica né privata, dedicata a tematiche di genere e rappresenta un serio lavoro di ricerca su base empirica accompagnato da una manifesta creatività scientifica e teorica.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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