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A. Scarlato, L’immagine di Cristo, le parole del romanzo. Dostoevskij e la filosofia russa, Mimesis, Milano, 2006 (Davide Posadinu), pp. 305-307
Questo testo di Alessio Scarlato è dedicato all’analisi dell’immagine di Cristo nell’opera dostoevskiana e alle diverse interpretazioni di questa nella filosofia religiosa russa tra il 1880 e il 1934. La figura di Cristo, riferimento essenziale del pensiero di Dostoevskij, viene innanzitutto analizzata a partire da diverse fonti: la lettera dello scrittore a Natalija Fonvizina del 20 febbraio 1854, le considerazioni scritte nei taccuini dopo la morte della prima moglie e, soprattutto, i motivi cristici presenti nei romanzi Delitto e castigo, L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov. L’immagine di Cristo appare quindi rifratta in molteplici volti che ne rivelano l’intima problematicità.
Il tema della kenosi divina, ovvero il farsi nulla della divinità, il vuotarsi di se stesso che il Verbo divino compie nel rendersi natura umana, umiliandosi fino alla morte sulla croce (si veda N. Abbagnano, Dizionario di filosofia) è la chiave ermeneutica portante del testo di Scarlato. Il problema kenotico ha come suo presupposto il passo paolino: “Egli [Gesù Cristo], pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce”, (Fil., II, 6-8). In particolare il problema dell’umiliazione di Dio nel farsi uomo rivela la sua drammaticità sulla croce, nello scandalo della morte di Dio, attimo in cui, in virtù della libertà dell’atto divino, morte e resurrezione sono ambedue possibili e dove quindi convergono nichilismo e cristianesimo. L’evento della croce incarna così il momento di congiunzione e disgiunzione della prospettiva nichilistica e di quella cristiana. Attraverso la prospettiva kenotica Scarlato cerca di comprendere il molteplice estrinsecarsi dei motivi cristici negli scritti dostoevskiani e l’ambiguità che li caratterizza.
L’autore ripercorre le principali interpretazioni religiose dell’opera di Dostoevskij, cercando di evidenziare come la diversità delle posizioni assunte dalla critica russa sia fondata sui molteplici aspetti cristiano-nichilistici che coesistono nelle immagini cristiche dello scrittore. La problematicità, che caratterizza le figure cristiche dell’opera dostoevskiana, le rende possibili maschere del nichilismo e possibili prefigurazioni degli sviluppi rivoluzionari insiti nel nichilismo stesso così come, del resto, nel messianesimo religioso.
Scarlato ricostruisce in modo lucido ed essenziale le posizioni di Leont´ev, Solov´ev e Fedorov, mettendo in luce come, fin dagli ultimi decenni del XIX secolo, le interpretazioni del pensiero dostoevskiano evidenzino la contraddittorietà e la pluralità di temi cristici presenti già nelle opere del romanziere.
Molti esponenti della cosiddetta intelligencija religiosa russa danno vita a un intenso dibattito su Dostoevskij in riviste, pubblicazioni e riunioni. Sono coinvolti simbolisti, pensatori religiosi, ex marxisti, figure come Rozanov, Šestov, Merežkovskij, Sergej Bulgakov, Berdjaev, che affrontano le cosiddette “questioni ultime” dell’opera dostoevskiana. I nodi concettuali sui quali si incentra il dibattito sono i temi della libertà, del sottosuolo, del Cristo, della rivoluzione, temi che ricorrono continuamente nel pensiero di Dostoevskij e, conseguentemente, in quello della critica. La sintesi delle diverse interpretazioni proposta dall’autore ha il merito di rivelare la varietà dei risvolti tematici propria dell’opera del romanziere, offrendo una vasta panoramica delle interpretazioni filosofico-religiose dei primi decenni del XX secolo. Tuttavia la quantità degli autori considerati e il vario intersecarsi delle problematiche dostoevskiane con le diverse interpretazioni della critica russa rende l’analisi del dibattito non sufficientemente esplicativa delle molte interpretazioni proposte, sebbene renda l’idea di quanto il dibattito fosse vivo, attuale e fondato su una pluralità di prospettive.
L’analisi di Scarlato si concentra quindi sul nesso tra ideologia e forma compositiva, che emerge con Vjačeslav Ivanov e viene sviluppato negli anni ’20 dagli studi di Štejnberg, Engel´gardt e Grossman. Attraverso questo percorso Scarlato giunge infine a considerare le analisi di Bachtin che, indubbiamente, rivestono un ruolo privilegiato nell’interpretazione dell’autore.
L’interpretazione di Bachtin dà un contributo essenziale alla comprensione dell’opera dostoevskiana e, secondo Scarlato, costituisce una possibile risposta anche alle problematiche filosofico-religiose insite nel corpus dostoevskiano e al centro del dibattito critico. I testi di Bachtin vengono infatti interpretati da Scarlato in chiave cristologica; la polifonia e il peculiare rapporto autore-eroe, questione centrale degli studi di Bachtin, vengono riconsiderati secondo la prospettiva kenotica, ovvero l’autore (Dostoevskij), secondo Scarlato, si pone verso gli eroi in modo analogo al movimento kenotico divino della tradizione cristiana. Tale ipotesi ermeneutica consente di comprendere il nuovo rapporto polifonico che per Bachtin costituisce la novità del romanzo dostoevskiano rispetto al “romanzo monologico”. Non solo l’autore, in tal modo, entra nello stesso orizzonte dialogico proprio degli eroi, ma gli stessi eroi, a giudizio di Scarlato, risultano essere delle declinazioni più o meno corrispondenti o divergenti rispetto al paradigma cristico. In tal modo la kenosi divina diviene la prospettiva privilegiata di analisi dei personaggi cristici dostoevskiani. L’ambiguità delle immagini di Cristo dell’opera dostoevskiana sarebbe quindi dovuta alle diverse possibilità in cui si può esplicare l’immagine cristica e, in una prospettiva kenotica radicale, le maschere cristiche possono divergere dal volto cristico tradizionale. In tal senso la morte di Dio, il nichilismo come svuotamento dei valori supremi, risulta essere una conseguenza del cristianesimo stesso. Il testo contiene una nota bio-bibliografica degli autori considerati e una ricca bibliografia delle opere critiche su Dostoevskij.
L’interpretazione di Scarlato ha il merito di mostrare l’ambiguità dei motivi cristologici dostoevskiani. Questa prospettiva permette di comprendere la pluralità e perfino la deformità dei volti cristici, cogliendo il nesso cristianesimo-nichilismo e rendendo possibili nuove aperture di senso del Cristo dostoevskiano. Le conclusioni dell’autore sono particolarmente significative nella comprensione della componente nichilistica presente in alcuni motivi cristici dostoevskiani, delle derive rivoluzionarie del messianesimo religioso, così come nel cogliere il rapporto nichilismo-cristianesimo attraverso il tema kenotico. Meno convincente appare l’interpretazione del rapporto autore-eroe compiuta da Scarlato. L’adozione del modello cristico, considerato in prospettiva kenotica, per comprendere la presunta parità dialogica tra autore ed eroe, è piuttosto problematica. Quest’interpretazione si rivela essere riduttiva della problematicità che caratterizza il romanzo polifonico dostoevskiano e il pensiero stesso dello scrittore. Non vi è alcuna necessità di ricorrere ad una analogia autore-Cristo per comprendere la polifonia che, secondo Bachtin, caratterizza l’opera dostoevskiana. Se è vero che lo stesso Bachtin ritiene di ravvisare nei dialoghi socratici un modello originario dei dialoghi dostoevskiani, è altrettanto vero che tanto i primi, quanto i secondi, sono fondati su una solo apparente parità dialogica tra gli interlocutori. Si pensi, per quanto riguarda i dialoghi socratici, al ruolo privilegiato del protagonista rispetto ai suoi interlocutori e alle modalità di svolgimento del dialogo stesso, ovvero alle regole che Socrate impone di rispettare a coloro che interroga. Per quanto riguarda il romanzo di Dostoevskij, il dialogo è sviluppato dallo scrittore attraverso l’intersecarsi di punti di vista, ognuno dei quali comprende gli altri dalla particolare posizione ideologica che gli è propria e immettendoli nel proprio orizzonte dialogico interiore. Se anche vi fosse in Bachtin tale prospettiva cristologica alla base dell’immagine polifonica proposta, non implica affatto che tale approccio fosse quello di Dostoevskij. Il movimento kenotico dell’autore rispetto ai personaggi è una suggestiva e esplicativa analogia per comprendere la nuova posizione dell’autore (Dostoevskij) rispetto agli eroi individuata da Bachtin, ma risulta forzata se considerata non come analogia esplicativa, ma come l’unica prospettiva capace di comprendere la posizione dell’autore rispetto ai propri eroi o addirittura come necessaria per comprendere il cosmo umano degli eroi dostoevskiani. Per di più, il riconoscimento di numerosi personaggi dei romanzi dostoevskiani come maschere cristiche, seppur deformi, quali ad esempio Ivan, Smerdjakov, Stavrogin, se ha il merito di sottolineare alcune distorsioni del messaggio cristiano da parte di Dostoevskij e l’ambiguità dei riferimenti cristici della sua opera, tuttavia tende a considerare tali aspetti problematici come declinazioni dell’immagine di Cristo. Se ciò può esser vero per figure quali Myškin e Aleša, è altrettanto vero che considerare gli aspetti problematici di altri personaggi come declinazioni deformi di un paradigma ideale è piuttosto riduttivo per la complessità dei personaggi e rende impossibile la comprensione delle loro reciproche relazioni. Inoltre la kenosi divina, se pone il problema dell’umiliazione di Dio nel farsi uomo, non affronta la questione ricorrente dell’opera dostoevskiana, ovvero l’imprescindibile nesso del Dio-uomo con l’Uomo-dio. Non tiene conto quindi delle prospettive attraverso le quali i personaggi dostoevskiani guardano Cristo dalla propria incommensurabile distanza rispetto a un paradigma morale ideale che, proprio per questo, risulta loro estraneo.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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