Archivio rivista
Le Sezioni
Le Info
Compagni di Strada
La tecnica e il corpo. Riflessioni su uno scritto di Pavel Florenskij, a cura di S. Tagliagambe e B. Antomarini, Franco Angeli, Milano, 2007 (Valentina Martina), pp. 307-309
La relazione tra organi, tecnica e realtà è il problema centrale dello scritto di Florenskij Organoproijekta [La proiezione degli organi], tradotto in italiano in un volume curato da Silvano Tagliagambe e Brunella Antomarini, che ha fatto emergere alcune riflessioni sul rapporto tra corpo e tecnica, appartenenti a diversi ambiti di ricerca che spaziano dal problema filosofico del rapporto fra scienze dello spirito e scienze della natura a quello della relazione fra organismo e ambiente. Nel presente saggio Florenskij considera la tecnologia “un frammento che si stacca dal corpo vivente”, stabilendo così una correlazione fra organismo e tecnica.
Il concetto di rappresentazione può rivelarsi proficuo per mettere a fuoco il tipo di relazione che esiste fra organismo e realtà. Solo a partire da ciò che si intende per rappresentazione è possibile formulare delle questioni attorno a questo tipo di correlazione. C’è davvero un continuum fra organi e strumenti? E come occorre pensarlo? Il pensiero di Florenskij è caratterizzato dalla presenza di un forte nesso tra gli oggetti, l’ambiente e la spazialità: i primi sono elementi che hanno la propria ragion d’essere nell’ambiente in cui si trovano e che possono essere trasformati, mentre la spazialità (prostranstvennost’) è quella relazione, quella zona intermedia, che dà forma all’ambiente e che conferisce senso al rapporto tra organismo e oggetti. La spazialità si innerva negli oggetti e nel loro uso quotidiano, come sostiene il filosofo russo: “le nostre mani e spalle […] si proiettano nella tecnologia come una comune bilancia: i piatti della bilancia corrispondono ai palmi delle mani […]. La trave della bilancia corrisponde alle braccia, la testa alla freccetta, le gambe al supporto della bilancia”.
Il saggio sul corpo e la tecnica, proposto in questo volume, non è confinato esclusivamente alla questione della tecnica, poiché la sua portata teorica è da rintracciare in un contesto più generale che è quello della rappresentazione. Si tratta di un’opera che “va localizzata negli anni in cui Florenskij cerca di scoprire l’importanza artistica e spirituale dell’iconografia e lo induce a prendere coscienza della stretta interconnessione tra una concreta disponibilità spaziale e le esigenze della realizzazione nell’atto creativo”.
Nella Prospettiva rovesciata, infatti Florenskij mette in luce l’importanza del termine rappresentazione, che non è una copia delle cose ma indica l’originale come suo simbolo. Florenskij si riferisce ai modelli di corrispondenza matematici proposti tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento da Cantor, Hilbert e Peano, sostenendo che qualunque cosa, in geometria, può essere proiettata su qualunque altra, ma un determinato principio di corrispondenza può, di volta in volta, essere scelto in relazione a diversi scopi. Dunque, la rappresentazione è il luogo del cambiamento: essa non si esaurisce nell’essere un morto schema della cosa. A tal proposito Florenskij tiene a precisare che benché la “forma della tecnica e la forma della vita siano parallele […] alcuni sviluppi di ciascuna possono andare avanti o rimanere indietro rispetto all’altra. E questo ci permette di giudicare ciascuna di queste linee per prevedere […] la forma della vita nella nostra mente, la forma della tecnologia nella realtà”. Ciò conferma che la relazione tra vita e tecnica non è una relazione univoca e unidirezionale e non lo è a partire dal rapporto fra l’organismo dell’animale umano e l’ambiente: “l’uomo, ovviamente, non può identificarsi con la tecnica e i sui prodotti, e tanto meno ridursi a essi […]. Deve imparare ad abitare lo spazio intermedio tra sé e altro da sé […] fare in modo che il confine fra queste dimensioni non divenga mai linea di confine netta e invalicabile, tale da impedire la reciproca comunicazione e una fruttuosa interazione, ma non si assottigli neppure al punto di non diventare più riconoscibile”.
La natura di questa relazione è ravvisabile nella distinzione fra segnale e rumore (si veda M. De Carolis, La vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Milano 2004). La peculiarità dell’animale umano, nel momento in cui riceve informazioni dall’ambiente circostante, consiste nel distinguere il segnale dal rumore, l’informazione rilevante e pertinente da quella che non lo è. Se negli animali non umani “i segnali biologicamente significativi sono già preventivamente distinti dal semplice rumore”, al contrario nell’essere umano, “il confine tra segnali e rumore è strutturalmente labile”. Dal momento che nell’uomo le informazioni non sono del tutto preselezionate, egli ha la possibilità di inventare i criteri che gli consentono di stabilire quali siano le informazioni rilevanti. Questa è una caratteristica biologica dell’essere umano che si traduce nella possibilità di attribuire senso alla realtà. In questo contesto, il rapporto tra i sistemi viventi e l’ambiente in cui essi sono immersi cessa di essere considerato unilaterale: se è vero che i primi subiscono la pressione del secondo, altrettanto vero è che gli organismi scelgono a seconda della propria organizzazione interna i pezzi e i frammenti rilevanti del mondo per la loro esistenza (si veda S. Tagliagambe, Il sogno di Dostoevskij. Come la mente emerge dal cervello, Cortina 2002).
Di conseguenza, la correlazione fra organismo e tecnica per essere definita tale, deve pur sempre ammettere uno scarto che è costituito dai molteplici modi di vedere e di dar forma agli oggetti che popolano l’ambiente da parte dell’animale umano. È questa capacità biologica dell’essere umano, connessa a un tipo di correlazione oscillante tra tecnica e natura, che “supera l’assunzione tacita che ci sia una sorgente di perfezione […] Quello che viene compromesso è da una parte l’ideologia razionalista della macchina perfetta e dall’altra l’idea classica di una natura perfetta. Dal momento che Florenskij riconosce la reciprocità e la parzialità dell’analogia, disconosce la natura come fonte unilaterale della costruzione. Se ci fosse solo una natura come insieme di funzioni materiali delimitabili, non ci sarebbe bisogno né di proiezioni, né di domande su di essa (e su di noi), se ci fosse solo intenzione trascendente, non ci sarebbe bisogno di proiezioni materiali”. Il contributo di questo volume ci fornisce lo spunto per ripensare la reciprocità tra gli organi e la tecnica, assumendo come punto di partenza uno scritto che ha il pregio di analizzare tale problema senza esaurirlo nella logica delle coppie oppositive (organi e tecnica, biologico e meccanico, natura e spirito) che alimenta il dibattito filosofico-scientifico. L’idea di fondo del volume, quella di aver sviluppato una discussione attorno al rapporto tra organi e tecnica a partire da un pensatore non così vicino alla nostra tradizione filosofica occidentale, costituisce uno sprone per approfondire un approccio filosofico basato sulla sinergia fra biologia e cultura, utilizzando un punto di vista che veda in stretta connessione e convergenza le più disparate discipline, quali l’estetica, la filosofia della biologia, la filosofia della matematica e le teorie della percezione.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
Direttore responsabile: Simona Ragusa
A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
Comitato scientifico: Giuseppe Dell'Agata, Nicoletta Marcialis, Paolo Nori, Jiří Pelán, Gian Piero Piretto, Stas Savickij
Comitato di redazione: Alessandro Ajres, Alessandro Amenta, Silvia Burini, Alessandro Catalano, Marco Dinelli, Eleonora Gallucci, Simone Guagnelli, Katia Margolis, Alessandro Niero, Laura Piccolo, Marco Sabbatini, Massimo Tria, Andrea Trovesi

© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli