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La tecnica e il corpo. Riflessioni su uno scritto di Pavel Florenskij, a cura di S. Tagliagambe e B. Antomarini, Franco Angeli, Milano, 2007 (Antonio Maccioni), pp. 309-311
Curato da Brunella Antomarini e Silvano Tagliagambe, un celebre scritto di Florenskij, su traduzione di Nino Pardjanadze, viene restituito ai lettori italiani all’interno di un volume dal forte significato teoretico. Probabilmente in virtù delle stesse esigenze programmatiche, incardinate su un piano generosamente speculativo, alcuni elementi contestuali, relativi al breve (eppure significativo) saggio in questione, vengono ovviati. Tenterò, anche se in poche righe, di suggerire ai futuri lettori del volume una prospettiva di fondo necessaria per un’adeguata collocazione del testo. Compito al quale, dettagliatamente, sarà difficile adempiere: privilegiando aspetti apparentemente cronachistici, e di conseguenza i lavori di significato storico inclusi fra i contributi, l’intento rimarrà quello di chiarire ai lettori cosa troveranno nel volume di Antomarini e Tagliagambe, e cosa invece dovranno andare a cercare altrove.
L’argomento base dell’Organoproekcija del filosofo russo prende infatti le mosse da una lezione del 15 settembre del 1917 (come si desumerebbe dagli appunti di alcuni studenti), tenuta nell’ambito del corso Iz istorii filosofskoj terminologii [Dalla storia della terminologia filosofica]. Si sarebbe atteso il 1922 per avere una versione definitiva di un testo corretto dallo stesso Florenskij, seppure incompleto e pubblicato in versione integrale solamente nel 1999. Gli aspetti legati alla controversa genesi del testo, evidenziati dai riferimenti offerti dal curatore dell’edizione in lingua originale attualmente considerata canonica (P.A. Florenskij, Organoproekcija, Idem, Sočinenija v četyrech tomach, III, Moskva 1999, pp. 402-421, 584-587), vengono pertanto messi da parte dal traduttore e dai curatori del volume italiano. Il testo scelto per la traduzione si individua infatti nella versione incompleta stampata nel 1969 dalla rivista Dekorativnoe iskusstvo SSSR, la quale non conterrebbe in linea di principio alcuna lacuna sostanziale nel confronto con la più tarda edizione integrale. Fuori da ogni polemica, pertanto, si consideri che per poter visionare una traduzione dell’edizione canonica è necessario riferirsi a un ulteriore riscontro editoriale di esito recente (La proiezione degli organi, in P.A. Florenskij, Il simbolo e la forma, a cura di N. Valentini e A. Gorelov, traduzione italiana di C. Zonghetti, Torino 2007, pp. 159-182). Essendo le due versioni tradotte e pubblicate nell’esigenza di un arricchimento reciproco, non concorrenziale, possiamo salvare la pregnanza di una siffatta trasposizione solamente, e paradossalmente, per il suo valore storico. Non quindi una logica che releghi i tagli delle parti esemplificative al terreno del superfluo (fatto comunque difficile da accettare in un lavoro teoretico, che assuma il saggio di Florenskij come riferimento): l’unica esigenza per una traduzione di questo tipo, in definitiva, come detto, la si rileva nel suo significato di documentazione storica, nel suo sottolineare un momento editoriale nel percorso di quella genesi e di quella ricezione controversa. La necessità di questa versione allora è arricchita solamente dall’ulteriore e coeva traduzione integrale, e così viceversa.
Il termine organoproekcija, come chiarisce Florenskij, venne già impiegato nel 1877 da Ernst Kapp, più tardi da Paul Kraus, Karl du Prel e M.M. Filippov. La citazione del filosofo du Prel, si consideri, non è casuale nello scritto dell’autore russo. Florenskij infatti si riferisce all’opera Monistische Seelenlehre, scritto risalente al 1887. Non casuale in quanto il filosofo cita spesso, talvolta a braccio, le pagine di du Prel, in anni in cui la sua presenza tra gli studiosi europei non era ancora stata subissata da una sorta di oblio passato per il secondo conflitto mondiale; a conferma dell’attenzione di Florenskij nei suoi confronti (paradossale, trattandosi di un autore intriso di misticismo), si consideri la presenza in Russia di una traduzione della suddetta opera stampata a Mosca nel 1908.
Tra gli scritti presenti nel volume curato da Antomarini e Tagliagambe, Nina Kauchtschischwili offre interessanti versioni dei fatti (Il mondo reale come organizzazione dello spazio, pp. 25-37) che andranno a essere inserite nelle “carte processuali” sulla riscoperta di un grande pensatore. Sarebbe, effettivamente, l’unico modo per affrontare il contributo in questione, trattandosi di un’autrice chiamata in causa dalla stessa rinascita degli studi: il suo angolo di visuale offre numerosi elementi che andranno intesi, appunto letteralmente, a partire da quel suo punto di vista sulla vicenda. La Kauchtschischwili ricorda infatti di avere preso i primi contatti con l’opera di Florenskij, prima ancora di arrivare ai convegni internazionali, in occasione della commemorazione dostoevskiana dell’ottobre del 1981 (ricorrenza dei cent’anni dalla morte del romanziere), concludendo uno studio sulla presenza dell’icona nell’opera di Dostoevskij avviato nel 1980. Alla luce di questo fatto, oltre al premio meritevolmente concesso a Natalino Valentini per il suo lavoro divulgativo e scientifico circoscritto negli ultimi anni, può ritenere di dover mettere l’accento “sul ruolo che spetta all’Italia nell’aver promosso la conoscenza dell’opera florenskiana” (p. 28). Si intenda, pertanto, questo: l’autrice colloca e contestualizza il filosofo nell’ambito della sua ricezione, ma da una prospettiva, necessariamente, consequenzialmente, e forse volutamente interna.
Nello stesso ambito andrebbe collocata la Nota storico-bibliografica (pp. 180-183) di Pavel V. Florenskij (nipote omonimo del filosofo) che chiude il volume, offrendo un interessante e breve excursus sulle primissime vicende editoriali che segnarono la rinascita a partire dall’Università di Tartu.
Al di fuori di questi contributi, il volume riflette in senso teoretico, in modo curioso e ricco di suggestioni, sul nucleo della concezione di Florenskij. Il quale, attribuendo alle parole di Protagora “un significato non soggettivo-psicologico ma oggettivo-fisico e metafisico”, considera gli strumenti come “costruiti sul modello degli organi, poiché c’è un’origine creativa comune all’istinto di far rivivere inconsciamente il corpo con i propri organi, e alla mente, che concepisce la tecnica con i suoi strumenti” (p. 11). In questo caso, l’opposizione concettuale tra oggettivo e soggettivo, alla luce della versione russa canonica del testo, andrebbe meglio riproposta nei termini “soggettivo-psicologico” e “oggettivo, fisico e metafisico”, in quanto la traduzione di Pardjanadze non coglie bene il riferimento dell’aggettivo “oggettivo” sia al “fisico” che al “metafisico”. Riconosco inoltre che questa mia impressione è stata condivisa dalla traduzione del saggio nel volume Il simbolo e la forma (p. 160) già citato. Mi pare oltremodo un’annotazione necessaria, questa, e non relegata solamente al campo linguistico: qui come altrove, in Florenskij l’oggettività del fisico e del metafisico è indissolubilmente collocata nella prospettiva della metafisica concreta (spesso velatamente come in questo caso) fortemente presente nella sua opera più matura.
Pertanto, secondo l’idea di base del saggio florenskiano, organismo e organi “non devono essere considerati come derivanti dal meccanismo, ma proprio al contrario bisogna vedere nel meccanismo un riflesso, un frammento, un’ombra di qualche parte dell’organismo. Si può dire che il meccanismo è un aspetto esterno, una traccia, un contorno dell’organismo, ma vuoto dentro” (p. 15).
In questo senso, come considera Marco Mazzeo (L’ambiente alla rovescia: proiezione e malinconia, pp. 38-57) prima di esporre le sue tesi, il fatto che i confini del corpo umano possano comprimersi o ampliarsi giustificherebbe la socialità della specie umana. Pertanto l’uomo non è somma “di singole identità che, in un secondo momento, si aggregano o si contagiano tra loro: la nostra è una specie collettiva poiché il carattere pubblico della nostra vita mette in discussione la conformazione stessa del corpo umano” (p. 38).
Silvano Tagliagambe (La tecnica come proiezione degli organi e il mondo intermedio, pp. 58-88) pone invece in contatto lo scritto di Florenskij con l’opera di Vernadskij, riferendolo all’indirizzo di indagine che guarda alla rete di interrelazioni tra realtà della vita e realtà dell’ambiente, dal quale sarebbe poi scaturita l’ecologia in senso moderno e la teoria generale dei sistemi; sottolinea ancora il gioco degli opposti nel ruolo del “mondo intermedio”, dove visibile e invisibile, come interno ed esterno in questo caso, interattivamente, si compenetrano e si completano a vicenda, in modo mai scontato. Considera: “La tecnica, dunque, spiega la vita perché quest’ultima, a sua volta, spiega gli artefatti e le macchine” (p. 65). Così, Antomarini (La natura come caso speciale della tecnica, pp. 100-114) può riproporre il generarsi di quella “relazione sistemica che definisce sia il corpo che la macchina e domina gli elementi caotici nell’uno tramite l’altro” (p. 103). Afferenti talvolta a discipline tra loro distanti, gli autori del volume circoscrivono discutibilmente un lavoro che viene a collocarsi nel cerchio di convergenza che vorrebbe un Florenskij “geniale”, filosofo e teologo, certamente, eppure scienziato, matematico e linguista, padre di una delle teoresi più alte del secolo breve, così, felicemente a modo suo.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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