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N. Berdjaev, Pensieri controcorrente, a cura di A. Dell’Asta, La Casa di Matriona, Milano 2007 (Antonio Maccioni), pp. 303-305
Un volumetto, sapientemente curato da Adriano Dell’Asta, ripropone in lingua italiana alcuni saggi di Berdjaev già editi su rivista e adesso ripresentati in prospettiva composita ma omogenea, incentrata su alcuni dei temi fondamentali più cari all’autore. I testi, alcuni dei quali di particolare interesse (L’œcuménisme et le confessionalisme, Problema čeloveka, O kul’ture, Krizis iskusstva, Duchovnoe sostojanie sovremennago mira, O demokratii, Paradoks Iži) rielaborano importantissime linee di fondo del pensiero del filosofo russo. Tenterò, a uso dei futuri lettori, una dettagliata, ma assolutamente non esaustiva, schematizzazione dei temi che ritengo fondamentali nelle pagine di questo Berdjaev. Lo farò enucleandoli fin dal principio. Un primo tema riallacciabile alla presenza di a) Nietzsche; le riflessioni sulla b) democrazia; c) scienza e tecnica; d) la crisi dell’arte; e) l’unità dei cristiani. I riflessi sono quelli di una vera crisi, colta nelle sue principali sfaccettature.
a)
La crisi della cultura contemporanea (secondo Berdjaev riconosciuta, tra gli altri, da Nietzsche, Ibsen, Huysmans, Léon Bloy, Dostoevskij, Tolstoj), deve essere compresa, e le sue strade ripercorse, dovrebbe essere intesa come crisi non democratica, ma piuttosto aristocratica (p. 93). I giudizi di valore su Nietzsche, espressi con stile chiaro, cristallino, attraverso un fermo e breve periodare come di consueto, in queste pagine, andranno direttamente a riallacciarsi col tema della democrazia, con la ridefinizione delle sue prospettive, del suo percorso, dei suoi limiti. Nietzsche, sostenendo una verità quale prodotto della volontà di potenza, attribuiva a questa un carattere relegato al piano del sociale. Il superuomo, operando attraverso la menzogna, sulla scia di Cesare e in opposizione a Cristo, si limitava pertanto a una libertà non autentica: quando la menzogna stessa è proporzionata alla coscienza “centralizzata e collettiva”, letteralmente ossessionata dalla volontà di potenza, la lotta eroica dello spirito libero (che allo stesso modo si oppone al mero individualismo) vedeva recise le sue radici vitali. La coscienza collettiva, cristallizzandosi “con una forza e in proporzioni tali da soffocare totalmente nell’uomo la coscienza personale” (p. 24), costrinse l’essere umano alla menzogna. Per questo Nietzsche e Marx, che allo stesso modo attentavano all’uomo, vengono a disporsi su piani decisamente paralleli e conformi. Marx infatti, individuando il “valore supremo” non nel singolo in quanto tale ma nel collettivo sociale, si staglia sulla risultante dell’umanesimo insieme al Nietzsche che vorrebbe un superamento di questa umanità. “Così si compie la rinuncia al valore dell’uomo, l’ultimo valore del cristianesimo che si era salvato. […] Stiamo entrando in un’epoca della civiltà che rinnega il valore dell’uomo. Il valore supremo di Dio era stato rinnegato già prima. Qui sta l’essenza della crisi contemporanea” (p. 58).
Se nella cultura hanno sempre agito due principi (classico e romantico), prevalendo l’uno sull’altro nel determinare lo stile in una data epoca, la loro presenza intrinseca non andrebbe comunque occultata. Classico e romantico si intrecciano: la loro lotta, secondo Berdjaev, venne inizialmente tradotta nella prospettiva felicemente inaugurata proprio da Nietzsche. Nella cultura cristiana (prevalentemente romantica), non potendosi compiacere della propria cultura, la nostalgia del trascendente finirebbe pertanto invece col relegare ai margini gli slanci classici (pp. 91-92).
Un ulteriore grado della presenza di Nietzsche in Berdjaev, e delle conseguenti valutazioni sulla crisi della coscienza nel mondo contemporaneo, è possibile individuarlo nella calata del pessimismo: un pessimismo nuovo, che si ripropone in nuove forme, in un mondo che ha ceduto la propria essenza all’inquietudine, forme “a confronto delle quali il pessimismo di Schopenhauer appare consolante e ingenuo” (p. 46). Abbandonando Dio, sposando l’idolatria, scienza, arte, nazione e società mostrerebbero chiaramente come l’essere umano sia stato capace di individuare un idolo in ogni campo. Consideriamo allora i casi indicati dallo stesso Berdjaev: la democrazia, l’arte, la scienza, la religione.
b)
L’opposizione dei filosofi religiosi russi al marxismo ebbe un carattere non politico, come chiaramente considerava Adriano Dell’Asta (Un libro di incontri e di intuizioni, in O. Clément, La strada di una filosofia religiosa: Berdjaev, Milano 2003, p. XV). L’autore francese al quale lo slavista si riferiva, Clément, avrebbe infatti mostrato, nella complessa radicalità di quel pensiero cristiano, il privilegio attribuito al valore assoluto della persona, in modo così “difficilmente comprensibile per l’Occidente” (Ibidem).
Dal canto suo in effetti, Berdjaev, considera come “riconoscere la volontà del popolo come il principio supremo della vita sociale significa soltanto aderire a un principio formale, vuoto di contenuto, significa soltanto divinizzare l’arbitrio umano”. Diviene in questo senso importante non tanto ciò che l’uomo vuole, ma che ci sia ciò che egli stesso vuole. Allora “il contenuto e la condizione stessa della volontà popolare non interessano al principio democratico. La volontà popolare può volere il male più tremendo e il principio democratico non può obiettare niente contro di esso”. Così “nell’idea astratta di democrazia è insito un profondo disprezzo per le qualità dell’uomo e del popolo, per il suo livello spirituale” (p. 28). Considerando l’uomo come un’unità aritmetica, l’unità organica del popolo, solamente dopo essersi disgregata in atomi, dopo aver perso la sua originaria, “aristocratica” gerarchia, si riassume in una collettività aritmetica dove l’uomo in quanto tale è qualcosa di indifferente. La risultante combinazione quantitativa, secondo Berdjaev, difficilmente ricostruirebbe una qualsivoglia volontà popolare. “La democrazia vuole che io mi sottometta solamente agli uomini e all’umano” (p. 40), mentre il suo limite o, meglio, la sua sottomissione andrebbe individuata esclusivamente, nella prospettiva del filosofo, su un piano spirituale che svolga il ruolo di educatore interiore.
Le considerazioni su questo tema, pertanto, sono strettamente vincolate alla constatazione che il mistero dell’uomo si rende palese solamente nell’esistenza umana interiore. L’uomo, che “non appartiene interamente al mondo oggettivo”, ha, secondo Berdjaev, “un mondo suo proprio, un proprio mondo extramondano, un destino proprio che non ha misura comune con la natura oggettiva” (p. 120) che pretenderebbe plausibile la stessa democrazia.
c)
Criticando la scienza tradotta in scientismo, che mitologizza le sue stesse possibilità, Berdjaev ritiene che la tecnica dal canto suo abbia letteralmente “strappato l’uomo alla terra” distruggendo l’ordine patriarcale. Il cristiano, abituato a vivere secondo il ritmo religioso e il ritmo mondano, perde la concezione dei limiti del secondo, che non gli permette di allontanarsi dal mondo per avvicinarsi a Dio. “Il problema della tecnica per noi è diventato un problema spirituale che tocca il destino dell’uomo, il suo rapporto con Dio” (p. 48).
La tecnica comporterebbe un passaggio dell’esistenza dall’organismo all’organizzazione: il legame con le piante e gli animali, proprio delle grandi culture del passato, ha subito lo strappo dell’uomo, trasportato negli spazi dell’universo, in un ambiente freddo e metallico, mai intimo e non cordiale. Così anche “il fatto inevitabile del passaggio dall’organismo all’organizzazione è una delle fonti di crisi del mondo contemporaneo” (p. 50). Eppure la reazione romantica, per quanto comprensibile, viene considerata inutile da Berdjaev, dato che “il ritorno al vecchio stile di vita organico, ai rapporti patriarcali, alle vecchie forme di agricoltura e di artigianato, di vita nella natura a contatto con la terra, le piante e gli animali, è impossibile” (p. 51).
d)
L’arte, “tentando convulsamente di superare i propri confini” (p. 61), attraversa la più grande delle sue crisi storiche. Le sue manifestazioni, nate nel tempio e nel culto, nate da un’unità organica e religiosa alla quale erano subordinate, vengono riscoperte a loro modo (ma teoricamente) dai simbolisti nella loro sacralità. La crisi è la sua secolarizzazione.
Se la cultura è nata nel tempio, la civilizzazione (cara allo spirito rivoluzionario) non è come quella un fenomeno individuale, ma si ripete ovunque, e “non ha antenati. Non ama le tombe. La civilizzazione ha sempre l’aspetto di una cosa nata oggi o ieri. Tutto in lei è nuovo fiammante, tutto è adattato alla comodità del giorno d’oggi” (p. 85).
Così “la pittura, come anche tutte le arti plastiche, era un’incarnazione, una materializzazione”, ma nel contemporaneo attraversa “una crisi senza precedenti”, quando la stessa materia si smaterializza, disincarnandosi. Già in Picasso “i confini dei corpi oscillano. Nell’arte contemporanea è come se lo spirito venisse meno e la carne si smaterializzasse”; nell’arte futurista il confine “che separa l’immagine dell’uomo dagli altri oggetti, dall’enorme mostro meccanizzato” è superato, e certamente il passatismo “non ha la forza di lottare contro di lui” (p. 18), contro il rigido superamento. Il rapporto tra l’uomo e la terra, nella sua organicità, nei suoi intimi confini, è andato perduto.
Così ogni cultura secondo Berdjaev si esaurisce, si inaridisce, e giunta al culmine, allontanandosi dai fondamenti ontologici, seppur raffinandosi, inizia ad appassire; solo allora dopo lo splendore della decadenza, muore.
e)
Il tema dell’unità dei cristiani, precipuamente, in Berdjaev concretizza la necessità di una specifica unità tra Chiesa ortodossa e Chiesa cattolica. Il superamento della divisione agiterebbe “ben poco quegli ortodossi, quei cattolici e quei protestanti che sono pienamente soddisfatti della propria confessione, che vedono in essa la pienezza della verità e la ritengono l’unica custode fedele della rivelazione cristiana” (p. 100). Secondo la prospettiva della divinoumanità della realtà ecclesiale, eredità fortemente presente in Berdjaev, l’uomo ha la possibilità di imprimere la propria radicale, fondamentale, orientativa impronta: se il cristianesimo interconfessionale è “mutilo”, per il filosofo solamente “andando a fondo ed elevandomi” nella mia confessione “posso sperare di raggiungere la pienezza sovraconfessionale”. Così “nella profondità, nelle realtà ultime, un ortodosso si può incontrare con un cattolico e con un protestante. La profondità della mistica cristiana si incontra nella profondità della mistica delle religioni non cristiane. Alla superficie ci dividono le dottrine”, ma solamente nelle “profondità veniamo a contatto con Cristo stesso e perciò l’uno con l’altro” (p. 107). Pertanto, Berdjaev padroneggia la critica a un avvicinamento scolastico-dottrinale, canonico-religioso; privilegia l’accostamento sul piano spirituale, religioso ma interiore. Come riconobbe Adriano Dell’Asta (Un libro di incontri e di intuizioni, in O. Clément, op. cit., p. XVI) era “questa lucidità che gli permetteva e gli permette di richiamare costantemente entrambe le parti alle proprie responsabilità, che non sono innanzitutto le diverse colpe degli uni contro gli altri, ma prima di ogni altra cosa consistono nel compito comune della testimonianza”.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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