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E. Zamjatin, Noi, traduzione di B. Delfino, Lupetti, Milano 2007 (Andrea Gullotta), pp. 291-293
A ventitré anni di distanza dall’ultima edizione (targata Feltrinelli) torna sulla ribalta italiana il genio di Evgenij Zamjatin in quella che è universalmente riconosciuta come la sua opera più rappresentativa, My [Noi]. Il merito di donare nuova visibilità allo scrittore di Lebedjan va ascritto all’audacia della Lupetti, casa editrice milanese, che ha inserito My nella collana “I rimossi”, mirata a restituire alle stampe scritti di autori di varie nazionalità, uniti dal difficile destino della propria opera.
A dir il vero già da tempo Zamjatin compare in traduzione italiana (a partire dai racconti di Sellerio Il destino di un eretico, Palermo 1988, o In provincia, Roma 1990, più i recenti Racconti inglesi, Roma 1999). Sebbene dunque la “rimozione” in questo caso sia relativa, è però innegabile che l’edizione della Lupetti abbia saputo restituire visibilità (a partire dalla veste grafica: una copertina semplice e bianca su cui risalta il nome dell’autore e il titolo) a uno dei maggiori narratori dell’epoca sovietica.
Ciò che colpisce maggiormente, nell’edizione di My della Lupetti, è la decisione di operare una nuova traduzione del romanzo dopo quella di Ettore Lo Gatto, proponendo all’angolo dello sfidante Barbara Delfino, giovane traduttrice con alle spalle una sola opera tradotta, il romanzo Nigdy w życiu di Katarzyna Grochola, apparso in versione italiana col titolo Mai più in vita mia! (Siena 2006). Una scommessa, dunque, il cui esito sembra nel complesso più che soddisfacente. Nonostante alcune scelte traduttive discutibili (come la resa poco efficace dell’inciso “‘Noi’ deriviamo da Dio, ma ‘Io’ dal diavolo”, p. 104), la traduzione della Delfino si rivela preziosa ed efficace nel rendere fedelmente la scrittura visionaria di Zamjatin. Impresa non da poco se si considera la difficoltà della prosa di Zamjatin. Così, grazie al lavoro della Delfino, agli occhi del lettore si affaccia tutto il vulcanico erompere della lingua zamjatiniana, e così anche l’opera, libera dalla pesante zavorra che una lettura superficiale o distorta ideologicamente ha affibbiato allo scrittore nei decenni scorsi.
Come è noto, la trama del libro e la storia della sua pubblicazione hanno influito in maniera decisiva sulla ricezione dell’opera da parte del gran pubblico. Così la storia di D-503, il progettista dell’Integrale, fiore all’occhiello di uno Stato Unico modellato sul rispetto rigorosissimo delle regole di produttività tayloriane, e del lento insinuarsi con l’aiuto di I-330 di sentimenti rivoluzionari (ovvero liberi, nella logica del conflitto razionalità-irrazionalità sul cui confine si svolge tutto il romanzo), è stata letta con una lente d’ingrandimento troppo potente rispetto all’oggetto, e dietro allo Stato Unico si è visto lo smascheramento dello stato sovietico.
Il gesto di Zamjatin è stato così per decenni recepito come gesto di sfida, ciò che non è: Zamjatin scrive per l’istinto di protesta e autonomia che gli è proprio, non crea uno scritto mirato alla critica di uno stato che, al momento della stesura, è ancora in fase transitoria. My va inserito quindi nella temperie del periodo, quell’inizio degli anni ’20 che segna in Russia la rinascita del romanzo ma che ancora ribolle di fermenti avanguardisti all’interno di un paese devastato dalla guerra civile. Né tantomeno può essere ignorato il forzato avvicinamento del Benefattore alla figura di Lenin o peggio ancora di Stalin, avvicinamento purtroppo spesso passato al grande pubblico: questa avventata lettura è stata anche incentivata dalle vicende legate all’uscita del romanzo, avvenuta in traduzione inglese nel 1924 in Inghilterra dopo essere stata rifiutata in Russia, e che scatenò un putiferio sull’autore dopo l’uscita a Praga prima dell’edizione in ceco (1927) e poi di quella in russo (1928, su Volja Rossii, dal testo in ceco) a insaputa dello scrittore (mentre la pubblicazione ufficiale in Urss si sarebbe poi avuta solo nel 1988), costringendo Zamjatin a subire innumerevoli attacchi dal Sojuz Pisatelej (assieme a Erenburg e Pil’njak) e a emigrare infine in Francia nel ’31 su permesso di Stalin, cui lo scrittore inviò un’accorata quanto celebre lettera, e con la probabile “intercessione” di Gor’kij. Libero da queste zavorre, il romanzo si presenta per ciò che è: l’opera straordinaria di uno scrittore-ingegnere (navale, che mai si piegò a essere ingegnere di anime! Basti ricordare le ultime parole dell’articolo Ja Bojus’ del 1921) molto ispirato. Resta solo Zamjatin, e la sua scrittura: “Guardai le labbra in silenzio. Tutte le donne sono labbra: soltanto labbra. Quelle di alcune sono rosa, morbidamente rotonde; un anello, un morbido riparo dal resto del mondo. E queste: un secondo fa non c’erano ed ecco adesso… col coltello… il sangue dolce sta ancora gocciolando”. Questo violento straniamento, effettuato tramite un capogiro sensoriale (tattile/visivo/uditivo), appare nella prima fase della mutazione che il sopravvenire della coscienza provoca in D-503, e che lo porta poi alla “malattia” vera e propria. “Più vicino – si appoggiò a me con la spalla – e formammo una cosa sola e lei sembrava riversarsi in me”. La metamorfosi è compiuta, il numero anonimo, abituato a ragionare per formule matematiche, si scopre uomo tramite la liberazione del sentimento dai gangli dell’organizzazione della vita dello Stato Unico. Il passaggio non è ancora completato (e non si completerà mai totalmente), come ci dimostrano, poche righe più avanti, le riflessioni di D-503 sulla percezione dell’emozione erotica: “Probabilmente un pezzo di ferro prova la stessa gioia a sottomettersi alla legge inevitabile, e a penetrare nel magnete” (p. 59).
Zamjatin “assale” il lettore con procedimenti di questo tipo, con la sua scrittura matematica che richiama le avanguardie, con i suoi continui ammiccamenti alla sperimentazione, con gli squarci prosastici dilanianti che si aprono all’improvviso nel testo mimetizzandosi nella narrazione e sbucando poi fuori d’un tratto, come se rappresentassero un vero e proprio agguato teso al lettore. “Se vi dicessero che la vostra ombra vi vede, vi vede sempre, che pensereste?” (p. 71): questa frase compare a bruciapelo all’interno delle riflessioni del protagonista sull’assillante pressing che sente subire da S-4711.
Zamjatin stravolge il lettore con la costruzione della narrazione. Il gioco delle parti tra D-503, impegnato a scrivere un diario rivolgendosi costantemente a un pubblico che lentamente diventa alter-ego della sua stessa coscienza, e il pubblico stesso (o lettore, o coscienza di D-503) che assiste alla trasformazione dell’opera da agiografica in autopsicanalitica, il gioco delle parti dicevo porta a un continuo rovesciarsi di prospettive. Zamjatin gioca straordinariamente con il ritmo, con la diegesi, con l’aspettativa del lettore, camuffando l’etica nell’immoralità, mitragliando sul lettore le sue raffiche di pensieri senza tuttavia mai dare a essi una qualsiasi veste apodittica: “Ecco vedete, io vado al passo con tutti eppure sono separato da tutti. Sto ancora tremando per le emozioni provate, come un ponte sul quale è passato da poco strepitando un antico treno di ferro. Io sento me stesso. Ma in verità sentono se stessi, hanno coscienza della loro individualità soltanto un occhio con dentro una pagliuzza, un dito con un’infezione, un dente malato: l’occhio, il dito, il dente sano è come se non esistessero. Allora non è chiaro a tutti che la coscienza individuale, è soltanto una malattia?” (p. 104). In questa confusione sta una delle maggiori cariche esplosive della prosa zamjatiniana: da che parte sta Zamjatin? Crede che la coscienza individuale sia una malattia o gioca ironicamente con il lettore su un’ovvietà? L’importante non sta nella risposta, che saggisti ben più esperti hanno saputo dare a questa domanda: a mio modesto parere, la grandezza di Zamjatin sta nella maestria da giocoliere con cui lo scrittore confonde le tre carte, facendole voltare vorticosamente davanti agli occhi attoniti del lettore, con cui peraltro gioca di continuo, anche esplicitamente: “Come, che significava questo ‘non c’è motivo’? E che strana cosa, considerarmi soltanto come l’ombra di qualcuno. Forse, voi siete tutti mie ombre! Non vi ho forse reso proprio io abitanti di queste mie pagine, che solo poco tempo fa erano dei fogli bianchi e vuoti?” (p. 97).
Cosa dire poi del cromatismo della prosa di Zamjatin, del vertiginoso e intontente svariare tra la pericolosità del verde del Muro, di un mondo che prende colore (“l’ombra grigio-azzurra”, p. 70, “la luna azzurra”, p. 105, le “labbra da negro” di R-13) in uno Stato Unico dominato dalla trasparenza, in cui il ritorno ossessivo del giallo è visto come corruzione, sordida immondezza della perfezione trasparente della città.
Ancora altro si potrebbe dire di Zamjatin (tutti i vari tipi di straniamento, le “cascate” narrative, gli aforismi carichi d’una ironia tagliente, senza considerare la straordinaria ricchezza contenutistica), ma si andrebbe al di là delle intenzioni di una recensione. Ed è chiaro come trovarsi nelle mani Zamjatin, pescandolo non nelle polverose budella dei dipartimenti, ma in una scintillante bianca veste su uno scaffale in libreria, dia pieno titolo di merito alla Lupetti e alla Delfino. Un’unica nota stonata è rappresentata dalla mancanza di un’introduzione critica sullo scrittore sovietico e sulle qualità della sua opera. Al posto di un profilo critico di livello (ed è pur vero che non mancano studiosi di tutto rispetto che hanno affrontato l’argomento Zamjatin, Alessandro Niero su tutti), viene proposto in postfazione un deludente articolo di Stefano Moriggi, il cui unico pregio sta nel sottolineare la carica eversiva dell’anonimato “reale” in My. Nel complesso l’articolo è di poca profondità ed è di sconcertante somiglianza con l’articolo di Heller comparso nella Storia della Letteratura Russa pubblicata da Einaudi (Torino 1989), di cui riprende concetti base e persino le stesse citazioni. Un neo che macchia un’iniziativa editoriale di tutto rispetto. E, si spera, un monito per chi intendesse seguire le orme della Lupetti nella coraggiosa e vincente scommessa Zamjatin.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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