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M. Colucci, Tra Dante e Majakovskij. Saggi di letterature comparate slavo-romanze, a cura di R. Giuliani, Carocci, Roma 2007 (Eugenia Gresta), pp. 297-299
Il titolo scelto per questo volume sintetizza lo spirito vivace e la lungimiranza critica di Michele Colucci nell’arco della sua carriera di studioso: Dante e Majakovskij sono, infatti, gli estremi temporali e spaziali entro i quali si è mossa l’attività esegetica del professore riservata alla comparatistica slavo-romanza.
Diviso in tre sezioni dedicate a Settecento, Ottocento e Novecento, il libro raccoglie i lavori scritti e pubblicati durante un quarantennio che riflettono, in massima parte, su cultura russa e italiana, ma che lasciano spazio anche alla Polonia e al Portogallo, il tutto arricchito da elaborati sull’arte del tradurre, sulla cultura prepetrina, sull’elemento ebraico nell’opera di Babel’ e da due camei dedicati rispettivamente a Roman Jakobson e ad Angelo Maria Ripellino. A chiosa del libro, la curatrice, Rita Giuliani, ha posto un inedito dello slavista, trovato fra le sue carte dopo la morte – avvenuta nel 2002 – che ha per argomento l’immagine di Roma nella poesia di Vjačeslav Ivanov. La selezione è ben sorretta da una rete di preziose schede introduttive a ciascun saggio, in cui la curatrice spiega la genesi dei lavori, dandone anche un sunto. A fine volume, sempre a opera della curatrice, troviamo delle note esplicative di personaggi e opere di cui si parla nei lavori di Colucci, note che guidano il lettore in una giungla informativa di altrimenti difficile gestione.
I saggi sono raggruppati per temi, dai quali emerge un chiaro interesse dell’autore per la poesia e il suo destino e una sua spiccata inclinazione per i cultural studies, filone che buona eco ha nel Nord Europa e Oltreoceano, ma che nel Belpaese è ancora poco sedimentato. Questi i due fili conduttori del libro a cui si aggiunge, inevitabilmente, la metodologia di lavoro dello slavista, ricettivo non solo verso i temi che si prefigge di analizzare, ma anche le fonti, i contesti culturali ed eventuali corollari bio-bibliografici. È così, alla luce di queste indicazioni contestuali, che prende corpo e si giustifica la triade di saggi “settecenteschi”: “Francesco Filippi-Pepe e il suo Monumentum a Pietro il Grande”; “Jan Potocki e i ‘motivi italiani’ nel Manoscritto trovato a Saragozza”; “Cheraskov e Camões”. Gli elaborati divergono sostanzialmente dai titoli. Tanto l’analisi al Monumentum del Filippi-Pepe quanto quella dei motivi italiani in Potocki occupano un breve spazio: veri obiettivi della strategia critica di Colucci sono, infatti, l’accurata ricostruzione storico-culturale dell’ambiente intellettuale della Teramo del Filippi-Pepe e la riflessione sulla genesi, le fonti dei motivi italiani e la bibliografia secondaria di riferimento per l’opera del polacco. Anche il titolo del lavoro dedicato a Cheraskov e Camões appare eccessivamente “ampio”. Il tentativo di dimostrare un’influenza dell’autore dei Lusiadi sul russo del La battaglia di Çesmę, snodo centrale delle considerazioni dello slavista, rimane sospeso e l’influenza si ridimensiona in suggestione.
Sorprende che i lavori sul Settecento di un estimatore del secolo dei Lumi quale era Colucci, siano, nel complesso, strutturalmente meno nitidi e puntuali dei saggi dedicati all’Ottocento, secolo di importanza tangenziale negli interessi dello studioso.
“La figura dell’italiano nel romanzo di V. K. Kjuchel’beker L’ultimo Colonna” è stato scritto in francese. In linea di principio, avrebbe potuto essere tradotto per la presente pubblicazione, ma scorre comunque in maniera agevole e va a rintracciare quei possibili modelli ideologici e culturali, quelle tradizioni e fonti che hanno verosimilmente ispirato Kjuchel’beker nel tratteggiare la figura di Giovanni Colonna nel suo romanzo. Senz’altro più “di nicchia” è lo studio di “Una storia fiorentina della letteratura russa”, un compendio di letteratura scritto dall’intellettuale conservatore S. Ševyrev e tradotto dall’italianista G. Rubini, in forze all’Università di Mosca. Ciò che stuzzica la curiosità dello studioso sono i criteri di redazione del testo in cui lo sviluppo della letteratura è interpretato alla luce della vichiana Scienza Nuova, il che permetterebbe allo Ševyrev di aprirsi in senso “progressista” mantenendo una visione del mondo conservatrice. Il filone ottocentesco si conclude con “Dostoevskij e la cultura italiana”. Colucci ripercorre in maniera molto efficace la fortuna del russo in Italia, in uno studio denso di particolari in cui si sottolinea la ricezione, da parte della letteratura nostrana, della pars destruens del grande scrittore.
Più diversificati rispetto ai cultural studies settecenteschi e ottocenteschi appaiono i numerosi saggi dedicati al Novecento, fra i quali spiccano quelli sul futurismo e quelli di argomento dantologico. Se in “Marinetti corrispondente di guerra nei Balcani” (Zang Tumb Tumb) e “Un romanzo inedito di Filippo Tommaso Marinetti”, il professore fa un’incursione nella degenerazione del futurismo italiano inquadrandolo nei rapporti italo-russi, in “Futurismo russo e futurismo italiano”, lo studioso mette a confronto i due movimenti, espressione di un’analoga spiritualità. Ancorché scritto nel 1964, il lungo saggio rimane tuttora di piacevole lettura e mantiene intatta la sua freschezza scientifica. Leva della riflessione di Colucci è l’asserzione che l’influenza del futurismo italiano su quello russo non sia stata solo un abbaglio, come volevano note teorie fra cui quella jakobsoniana, ma che effettivamente il primo abbia funto da intelaiatura alla poesia di quel gigante del futurismo che fu Vladimir Majakovskij. Lucida è, in quest’ottica, l’analisi del primo Majakovskij, “apprendista” alla scuola italiana.
La sezione dantologica, anch’essa tripartita, riassume lo status quo dei rapporti Dante-Russia nel Novecento. La grande partecipazione dello slavista all’oggetto di analisi in “Note alla Conversazione su Dante di Mandel’štam”, traspare in una serie di osservazioni pregnanti, anche se non sempre sinuose, sul significato della Commedia per il poeta russo. Segue subito dopo “Un Dante russo del nostro secolo: L’ultimo cerchio di Zinaida Gippius” – per ammissione dello stesso studioso un curiosum. Più specifico e articolato è l’excursus sugli studi dantologici negli anni 1970-1995 in “Dante in Russia e nella russistica occidentale negli ultimi venticinque anni”, in chiusura di sezione.
Dei cinque saggi conclusivi meritano una particolare attenzione “Del tradurre poeti russi (e non solo russi)” e “The Image of Western Christianity in the Culture of Kievan Rus’” che ci mostrano due facce complementari di Michele Colucci. Il primo è un appassionato trattato di teoria della traduzione da cui emerge tutta l’intensità del Colucci traduttore e l’importanza che egli attribuiva a questo complesso esercizio. Per il secondo, pubblicato in inglese, vale ciò che è stato detto per il lavoro su Kjuchel’beker. Il professore analizza la complessità del rapporto fra la Rus’ kieviana e l’Occidente religioso attraverso pochi ma importanti testi anticorussi con esito felice, esito che riflette, verso noi lettori, lo spirito di un raffinato medievalista.
Un’ultima parola va spesa per i “medaglioni” dedicati a Roman Jakobson e Angelo Maria Ripellino, scritti a venti anni dalla loro scomparsa. Se nel primo Colucci riflette con piglio libero su uno studioso della statura di Jakobson, ponendosi anche criticamente nei confronti del suo lascito intellettuale, nel secondo il professore sembra frenato dall’ombra di Ripellino che lo ha sempre accompagnato nella sua attività scientifica e universitaria. Colpisce questo atteggiamento in un uomo che per sensibilità culturale e intelligenza critica non aveva nulla da invidiare al suo illustre predecessore. Testimonianza ne è questo volume, ben pensato e ben curato, in cui lo slavista presenta sì il suo lato “lunare”, quello meno conosciuto, ma non per questo meno luminoso.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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