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D. Roman, Fragmented Identities: Popular Culture, Sex, and Everyday Life in Postcommunist Romania, Lexington/Rowman & Littlefield Publisher, Lanham 20072 (Giancarlo Covella), pp. 311-313
Nel suo ultimo lavoro intitolato Fragmented Identities: Popular Culture, Sex, and Everyday Life in Postcommunist Romania, Denise Roman, nativa di Bucarest e ricercatrice presso il Center for the Study of Women dell’Università di California (Los Angeles), fa il punto della situazione su una vastissima area di ricerca, quella delle donne dell’Europa dell’est nei periodi comunista e postcomunista, raccogliendo interviste, aneddoti, incontri con studiosi del pensiero femminista e attivisti politici. Il risultato è uno studio accurato e originale, sostenuto da un’euristica scientifica e sottilmente filantropica.
Fragmented Identities è il viaggio di una flâneuse nella cultura popolare della Romania post-1989, attinta principalmente dalla vita quotidiana e indagata secondo alcuni aspetti particolari (trasformazioni generazionali, elementi linguistici, genere, differenza sessuale); fenomeni – questi – contemplati non nella loro singolarità, ma attraverso lo stretto legame tra popolo ed eredità comunista. Malgrado i riferimenti all’epistemologia degli studi culturali e della teoria femminista, Roman ha scelto di non continuare il discorso di queste due discipline, volendo invece dare risposta “alla mancanza di un’antecedente introspezione analitica” (p. 33) in quelle che Michel Foucault ha chiamato tecnologie del sé e tecnologie di potere.
Il percorso dispiega una realtà poliedrica, declinata secondo il concetto filosoficamente forte di “identità”, esplorato dapprima come nozione politico-culturale di costruzione dell’identità (cioè, nelle sue pratiche costitutive, nei dibattiti, nelle esperienze soggettive e intersoggettive), e in un secondo momento come identità politica.
Fragmented Identities consta di tre parti, sette capitoli, una conclusione e un post scriptum, in cui vengono analizzati importanti aspetti teorici della critica postcoloniale, poststrutturalista e femminista.
La prima sezione, “Everyday Life”, comprende due capitoli generali, dove viene dettagliatamente illustrato il nuovo stile di vita che i cittadini romeni hanno dovuto mettere in pratica negli ultimi diciassette anni dopo la caduta del comunismo.
In “A Flâneuse through Bucharest at the End of the Twentieth Century” l’autrice intraprende un lungo viaggio nel cuore di Bucarest, mettendo in luce questioni e problematiche che saranno affrontate nei capitoli successivi. Agli occhi della flâneuse “la città offre or ora una nuova generazione (lavanderie, centri di bellezza, cliniche private, farmacie, ecc.); strade e vie hanno cambiato i loro nomi; nuovi monumenti sono in procinto di essere eretti; e i parchi pubblici, in estate, sembrano soddisfare pienamente i giovani viandanti” (pp. 7-8).
“Discourses, Identities, and Practices of Everyday Life” è una breve analisi metodologica del lavoro svolto nel libro. Qui l’autrice dichiara di essersi abbondantemente servita di “testi critici, letterari e giornalistici; di aver seguito talk-show e programmi in TV; di aver letto quotidiani, annunci e inserzioni pubblicitarie; di aver intervistato gente che ha vissuto prima, durante e dopo il 1989, fra cui musicisti e compositori di musica pop e molti altri ancora” (p. 34).
“Popular Culture” è il titolo che apre la seconda sezione con i suoi tre lunghi ed essenziali capitoli, dedicati alla cultura e alle tradizioni popolari.
“Aesthetics and Politics: from ‘Socialist Realsim’ to ‘Postcommunist Carnivalesque’” analizza, all’interno della cultura popolare, il periodo di transizione che va dal “realismo socialista” fino all’attuale “postcomunismo carnevalesco”. Secondo l’autrice, “una nuova sensibilità estetica sembra oggigiorno dominare la razionalità del postcomunismo” (p. 43). Facendo così riferimento alla teoria del sociologo francese Pierre Bourdieu, secondo cui “la cultura è usata in corrispondenza del modo in cui è stata acquisita” (p. 44), Roman giunge alla conclusione che “il sistema comunista ha sempre funzionato sotto l’egemonia culturale dell’estetica popolare” (p. 45). Chiude il capitolo una pregnante osservazione: “L’aver preso in considerazione la logica culturale del precomunismo come funzionamento per la ricombinazione e il ripristino di sistemi simbolici precomunisti e comunisti, mi ha indotto a riscontrare nell’estetica postcomunista la conseguenza di una ‘logica del carnevalesco’” (Ibidem).
Il quarto capitolo, “‘Blue Jeans Generation’ and ‘Generation PRO’: Youth, Pop Culture, and Politics”, introduce il discorso sulla costruzione dell’identità giovanile nella Romania dei periodi comunista e postcomunista, una forma di identità/ribellione che perdura fino a oggi, e s’intrecciata in maniera indissolubile con numerosi dibattiti e pratiche costitutive della cultura popolare. Come Roman scrive nel preambolo al capitolo, “questo capitolo concettualizza esperienze di soggettività attraverso la cultura popolare, e lo fa proprio a partire dal punto di vista di uno degli attivisti politici fra i più emarginati nell’attuale trasformazione postcomunista: la gioventù” (p. 59). Lo studio colloca l’età giovanile all’interno di una cultura popolare situata al bivio di una grande evoluzione postcomunista, che rientra a pieno titolo in un mondo ormai globalizzato, moderno ma anche postmoderno. “Questo capitolo” – spiega ancora Roman – “svela inoltre la natura de-territorializzata della cultura popolare occidentale – natura che, come in diversi altri contesti dell’Europa orientale, ha pervaso ininterrottamente forme e aspetti della cultura pubblica e privata romena sin dall’inizio dell’era comunista” (pp. 59-60).
“Popular Culture and the Discourse of Hate: The Case of Anti-Semitsm” introduce il discorso su una particolare forma di antisemitismo che si basa su ciò che comunemente è stato definito il mito dell’ebreo come “simbolo e concentrato di una diversità minacciosa e sinistra”. “Questa rappresentazione” – ribadisce Roman – “costituisce una forma specifica del discorso dell’odio per quelle società dell’Europa dell’est in cui il numero dei membri delle comunità ebraiche è stato drasticamente ridotto o dal fascismo o dall’assimilazione o, addirittura, attraverso l’emigrazione sotto i periodi comunista e postcomunista” (p. 81). Oggigiorno, in Romania, “il discorso sull’identità e la politica del movimento ebraici sembra non avere basi abbastanza solide su cui poggiare” (p. 80). È in vista di tale giustificazione che l’autrice esamina qui la questione dell’antisemitismo come discorso esclusivamente postcomunista: “Sin dal 1989, l’antisemitismo è diventato non solo la polemica di partiti nazionali e organizzazioni politiche da poco emersi, ma anche il problema della cultura popolare, così come quello di svariati gruppi intellettuali. Questo antisemitismo ha contribuito alla rinascita di nuove forme di raziocinio sciovinista e di discorso dell’odio” (p. 82).
La terza e ultima sezione, “Gender and Sexuality”, fa un’analisi sul modo in cui è costruita l’identità della donna alla luce di argomenti politici e discorsivi durante il periodo postcomunista. Questa riflessione sulla teoria di genere e sulla differenza sessuale viene maggiormente sviluppata nell’ultima parte del libro (cap. 7), in cui viene esaminata la costruzione dell’identità queer nella Romania d’oggi.
Il sesto capitolo, “The Postcommunist Femminine Mystique: Women as Subjects, Women as Politics”, esamina la subordinazione delle donne all’interno della società romena dal periodo precomunista a quello postcomunista, a dispetto dell’ideale socialista riguardo alle pari opportunità fra uomini e donne. Esso, inoltre, riflette sulle forme alternative di costruzione della soggettività femminile (contadina, proletaria, borghese, aristocratica, sessuata, in carriera e così via), sull’attività politica delle donne romene, sia pure sull’identità politica femminista dopo il 1989 e sull’influenza del femminismo transnazionale nei paesi occidentali. Qui, l’autrice ci fa notare che “nell’era postcomunista la costruzione dell’identità della donna è condizionata dalla rinascita della tradizione e dei valori patriarcali, intrecciate a costruzioni simboliche comuniste di genere. Dopotutto, anche le più recenti nozioni occidentali stanno avendo un impatto notevole sulla formazione della soggettività e identità politica delle donne” (p. 101).
“Beetween Ars Erotica and Scientia Sexualis: Queer Subjectivity and the Discourse of Sex”, settimo e ultimo capitolo, esamina l’identità queer (termine con cui indica tutte le soggettività non eterosessuali: gay, lesbiche, transgender, e così via) e la lotta per il riconoscimento dei diritti degli omosessuali nell’attuale Romania. “Questo capitolo” – dichiara apertamente Roman – “cerca di presentare un resoconto esauriente della soggettività queer nella Romania postcomunista. Innanzitutto, il contesto in cui le soggettività queer sono prodotte si sono rivelate come organizzazione frattale di tempo, spazio, attività e identità. In secondo luogo, la soggettività queer è stata associata a un discorso sessuale eclettico – per usare un’espressione di Foucault. Infine, l’identità queer è stata decostruita e classificata come soggettività performativa, dal momento che opera in assenza di identità politiche ben delineate” (p. 142). Il capitolo si chiude con un’attenta considerazione: “Questo studio ha fiduciosamente rivelato una delle più importanti forme politiche di de-territorializzazione. Una politica transnazionale di questo tipo è stata imposta dal queer internazionale e dall’attivismo dei diritti umani sull’intolleranza dell’apparato statale politico-legale e sugli elementi etnico-religiosi all’interno della società civile rumena. Per giunta, questa politica transnazionale de-territorializzata ha riconciliato, come mai prima d’ora, le società civili nazionali e internazionali con il loro sforzo contro il tradizionale e tuttora egemonico eterosessismo patriarcale repressivo” (p. 143).
La conclusione, infine, asserisce che il postcomunismo è qualcosa di più del semplice passaggio dall’era comunista al periodo postcomunista: è un’ampia trasformazione che cerca di risolvere il problema dell’identità; ciononostante, il discorso sulla politica è rimasto inattivo già a partire dalla seconda guerra mondiale, allorquando il regime comunista assunse il comando della Romania.
A corredare il testo, oltre a un apparato ricco di note, a una vasta bibliografia e a un piccolo repertorio fotografico, si aggiunge un post scriptum intitolato “Eastern European Women and Transnational Feminism. A call for Inclusion”. Scritta esclusivamente per la nuova edizione aggiornata del 2007, questa appendice altro non è che l’ampliamento di “Missing in Action. On Eastern European Women and Transnational Feminism”, articolo pubblicato nella newsletter del Center for the Study of Women del novembre 2006. L’autrice tenta di spiegare e, nel contempo, di suggerire che la donna dell’Europa dell’est è vista oggi come un’europea di second’ordine, “minore”, intanto che guarda ora verso l’integrazione nell’Unione Europea ora verso l’esclusione dai dipartimenti degli studi sulle donne del nord America – “dipartimenti dominati da un femminismo transnazionale di origine postcoloniale” (p. 19). Da un punto di vista epistemologico, il post scriptum evidenzia un mutamento in prospettiva, da uno studio che si basa principalmente sulla città di Bucarest e sulla Romania in generale a uno sostanzialmente basato sui programmi degli women’s studies dell’America del nord che, ancora oggi, focalizzano l’attenzione sulla problematica della rappresentazione delle donne dell’Europa dell’est nel mondo accademico.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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