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F. Caccamo, Jiří Pelikán. Un lungo viaggio nell’arcipelago socialista, Marsilio editori, Venezia 2007 (Alessandro Catalano), pp. 300-302
Il panorama non particolarmente ricco delle monografie dedicate dalla storiografia italiana alle principali figure del dissenso (per non parlare della storia ceca in generale) si è arricchita del riuscito lavoro di Francesco Caccamo, dedicato a uno dei più noti esuli dopo la repressione della Primavera di Praga, Jiří Pelikán (1923-1999). Se in qualche modo si trattava di un grave debito della nostra storiografia, visto anche il profondo legame avuto da Pelikán con il nostro paese (è stato eletto nelle fila del Partito socialista italiano per due volte parlamentare europeo, dove è stato in carica dal 1979 al 1989), il volume rappresenta anche un deciso passo in avanti nella direzione della storicizzazione e “obiettivizzazione” di una vicenda personale che continua a correre il rischio di essere letta, almeno in Italia, esclusivamente nell’ottica della dialettica concorrenziale tra Partito socialista e Partito comunista. Proprio la vicenda biografica e politica di Pelikán, più ancora che di altri protagonisti della Primavera di Praga, offre invece l’opportunità di provare a ridiscutere alcuni dei problemi che i feroci scontri ideologici della seconda metà del XX secolo hanno lasciato aperti. Nel caso di Pelikán la questione è resa per di più particolarmente complessa dal suo essersi venuto a trovare, dopo la caduta del processo riformatore in Cecoslovacchia, in un mondo ideologico, culturale e politico – quello italiano – molto diverso da quello di partenza.
Pochi esponenti della Primavera di Praga hanno legato il loro successivo destino in tutto e per tutto alla difesa di quell’esperienza come Pelikán, direttore della televisione di stato nei mesi di aspirazioni e promesse che hanno rappresentato forse l’ultima speranza reale di ridare vita a un socialismo reale sempre più agonizzante. Rifugiatosi in Italia (inizialmente come consigliere per la stampa e la cultura presso l’ambasciata romana) dopo l’arrivo dei carri armati dei paesi “amici”, Pelikán ha continuato a lottare, a partecipare a numerosissimi convegni e a cercare in tutti i modi che la tragedia di Praga non venisse dimenticata. Anche alla sua azione a Roma come editore della rivista Listy, nei quasi vent’anni che precedono il 1989 e la rivoluzione di velluto, si deve del resto la celebrità della dissidenza cecoslovacca e una certa simpatia che ha sempre circondato la causa della Cecoslovacchia invasa. Fondamentale è stata inoltre la sua collaborazione alla preparazione della Biennale del dissenso del 1977 e, tra i molti lavori, meritano di essere citati almeno i due volumi da lui curati, dedicati rispettivamente al XIV congresso clandestino del Partito comunista cecoslovacco, Congresso alla macchia (Firenze 1970 – è stato poi ristampato qualche anno fa con il titolo L’ultima resistenza. L’atto più importante e dimenticato della primavera di Praga, Firenze 1999), e ai processi politici, Il rapporto proibito. Relazione della commissione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cecoslovacco sui processi politici e sulle riabilitazioni in Cecoslovacchia negli anni 1949-1969 (Milano 1970). Forse superfluo può essere invece sottolineare l’importanza della tuttora validissima raccolta di documenti Qui Praga. Cinque anni dopo la primavera. L’opposizione socialista cecoslovacca parla (Roma 1973) o la dettagliata reinterpretazione della vicenda offerta nel volume Il fuoco di Praga. Per un socialismo diverso (Milano 1978).
La vicenda esistenziale di Pelikán avrebbe quindi tutti i presupposti per accattivarsi le simpatie del lettore, che può al massimo sorprendersi per l’“ingratitudine” dei cechi e degli slovacchi che, dopo il 1989, non hanno riservato a Pelikán alcun ruolo politico nel paese ormai liberato dall’ingombrante comunismo normalizzato di G. Husák. Esiste però naturalmente anche per questa apparente contraddizione in termini una spiegazione, così come del resto anche per quella strana sensazione di fastidio che è stata spesso evidenziata dalla stampa locale per alcune “omissioni” di Pelikán nella propria biografia (cosa che peraltro spesso vale anche per altri politici e intellettuali, anche di primo piano). Il tema è infatti molto delicato, trattando tragedie personali e violenze collettive su intere classi sociali, che hanno provocato ferite evidentemente ancora oggi non sanate. Da questo punto di vista non si può non apprezzare il tono della ricostruzione biografica di Caccamo, molto lontano dal grande coinvolgimento emotivo e politico che questi avvenimenti suscitavano ancora pochi anni fa tra gli storici delle generazioni precedenti. Il volume è inoltre basato in gran parte su documenti inediti, per lo più provenienti dall’archivio personale di Pelikán, oggi conservato presso l’Archivio storico della Camera dei deputati (si veda a questo proposito l’Inventario del Fondo Jiri Pelikan [Quaderni dell’Archivio storico 8], Roma 2003). Va per altro sottolineato che, pur avendo scelto di non approfondire alcune di queste questioni, l’autore non ha comunque tralasciato di soffermarsi sui problemi che la biografia di Pelikán presenta agli occhi dei cechi e che provocherà poi il rifiuto definitivo e senza ripensamenti delle generazioni successive (a cominciare da quella di Havel) nei confronti suoi e di tutti i “riformatori” del 1968...
Per il liceale Pelikán le scelte politiche erano state in un certo senso scontate, data anche la precoce militanza del fratello Vladimír, funzionario comunista. Costretto a nascondersi negli anni della guerra, sarebbe divenuto subito dopo la fine del conflitto una figura di discreta importanza tra i giovani comunisti cechi, fino ad assumere la presidenza del Comitato di azione del Fronte popolare per gli istituti universitari praghesi, cioè dell’istituzione che di fatto ha gestito le epurazioni all’interno delle università nell’ambito delle cosiddette “verifiche studentesche”. Molto nota a Praga, se non addirittura famigerata, è la vicenda dell’allontanamento del celebre economista Karel Engliš dalla carica di rettore dell’università praghese (pp. 14-16). Dato il suo ruolo nelle settimane successive alla presa del potere da parte dei comunisti, non stupisce quindi che già nelle elezioni del maggio del 1948 Pelikán sia stato eletto (come deputato più giovane) nell’Assemblea nazionale, trovandosi così, nel 1948 e negli anni immediatamente successivi, a ricoprire un importante ruolo nel Partito comunista ceco. Anche se probabilmente non si può seriamente affermare che Pelikán abbia contribuito a diffondere lo stalinismo, in quanto altolocato funzionario “accorto e realista” (p. 22), di sicuro non ha fatto molto per combatterne l’ascesa. Dal 1953 Pelikán ha inoltre ricoperto l’incarico di segretario generale dell’Unione internazionale degli studenti, divenendone tre anni dopo il presidente). Facile capire quindi perché, agli occhi di chi in un modo o nell’altro di quell’agire politico è restato vittima, su Pelikán sia rimasto sempre il sospetto di essere stato uno dei “carcerieri degli anni Cinquanta”. E questo anche se lui stesso sarà poi oggetto – ma questo soltanto nel 1961 – di accuse di “revisionismo e deviazionismo”, dalle quali si sarebbe salvato venendo trasferito alla televisione per intervento diretto di quello stesso Novotný che successivamente avrebbe aspramente combattuto (pp. 23-25).
Il principale problema della vicenda biografica di Pelikán – almeno agli occhi delle generazioni successive – risiede quindi proprio nelle modalità della sua ascesa politica. Lo stesso Pelikán del resto, pur autore di molti volumi in cui la propria vicenda biografica viene offerta al lettore sullo sfondo delle tragiche vicende della Cecoslovacchia, ha quasi sempre preferito “sorvolare” su questa sua attiva partecipazione alla fase decisiva della presa del potere dei comunisti in Cecoslovacchia per concentrarsi sulla fase di oppositore a quello stesso potere che aveva contribuito a instaurare. E qui siamo molto vicini al fulcro del problema di quella “doppiezza” che impedirà lo svilupparsi di una reale fiducia tra le singole anime della dissidenza ceca dopo il 1968. Semplicistico sarebbe del resto accusare Pelikán di aver taciuto il suo ruolo attivo nei numerosi volumi pubblicati all’estero, come ad esempio nella lunga intervista a cura di Antonio Carioti Io, esule indigesto. Il Pci e la lezione del ’68 di Praga (Milano 1998), mentre tale rivendicazione non manca ad esempio nei documenti di uso “interno” (ad esempio nel testo autobiografico degli anni Cinquanta citato nel volume a p. 14). Per certi aspetti si è forse trattato più di un’impari lotta con il proprio passato, nella quale però si è giocata gran parte della credibilità politica di tutta la generazione di Pelikán rispetto a quella successiva, che con Charta 77 avrebbe invece fatto (sia pure idealisticamente) della “vita nella verità” il proprio motto.
Nonostante il passo falso del 1961 (peraltro forse anche ingigantito da Pelikán), la sua carriera sarebbe culminata nel 1963 con la nomina a direttore generale della televisione cecoslovacca, che nel periodo caldo della Primavera si sarebbe rivelata una delle “armi” principali del movimento riformatore (alcuni commentatori hanno del resto parlato di “telerivoluzione”, p. 26). Non ci sono naturalmente motivi di dubitare della buona fede e della profondità del processo di revisione delle proprie posizioni da parte di Pelikán, confermato dai fatti, ma non ci si può nemmeno stupire più di tanto se per molti non sono mai scomparsi i dubbi nei confronti di una figura elevata a un ruolo così importante da quello stesso Novotný che poi sarebbe stato indicato, per buona parte del 1968, come principale colpevole di tutte le distorsioni del sistema. Indubbio è infatti il ruolo svolto da Pelikán come direttore della televisione, com’è confermato del resto dal fatto che i russi ne chiederanno, nel corso delle estenuanti trattative del 1968, ripetutamente la testa. Anche in polemica con lo stesso Dubček, Pelikán si rivelerà peraltro uno dei più convinti assertori della necessità della resistenza all’invasore o almeno di “un compromesso forte” (p. 30).
Revocatogli l’incarico presso l’ambasciata di Roma, inizia nel 1969 per Pelikán il lungo esilio e il suo notevole apporto alla causa del movimento di opposizione al regime di Husák (per una descrizione dettagliata si vedano le pp. 35-57), anche dopo l’apparire di una piattorma ormai chiaramente non più socialista come Charta 77 (pp. 59-74). Il sempre più evidente coinvolgimento nella politica italiana si poteva già intuire nel finanziamento dato dal Partito socialista alla rivista Listy, risultato del crescente interesse di Bettino Craxi per il fenomeno del dissenso, giustamente interpretato come punto debole della strategia del Partito comunista italiano. Nonostante si fosse schierato apertamente per il nuovo corso cecoslovacco nel 1968, il Pci aveva infatti dimostrato di non poter/saper realmente aiutare il dissenso (allo stesso Pelikán, nonostante le sue richieste, non è peraltro mai stato offerto di entrare nel partito e senza risposta era rimasta una sua lettera a Berlinguer, ora riportata in J. Pelikán, Io, esule, op. cit., pp. 114-119). Nonostante i numerosi contatti avuti da Pelikán nel nostro paese (pp. 75-88), è con l’ascesa di Craxi che matura la vicenda politica di Pelikán in Italia, che culminerà con l’elezione a parlamentare europeo e sostenitore della causa cecoslovacca anche nei difficili anni Ottanta (pp. 93-111). Così come è con la rivoluzione di velluto e con la caduta di Craxi legata alle vicende di “Mani pulite” che sarebbero definitivamente crollati i pilastri su cui si era fondato l’agire politico di Pelikán nei quarant’anni precedenti (pp. 113-125). Anche se esula dal discorso di questo libro, credo sia comunque una domanda più che legittima (ancorché difficile da verificare) quella della provenienza dei soldi con cui in Italia venivano finanziate Listy e tante altre iniziative in favore del dissenso...
Probabilmente l’atmosfera sta cambiando e più facile sarà occuparsi di questi fenomeni negli anni a venire più nell’ottica di che cosa si studia realmente (la Primavera di Praga ad esempio) e meno nell’ottica delle ripercussioni di quei fenomeni sulla politica in Italia (com’è avvenuto per il recente cinquantennale della rivolta ungherese). In ogni caso la storiografia italiana era debitrice a Pelikán, figura che ha attraversato i quarant’anni del governo comunista in Cecoslovacchia da protagonista, di una ricostruzione storica obiettiva e non militante della sua vicenda politica. E il merito maggiore del volume di Caccamo è proprio quello di offrire una terza via, non quella semplice delle condanne di generazioni ormai sempre più lontane da quei fenomeni, ma nemmeno quella – altrettanto facile – dell’immedesimazione con tutti i passi delle figure, spesso fin troppo carismatiche, che hanno fatto politica (e spesso in modo anche spregiudicato) nei difficili decenni passati.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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