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P. Helan, Duce a kacíř. Literární mládí Benita Mussoliniho a jeho kniha Jan Hus, muž pravdy, L. Marek, Brno 2006 (Massimo Tria)
Sulla mappa delle relazioni internazionali fra culture geograficamente vicine i rapporti intercorsi fra Italia e terre ceche non sono densissimi, almeno se li confrontiamo con l’insieme corposo di eventi storici e culturali che legano il Bel paese alle culture maggiori dell’Europa e del mondo occidentale (accordi e scambi economici, alleanze militari, ma anche istituzioni culturali condivise, traduzioni fra le due lingue in questione, soggiorni di personalità sul suolo straniero, cognizioni medie di un popolo sull’altro). All’interno di questo complesso importante, ma non abbondantissimo, di correlazioni italo-ceche spicca una voce quantomeno singolare dell’elenco, di cui i boemisti (tutti?) e gli storici del fascismo (forse non proprio tutti) sanno, ma che può certamente incuriosire anche il profano e il lettore attento alle coincidenze storiche più inaspettate: parliamo del libro che Benito Mussolini dedicò a una delle figure di riferimento della cultura della Boemia, il predicatore Jan Hus (nato nella Boemia del sud attorno al 1370, bruciato sul rogo al concilio di Costanza nel 1415).
L’autore del corposo e sfaccettato Duce a kacíř [Il duce e l’eretico] è Pavel Helan, storico ceco della generazione di mezzo, esperto di cose italiane (oltre che a Mussolini si è dedicato ai rapporti italo-cechi durante e dopo la prima guerra mondiale, in particolare alla sorte delle legioni cecoslovacche in Italia), ma con una robusta formazione storico-teologica (il libro è infatti una rielaborazione della sua tesi di dottorato sostenuta alla Facoltà teologica ussita dell’università Carlo IV di Praga). Dal congiungimento di queste due linee d’interesse non poteva che nascere un’analisi della più eclatante intersezione fra il pensiero religioso riformatore ceco e gli studi sul fascismo, che Helan porta avanti con ampiezza di respiro e ricchezza di particolari. Come rivela il sottotitolo del suo libro (“L’attività letteraria del giovane Benito Mussolini e il suo libro Giovanni Huss, il veridico”), non ci si deve aspettare un’ulteriore analisi del Ventennio fascista, ma neanche uno studio specifico sulle posizioni del duce in merito alla questione cecoslovacca in occasione del patto di Monaco del ’38, alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Bisogna andare un po’ indietro con gli anni, in un periodo generalmente meno studiato della vita del dittatore: Helan ricostruisce con molta attenzione, sulla base di un corposo lavoro d’archivio, la linea evolutiva del Mussolini socialista e poi man mano interventista, sulla scorta della sua ricca attività pubblicistica. Ciò ci permette di seguire il graduale intensificarsi dei suoi accenni alla situazione dei popoli slavi (e dunque anche di cechi e slovacchi) sottomessi alla monarchia asburgica, e soprattutto il graduale ri-orientamento delle sue idee politiche anche in corrispondenza e alla luce del suo cambio di posizione in merito alla questione cecoslovacca: se dunque meno interessante per uno slavista è il primo capitolo (“Gli anni di gioventù di Benito Mussolini e la sua attività letteraria in questo periodo”, pp. 15-88, un excursus introduttivo a favore del lettore ceco), il discorso si fa più specifico e funzionale già nella seconda sezione (“L’immagine della società ceca negli scritti di Benito Mussolini fino all’ascesa al potere del fascismo”, pp. 89-139), in cui si nota come dalle posizioni internazionaliste del suo primo periodo Mussolini non potesse che guardare con sospetto alle aspirazioni indipendentiste dei boemi. Ma, cosa prevedibile, attorno al momento di svolta del pensiero del duce, e in coincidenza del suo passaggio post-Sarajevo a una “neutralità attiva e operante” egli comincia a esprimersi con sempre maggiore convinzione a favore di una soluzione radicale della questione boema. L’interesse di Mussolini per i popoli slavi dell’Austria si fa poi specifico e fortemente polarizzato quando si tratta proprio della creazione delle legioni di soldati cecoslovacchi sul fronte italiano (l’autore Pavel Helan sta preparando un ulteriore volume dedicato alla interessantissima questione): in quel frangente Mussolini si esprime senza dubbi e incertezze, e in contrasto con il governo italiano (in particolare contro il ministro degli esteri Sonnino) sostiene apertamente la causa ceca e la formazione di uno stato indipendente ceco, o eventualmente ceco-slovacco. Nelle dichiarazioni e negli articoli mussolininani, accuratamente citati e messi in prospettiva da Helan, notiamo come il duce colleghi più volte la causa ceca espressamente al Risorgimento italiano e all’eredità mazziniana, facendo esplicito riferimento a un’amicizia boemo-italiana dalle profonde radici, e alla necessità di sostenere pienamente gli intenti di liberazione nazionale dei popoli slavi del centro Europa, laddove la questione jugoslava, ovviamente, necessitava invece di un approccio più riservato che non ledesse gli immediati interessi italiani nella zona. Ed è proprio in questo momento delicato che viene ripubblicato su Il popolo d’Italia proprio un ampio frammento del suo libro su Hus, a sostegno della causa boema e a conferma degli scopi non meramente letterari, ma combattivi e in senso lato politici, di quell’opera (in questa temperie di sostegno alle rivendicazioni nazionali ricordiamo nel gennaio 1917 la fondazione del Comitato italiano per l’indipendenza czecoslovacca, alla quale appunto l’anno dopo si iscriverà lo stesso Mussolini).
Essa era uscita nel maggio del 1913 per le edizioni della Collezione storica dei martiri del libero pensiero, della casa editrice romana Podrecca e Galantara: Guido Podrecca, ricostruisce opportunamente Helan, era stato sì membro del partito socialista e un collega di Mussolini, ma ne era stato espulso in occasione del congresso del 1912 (fra l’altro ritroveremo Podrecca nelle liste elettorali fasciste del 1919). La sua filosofia editoriale si distanzia dunque dalla linea ufficiale e potenzialmente ingessata del partito (nella stessa collana uscirono libri dedicati a Giordano Bruno e a un’altra vittima dell’inquisizione, Pietro Carnesecchi, ed erano in programma anche uscite su Galileo e Savonarola) e secondo Renzo De Felice alcune allusioni al “filisteismo” fatte da Mussolini nel suo libro ussita possono essere contestualizzate proprio nella polemica del personaggio con certi suoi compagni di allora. Ciò che Helan a ogni buon conto sottolinea è che, per quanto di certo non eccezionale nel campo degli studi ussiti (che la questione del rapporto fra l’ussitismo e la cultura italiana sia un tema comunque ancora interessante lo testimonia la recente uscita di studi sulla questione, fra i quali a esempio J. Stejskal, “Gli ussiti e l’Italia”, Humanitas latina in Bohemis, a cura di G. Cadorini e J. Špička, Treviso 2007, pp. 61-67), il libretto in questione ci può aiutare appunto a seguire i primi significativi smottamenti e aggiustamenti nel pensiero del futuro duce: è proprio in questa occasione che egli comincia a esprimere alcune osservazioni in senso positivo riguardo ai moti nazionalisti e a una “concezione mistico-religiosa della rivoluzione”, che (già all’epoca presente negli ambienti anarchici, sindacali e in quelli dei liberi pensatori) sarà poi sviluppata nel fascismo italiano.
Interessante è la ricostruzione (nonostante il numero piuttosto limitato di fonti certe in proposito) che Helan fa riguardo ai possibili motivi che spinsero il giornalista e politico italiano a redigere quest’opera di compilazione innervata però di interessanti spunti politici: nel 1915, in occasione del cinquecentesimo anniversario del rogo di Hus si sarebbe dovuto svolgere proprio a Praga (se nel frattempo non ci fosse stata Sarajevo) il congresso del Libero pensiero, che riuniva su base internazionale liberi pensatori e atei, compresi anche membri italiani e cechi. Fra questi ultimi un sostenitore era František Loskot (ex prete cattolico) che fu appunto in contatto epistolare (la corrispondenza è andata però perduta) con Mussolini e gli fornì anche materiale grafico d’accompagnamento. In preparazione dunque di quest’assemblea l’italiano entrò in contatto con le idee e la figura del religioso ceco del Quattrocento e decise di mettere insieme il libro in questione. La figura di Hus non era ignota in Italia, e Helan ripercorre i riferimenti occasionali o più strutturati che nella letteratura storica o nelle belle lettere italiche esistono sul riformatore boemo (fra i riferimenti funzionali al nostro discorso ricordiamo almeno l’ode carducciana A Satana, o la lettera inviata da Garibaldi nel 1869 al comitato ceco per le celebrazioni ussite, entrambi riferimenti certamente vicini alle simpatie mussoliniane del periodo). Ma la coincidenza ideale e storica tutta particolare che diede vita al libretto di 124 pagine ha una portata decisamente originale: se ricordiamo che Mussolini in alcune occasioni si firmò con l’appellativo “vero eretico” o “veridico”, poi attribuito a Hus stesso, viene corroborata come non del tutto peregrina l’ipotesi di De Felice che l’italiano vedesse nell’“eretico” ceco anche un modello diretto. Ciò va appunto collegato alla figura di Hus quale esempio di opposizione coerente e risoluta al potere oppressivo della chiesa (il che si accorda con l’anticattolicesimo dichiarato del Mussolini di quegli anni) e quale fonte di ispirazione per il successivo collegamento dell’idea di nazionalismo a una forte figura individuale, la cui autorità morale faccia presa sulle masse, e che sia capace di moderare gli atteggiamenti estremisti e “giacobini” (Mussolini critica fortemente nel libro appunto anche gli eccessi bellici degli ussiti radicali). In una frase che ci piace citare: “nel libro si rivela il nuovo atteggiamento spirituale di Mussolini: il misticismo religioso come primo elemento della rivoluzione e il ritorno alle origini quale strumento per l’affermazione rivoluzionaria di una nazione” Helan coglie il significato evolutivo di Giovanni Huss il veridico nel pensiero del suo autore. Hus dunque aiutò, o per lo meno servì a concentrare le idee dell’autore nella direzione della concezione di un’unità nazionale ideologicamente motivata.
Nello specifico Helan descrive poi il libro per quello che è: un’opera di compilazione con numerose imprecisioni e inesattezze nelle date e, ovviamente, nella denominazione corretta dei personaggi boemi. Le fonti principali sono state ricostruite dallo storico ceco, che cita soprattutto lo slavista francese Louis Léger, alcuni storici tedeschi tradotti in italiano e in misura minore alcuni riferimenti diretti di storici italiani, visto che naturalmente Mussolini non era in grado di leggere alcun originale ceco (per la cronaca, si tratta della Storia Universale di Cesare Cantù e di una lezione tenuta all’università di Padova nel 1878 da P.F. Erizzo, dal titolo “Giovanni Huss il Riformatore Boemo”, che costituisce il primo e l’unico testo italiano sull’argomento precedente a Mussolini). Di un certo valore storico-documentale è però la traduzione (eseguita sulla base dall’edizione francese di Emil de Bonnechose) di alcune lettere di Hus, accompagnate fra l’altro da un testo di Martin Lutero, che originariamente, nel 1537, era servito da prefazione alla pubblicazione in tedesco di alcune epistole del religioso ceco: con queste lettere poste come appendice, per quanto incomplete e risultato di almeno un doppio passaggio linguistico, venne comunque reso accessibile per la prima volta in italiano un limitato corpus di testi di Hus, operazione che ovviamente (il che vale per il libro in toto) non aveva certo come finalità quella di esaltare la fede in Dio di un ecclesiastico (Mussolini era in quel momento un socialista ateo dichiarato), tendeva bensì a dimostrare sull’esempio storico di un uomo coerente e coraggioso la perfidia e la depravazione della Chiesa.
Interessante, per chiudere, è anche l’analisi dei destini di tale libro: Helan ricorda che, dopo la pubblicazione di parte di esso ne Il popolo d’Italia in corrispondenza della lotta politica sulla questione delle legioni cecoslovacche, successivamente Giovanni Huss il veridico fu ripubblicato come volume autonomo nel ’48 e nell’88 (oltre all’inserimento nell’opera omnia). Ma, cosa piuttosto sintomatica, ancora durante il Ventennio Mussolini ritirò dalla circolazione la sua opera, probabilmente affinché il suo spirito anticlericale non disturbasse la preparazione dei patti lateranensi; nonostante questa mossa politico-editoriale egli non rinnegò mai il suo lavoro ed esso fu dunque citato regolarmente nelle biografie del duce, con tanto di estratti testuali. Helan menziona poi due distinte pubblicazioni in traduzione inglese uscite a New York (la prima nel 1929, la seconda dieci anni dopo) e motiva la prima di queste due edizioni come un tentativo degli antifascisti italiani e degli ex-sodali di sinistra del duce di sottolineare il suo clamoroso mutamento ideale e la sua disposizione al tradimento, la seconda al contrario come un atto di omaggio da parte dei suoi ammiratori americani. Nelle terre ceche invece l’opera non ha mai goduto di grossa fama, e a parte alcune menzioni e traduzioni parziali, quella presente nel libro di Helan (pp. 289-368) è la prima traduzione integrale in ceco di Giovani Huss il veridico. Fatto sta che, qualunque sia la lingua nella quale la leggiamo, suona senz’altro come un paradossale scherzo della storia la chiusa della prefazione di Benito Mussolini al suo libro: “consegnando questo libretto alle stampe, formulo l’augurio ch’esso susciti nell’animo dei lettori l’odio per qualunque forma di tirannia spirituale e profana, sia essa teocratica o giacobina” (dall’originale italiano, che traiamo da Opera omnia di Benito Mussolini, XXXIII. Opere giovanili (1904-1913), a cura di E. e D. Susmel, Firenze 1973, p. 273).
Foss’anche solo per questa e altre paradossali contingenze storiche messe in luce con una notevole acribia e passione storiografica ci sentiamo di raccomandare la lettura e magari anche la traduzione (almeno parziale) in italiano del libro di Pavel Helan.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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