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J. Banville, Ritratti di Praga, Guanda, Milano 2005 (Massimo Tria)
John Banville è critico letterario e soprattutto scrittore irlandese noto per la sua opera di romanziere (fra i suoi titoli Doctor Copernicus, La notte di Keplero, La lettera di Newton), ma qui si cimenta con un’opera a metà fra il saggio storico-culturale e le memorie autobiografiche di un viaggiatore curioso ed esistenzialmente coinvolto nel suo itinerario. Con questo Ritratti di Praga, primo di una serie pensata da Guanda per far incontrare autori famosi con le città del loro cuore, egli si concentra dunque sulla capitale ceca, motivo per cui ci troviamo a redigere alcune note per una rivista di slavistica (anche se con un certo ritardo sull’uscita italiana). Ritardo o meno, confessiamo di esserci accostati al testo con una certa sufficienza spocchiosa, mista al timore di trovarsi di fronte all’ennesimo emulo chiacchierone di Ripellino; invece da un lato lo slavista palermitano è solo evocato, citato è vero qua e là, ma con pacati e gradevoli intenti “smitizzanti”; dall’altro a lettura avvenuta ci si accorge con soddisfazione che non siamo di fronte a un ulteriore affresco turistico-letterario della città sulla Moldava, bensì (come da titolo) davanti ad alcuni ritratti di personaggi che, magari anche non praghesi, non cechi, hanno condiviso un frammento del proprio destino terreno con la capitale boema. “Una manciata di ricordi, variazioni sul tema” lo definisce l’autore, e poi ancora “Una triste canzone d’amore per un’amata che non potrà mai contraccambiare”. E se l’amata Praga è visitata per la prima volta ancora sotto il regime, e poi rivisitata e rivista con gli stessi occhi a distanza di vent’anni, non resta a Banville che offrire questi ritratti come “un segno di pace, un dono rappacificatore offerto con titubanza”, quasi egli, amante infedele e discontinuo, si sentisse in dovere di recare omaggio alla città dei misteri e delle donne belle come Eva Bartok, l’attrice che gli aveva provocato una sorta di imprinting femmineo e gli evocava immagini di bellezze apparentemente irraggiungibili. Almeno fin quando appunto il nostro buon irlandese, spesso accostato per il suo stile a Nabokov, non si ritrovò ad appurare di persona che “tutta l’Ungheria e la Cecoslovacchia, e probabilmente anche gli altri paesi del Blocco Orientale…pullulavano di sue sosia” (si intenda: della fascinosa Bartok).
Questa nostalgia quasi primigenia di un “tipo” femminile per fortuna non infetta poi il libro di sentimentalismi da femmes fatales d’oltrecortina o peggio di dongiovannismo kunderiano, ma si sposta bensì su uno dei ritratti più intimi e privati, quello della bella e raffreddata Kateřina (nel capitolo dal titolo dolcemente fuorviante “L’orgia di Praga”, pp. 89-114) che è legato all’esperienza di un incontro realizzatosi solo a metà, di una serata fra amici che è tutto un atto mancato, ma che imprime il tono al libro intero, felicemente caracollante fra echi nostalgici di un mondo misterioso (la Praga incomprensibile e gelida degli anni Settanta) e i misteri veri e propri del Barocco di Rodolfo II, imperatore asburgico a cavallo fra XVI e XVII secolo, per finire, ahinoi, nella vociante orda di turisti che affollano oggi la città. La serata in sordina con bevande scadenti, gente sconosciuta e una lingua ignota, trascorsa dal visitatore in quella che è “la grande, cupa fredda stanza di Kateřina” finisce così per rappresentare per Banville “la quintessenza di Praga prima della rivoluzione del 1989”, un mondo triste in cui tutti i clichè sul comunismo sono confermati e amplificati. E ciò nonostante pieno di un paradossale, antiestetico fascino.
Ma c’è appunto l’altro aspetto del ricordare di Banville, quello che comprende gli episodi non vissuti direttamente, e solo compulsati in biografie e, per stessa ammissione dell’autore, nel mondo del web: è la Praga dei non praghesi, quella dell’imperatore Rodolfo e dei suoi geniali o truffaldini compagni di viaggio, la Praga dei grandi Keplero e Tycho Brahe e dei numerosi imbroglioni alchemici. È la città che quasi naturalmente attira la stravaganza e l’eccentricità di mezza Europa (sedicenti maghi alla ricerca della pietra filosofale, chiacchieroni e faccendieri che fanno leva sulla forza delle superstizioni del tempo), ma altrettanto naturalmente attira personaggi a tutto tondo, quali Arcimboldo o gli astronomi germanici in fruttuosa competizione: Brahe, danese con il suo naso posticcio (lo aveva perso in un duello), i suoi sogni megalomani e la sua imponenza fisica (ancora Banville: “dovette sembrare un vero vichingo al tarchiato imperatore”); Keplero, convinto protestante, convinto pitagorico e altrettanto convinto copernicano, un lustro più giovane dell’esimio e ammirato collega. I due ebbero molto da dirsi e da ridire (l’un dell’altro) e il capitolo “Il grande danese e il cagnolino” (pp. 115-166) è certamente il più gustoso e il più intrigante per uno che si occupa senza preconcetti di Boemia e della storia della sua capitale, proprio perché è una narrazione argutamente romanzata della vicenda di due grandi personaggi in fondo stranieri e fuggitivi, che a Praga trovarono alterne fortune e un rifugio momentaneo da mali certamente peggiori (si ricordi anche soltanto che Keplero si vide privato di tutti i suoi beni in Carinzia in quanto protestante e dovette comunque darsi alla fuga al momento dell’ascesa al trono ceco dell’ultracattolico Ferdinando II).
Ma tra questi Ritratti c’è anche una grande piccola Praga dell’epoca moderna (non “contemporanea”, quella l’hanno violentata i turisti…), quella fotografata da Josef Sudek (“Prospettiva: la città di Sudek”, pp. 15-68), autore di immagini “evocative e proustiane”, fotografo sublime senza il braccio destro (perso in guerra) attraverso i cui occhi in definitiva Banville “vede” Praga, mentre fino ad allora l'aveva semplicemente “guardata”. Sudek è senz’altro uno dei grandi rappresentanti di quell’arte che ha avuto una gloriosa e mai ingessata tradizione proprio nei paesi cechi (Štyrský, Drtikol, il quasi omonimo Saudek, Funke, ma anche Zykmund fra i tanti), coraggioso sperimentatore e testimone non pedissequo della città sulla Moldava, cui dedicò fra gli altri un volume di scatti quasi omonimo di questo libro, Panorami di Praga (quasi omonimo per lo meno nella traduzione presente in Banville, ché il titolo originale suona più come “Praga panoramica”). In conclusione, glissando sui diversi errori presenti nel libro e tutto sommato prevedibili avendo a che fare con una lingua ardua come il ceco i cui termini sono qui per di più tradotti attraverso la mediazione dell’inglese, non si può che apprezzare un sentito omaggio autoriale a una città ricca di storia e di vedute, che qui non si limitano a scorci panoramici a effetto, ma si fanno davvero “ritratto”, immagine fedele, proprio in quanto soggettiva e personale, di luoghi e cose amate. Viene citato in fondo tutto quello che ci si aspetta di leggere sulla città, ma non nella forma di stereotipi e formule stantie, il che fortunatamente fa di questi Ritratti di Praga non una guida turistica, ma la ricostruzione lirica delle impressioni di uno scrittore.
Sicuramente da leggere; si raccomanda soprattutto a chi non ha mai avuto la fortuna-sfortuna di vedere la Praga degli anni bui del regime e conosce, come il sottoscritto, solo quella omologata dei fast-food.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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