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S. Volkov, Stalin e Šostakovič. Lo straordinario rapporto tra il feroce dittatore e il grande musicista, traduzione dall’inglese e dal russo di B. Osimo, Garzanti, Milano 2006 (Ilaria Remonato)
Come evidenzia il sottotitolo del testo, Lo straordinario rapporto tra il feroce dittatore e il grande musicista, al centro dell’opera di Solomon Volkov emerge l’eterna questione della contrapposizione fra artista e tiranno, un elemento ricorrente nella storia della cultura russa. Il noto musicologo e scrittore, amico personale di Šostakovič, ricostruisce le tappe della vita e della creazione del compositore sullo sfondo delle trame complesse della politica staliniana. Nell’edizione italiana di Shostakovich and Stalin: the Extraordinary Relationship Between the Great Composer and the Brutal Dictator (New York 2004), accanto all’“Introduzione” dei figli Galina e Maksim compare una prefazione a cura di Vladimir Spivakov, che attraverso ricordi personali e alcuni versi di Marina Cvetaeva mette in luce la profonda interdipendenza fra gli orrori staliniani e la musica di Šostakovič. In queste pagine vengono illustrati il punto di vista e gli obiettivi complessivi del lavoro di Volkov che, avvalendosi di un’accurata documentazione, delinea un ritratto originale e per certi versi inedito dei protagonisti. Sul piano editoriale si segnalano in particolare il prezioso inserto fotografico tratto dall’archivio personale dello studioso e la scelta di riproporre la copertina originale dell’edizione americana.
L’avventura umana e professionale di Dmitrij Dmitrievič Šostakovič (1906-1975) si interseca e si scontra a più riprese con i programmi e la visione ideologica del partito; il testo è articolato su un percorso cronologico, che segue la parabola creativa del compositore pietroburghese dagli anni giovanili (la Prima Sinfonia risale al 1926) all’ultimo periodo, dopo la morte del dittatore. Ciascun capitolo analizza i contenuti e le caratteristiche formali delle sue opere in relazione agli avvenimenti storico-politici e ai calcoli ambigui di Stalin. La fluidità stilistica e la dovizia di dettagli rendono avvincente la lettura, e i vari riferimenti concreti interpolati nella narrazione sembrano intrecciare i fili di un romanzo immaginario. I numerosi parallelismi con i destini di altri personaggi celebri del tempo – fra cui spiccano Achmatova, Pasternak, Ejzenštejn, Mejerchol´d e Prokof´ev – permettono una comprensione più approfondita dell’opera del compositore, collocandola appieno nell’ambito culturale in cui è nata. Il clima sinistro e angosciante del periodo portava a compromessi umilianti per sopravvivere, che in alcuni casi – soprattutto agli occhi dell’Occidente – sono stati percepiti come connivenze con il regime (si pensi alla partecipazione forzata del compositore alla Waldorf Conference di New York nel marzo 1949 o alla sua iscrizione al partito comunista nel 1960). Volkov si propone di chiarire gli aspetti contraddittori della personalità e del pensiero di Šostakovič attraverso una ricomposizione minuziosa del contesto in cui è vissuto: la sua musica viene interpretata allo stesso tempo come testimonianza e denuncia, come un tentativo titanico di resistere alle pressioni politiche trasfigurando le proprie sensazioni nel linguaggio criptico dell’arte. Secondo Spivakov, infatti, le circostanze concrete dell’epoca staliniana hanno conferito alle sue opere una “potenza inverosimile”, una portata simbolica che va ben oltre il valore tecnico, sino a riflettere in modo inequivocabile le tragedie e le sofferenze di un’intera generazione. Fra storia e memoria, la ricostruzione delle vicende del compositore getta luce sul dualismo intrinseco di quegli anni, sull’oppressione, il senso di colpa e la cortina di intrighi con cui Stalin manipolava cinicamente l’ élite culturale del paese: “La profonda empatia di Šostakovič con i sofferenti gli permise di fare la cronaca di eventi che non aveva vissuto, torture, esecuzioni, vita in prigione e nei campi, e di descriverla in modo estremamente vivido” (pp. 71-72). Nel prologo e nel primo capitolo viene sviluppata una delle tesi principali del testo: il gioco di ruoli fra Stalin e Šostakovič è paragonato al rapporto ambivalente fra lo zar Nicola II e Puškin. Le affinità affondano le radici nella concezione autocratica della cultura dei due governanti, che nelle vesti di autorità assolute intendevano controllare dall’alto ogni tipo di espressione artistica. Attraverso il peso schiacciante del potere e di un’ambigua benevolenza, entrambi hanno reso gli artisti consapevoli del loro ruolo, e li hanno intrappolati in un confronto impari che mirava a soggiogarne la creatività. Sin dalle prime opere, sulla scia del Boris Godunov del prediletto Musorgskij, Šostakovič assume la maschera dello jurodivyj, il “folle santo” dell’antica tradizione russa, che dalla sua posizione estrema e marginale aveva la possibilità di dire il vero. Circondato dall’aura sacrale e profetica di questa figura, il musicista intreccia un dialogo con il potere, diventando metaforicamente la personificazione della coscienza popolare; come osserva Volkov, gli elementi di continuità agiscono a più livelli:
Gli jurodivye erano noti per il loro modo di parlare bofonchiando, le frasi corte, nervose, balbettanti, con parole ripetut e. Nel Boris Godunov di Puškin, il folle santo insiste: “Dammi, dammi un copeco”. In questo c’era tutto Šostakovič: chiunque gli avesse mai parlato conosceva il suo modo di “impigliarsi” in una parola o in una frase, ripetendola più volte. Gli psicologi hanno notato che questo è caratteristico della creatività dei bambini, confronto che si addice a Šostakovič (p. 63).
Il secondo e il terzo capitolo indagano dettagliatamente la situazione socio-politica degli anni Trenta, in cui è maturata la prima campagna persecutoria nei confronti di Šostakovič e della sua musica. Attraverso l’editoriale anonimo “Caos anziché musica” (comparso sulla Pravda il 28 gennaio 1936), Stalin sferra un attacco durissimo all’opera Lady Macbeth nel distretto di Mcensk (1932), definendola un torbido intreccio di sesso ed erotismo. Alle accuse di indecenza e oscenità si sovrappone una pesante stroncatura sul piano formale del tutto inattesa, considerati il grandissimo successo dell’opera e le recensioni entusiaste ricevute da pubblico e critica. Il talento e la genialità di Šostakovič, colti sin dall’inizio dall’autocrate, diventano la sua condanna e allo stesso tempo la sua salvezza: in certi periodi diventa il bersaglio polemico di furiose campagne denigratorie in nome della semplicità popolare e del realismo socialista; in altri, quando è utile al regime, viene messo al centro di una vera e propria celebrazione.
Nel quarto capitolo ci si sofferma sul lavoro per il cinema del compositore, l’unica fonte di reddito e di salvezza rimasta dopo gli attacchi su vasta scala del 1936. Nell’atmosfera plumbea del periodo, caratterizzata dal confino in Siberia di parenti stretti, Šostakovič trova comunque la forza di scrivere di nascosto, componendo alcune delle sue opere migliori, fra cui la Quinta e la Settima sinfonia. Nel momento del suo miracoloso ritorno in auge coinciso con la Seconda guerra mondiale, quest’ultimo pezzo, conosciuto anche con il nome di Sinfonia di Leningrado, viene esaltato dal regime in chiave patriottica e antinazista. In realtà, come dimostra la minuziosa ricostruzione di Volkov, il complesso ordito simbolico della sinfonia affonda le radici nel terrore costante degli anni Trenta, e sebbene sia stata trasformata in una delle armi più potenti della propaganda culturale sovietica oggi vi si possono cogliere echi e allusioni di segno diverso. Lo stile di requiem in cui è scritta fa pensare alla via crucis delle vittime dei gulag, alle processioni interminabili verso una morte annunciata. Durante la Seconda guerra mondiale la posizione di Šostakovič cambia radicalmente: agli occhi dell’autocrate le alte qualità spirituali delle sue opere e l’atteggiamento del tutto defilato diventano modelli positivi da imitare. L’attribuzione di cinque premi Stalin al compositore tra il 1941 e il 1952 testimonia ancora una volta l’ambivalenza di fondo del gioco di ruoli impostato da Stalin.
Nel 1948, quando le circostanze vittoriose gli consentono di tornare a occuparsi attivamente della cultura, il dittatore riprende la sua battaglia cieca contro il formalismo, mettendo all’indice le opere dei migliori compositori sovietici e costringendoli a una rieducazione di stampo marxista-leninista. L’umiliante “processo di partito” tenutosi al cremlino nel febbraio di quell’anno viene rievocato in chiave satirica da Šostakovič nel suo Raek antiformalista: da artista osannato a livello internazionale il compositore si ritrova nella lista dei nuovi “nemici del popolo”.
Fra le righe dell’accurato resoconto di Volkov affiora l’estrema ambiguità del potere: come in una tragica lotteria, i destini dei singoli individui erano determinati da un giorno all’altro da bruschi cambiamenti di orientamento e necessità politiche. Spicca tuttavia la resistenza umana di Šostakovič, la sua capacità di reagire alle pressioni, all’angoscia e al terrore attraverso la musica: i periodi più oscuri e minacciosi, in cui si sentiva attanagliato dal pericolo, coincidono infatti con una febbrile attività creativa. Lo slancio interiore della vocazione artistica gli permetteva di sublimare il dolore, di parlare attraverso una scrittura musicale densa e tormentata, a tratti indicibilmente cupa e disturbante, dotata di una carica potente e visionaria. Come scrive lo studioso, dalle sinfonie di Šostakovič si sprigiona un’intensa ondata emozionale, espressa attraverso una densa stratificazione di riferimenti alle tragedie del tempo: “Šostakovič era riuscito a fare ciò che i maggiori autori russi di quegli anni si sognavano: creare una narrazione emotivamente veritiera, accessibile a un pubblico relativamente ampio, sul destino dell’intellighenzia in epoca sovietica” (p. 197). Nelle opere dell’ultimo periodo del compositore, segnato dalla malattia e da un profondo pessimismo esistenziale, prevalgono sempre più l’elemento autobiografico e i presagi mortiferi. Dopo anni di tensione spasmodica dominati dall’impeto creativo, la disillusione e le incomprensioni del pubblico sembrano accompagnarne il lento declino.
Sullo sfondo delle tortuose vicende storico-politiche dell’epoca staliniana, la raffinata analisi di Volkov offre un ritratto a tutto tondo di Šostakovič; l’introspezione psicologica e l’ampio respiro della trattazione ci permettono di penetrare i significati reconditi della sua musica, che ancora oggi ci racconta in arabeschi sonori un tratto dolente della storia umana.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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