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P. Ouředník, Istante propizio, 1855, traduzione di E. Paul, Palermo 2007 (Paolo Nori)
Non so, si potrebbe cominciare dalla quarta di copertina, che dice che con Istante propizio, 1855 Patrik Ouředník, dopo il successo di Europeana, salutato da pubblico e critica come un capolavoro, si cimenta con un nuovo esercizio di stile.
Allora adesso anche se Esercizi di stile è un libro bellissimo, e anche se la poetica di Ouředník, ammesso che Ouředník ne abbia una, o una sola, si può forse avvicinare alla poetica di Queneau, ammesso che Queneau ne abbia una, o una sola, quell’espressione lì, esercizio di stile, è un’espressione che, intesa latamente, in generale, ha un senso negativo; è come se si dicesse che una cosa ha molta apparenza e poca sostanza, “È tutto fumo e niente arrosto” si intende di solito dicendo di un libro che è un esercizio di stile, mi sembra a me.
Invece la cosa strana di questo libro di Ouředník, che è forse veramente un esercizio di stile, in un certo senso, è che c’è anche l’arrosto, in un certo senso, ed è un arrosto che io son degli anni che ne mangio, di quell’arrosto lì, per quanto la cosa possa essere interessante poco, probabilmente.
Che quando uno comincia a leggere Istante propizio, 1855, se è uno che ha frequentato per un po’ la letteratura anarchica e in questa letteratura, intesa in senso lato di pubblicistica, ha trovato qualche sollievo e qualche momento di contentezza, anche grande, come è successo per esempio anche a me, per quanto interessante possa essere poco, probabilmente, se uno si trova in queste condizioni può darsi che gli succeda, leggendo la prima parte di Istante propizio, 1855, che gli vengano su delle sensazioni come quelle che gli sono venute su quando ha incontrato quella letteratura, intesa come pubblicistica, e nel mio caso, per quanto interessante possa essere, a me è venuta su la sensazione che ho avuto quando ho letto una frase di Proudhon che poi è diventato anche il testo di una canzone di un gruppo dove non suono, il gruppo si chiama I nuovi Bogoncelli la canzone Inno ortodosso, per quanto interessante possa essere poco, probabilmente, e la frase è questa qua:
Essere governati significa essere guardati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, valutati, soppesati, censurati, comandati da persone che non ne hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, censiti, tariffati, timbrati, tosati, contrassegnati, quotati, patentati, licenziati, autorizzati, apostrofati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, sotto il pretesto dell’utilità pubblica e in nome dell’interesse generale, essere addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussionari, pressurati, mistificati, poi, alla minima resistenza e alla prima parola di protesta, repressi, multati, vilipesi, vessati, taccheggiati, malmenati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, scherniti, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale!
Che poi Proudhon, ho provato anche a leggere delle altre sue cose più lunghe, per esempio Che cos’è la proprietà?, non si riesce molto bene, cosa che per dire lui Proudhon lo sapeva benissimo, “Io sono uno scrittore mediocre, tra cinquant’anni non riuscirà a leggermi più nessuno”, diceva Proudhon di se stesso e sarebbe diventato con questo ancora più simpatico, se fosse possibile diventar più simpatici dopo aver scritto la frase che ho messo qua sopra che con quella lì uno s’è già conquistato l’immortalità, per conto mio, ma non parliam di Proudhon che ci porterebbe da tutt’altra parte.
Insomma quel libro lì di Ouředník, Istante propizio, 1855, la prima parte uno si convince, se è uno che un po’ predisposto, che l’unico possibile ordinamento sociale, l’unica forma di organizzazione sociale che ha qualche speranza di essere giusta e di produrre dei risultati come si deve non è né la democrazia, né l’autocrazia, né l’oligarchia, né la plutocrazia, né la partitocraziané la burocrazia, è l’anarchia. Dopo, nella seconda parte del libro, uno si accorge che l’anarchia, è impossibile.
Che è una cosa che secondo me, prende l’anarchia proprio nel suo significato più intimo, per come la capisco io, di unica soluzione possibile, bellissima e liberatoria, ma destinata a fallire.
L’anarchia, secondo me, ha sotto un’idea, che l’uomo è buono, e ogni sconfitta dell’anarchia, secondo me, è una sconfitta di questa idea, che l’uomo è buono, e tutti i giorni in tutto il mondo quel che succede, secondo me, non c’è altro che delle sconfitte dell’anarchia.
Ogni movimento in direzione dell’anarchia, secondo me, è un movimento che nella sua essenza, fin dall’inizio, è votato alla sconfitta. La canzone più famosa degli anarchici, mi ha fatto notare una volta un mio amico, è una canzone che comincia dicendo “Addio Lugano bella, O dolce terra mia, Scacciati senza colpa, Gli anarchici van via”.
È come se ogni idea anarchica, secondo me, fosse un’idea che parte per esser sconfitta, e ogni sconfitta di questa idea, secondo me, è una sconfitta del fatto che l’uomo è buono, e ogni volta che succede ci sarebbe da piangere, a pensarci bene, e nel libro di Ouředník questa cosa in un certo senso è l’arrosto.
Per via del fumo, per così dire, questo è il secondo libro che leggo, di Ouředník, il primo è stato Europeana che è un libro stranissimo, che comprende in centocinquanta paginette tutto il Novecento, e che sembra scritto da uno storico con l’esaurimento nervoso e io, quando ho incontrato Ouředník la prima volta, non so se avete mai visto Ouředník la prima volta, è una persona tranquillissima, tutt’altro che esaurita, e io quando l’ho incontrato la prima volta ho pensato che era come se non l’avesse scritto lui, Europeana. Be’, adesso, Istante propizio, 1855, è un libro così ottocentesco, all’inizio, e così contemporaneo, alla fine, che è come se non l’avesse scritto né Ouředník né l’autore di Europeana.
Non so se riesco a farmi capire, è come se Ouředník si nascondesse dietro una scrittura che non è la sua scrittura, è come se lui non avesse una scrittura, è come se la sua scrittura, il suo stile, stesse tutto in quel nascondersi, che è un nascondersi pieno di grazia, mi viene da dire, non è un nascondersi dietro a degli pseudonimi, come si usa fare e come fanno anche in tanti, ma dietro delle scritture, dietro dei fumi e degli arrosti che però non si sa, se sono gli arrosti e i fumi di cui si nutre lui, che poi è l’autore, forse, in un certo senso, se così si può dire.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
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