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Compagni di Strada
A. Litvinenko – Ju. Felstinskij, Russia. Il complotto del Kgb, traduzione dall’inglese di A. Cristofori, S. Martoni, L. Matteoli, T. Tion, Bompiani, Milano 2007 (Simone Guagnelli)
Ci sono libri che, senza ovviamente mai nominarci, parlano di noi. Ci sono eventi che crediamo di non aver vissuto, o di averlo fatto solo distrattamente, e che invece sono parte della nostra vita, sono, una volta ricostruiti, il negativo di una nostra fotografia personale. Per chi come me ha vissuto un’infanzia più o meno dorata negli anni Settanta italiani, accorgersi, una volta cresciuti, che quegli anni, intorno a noi, erano tutt’altro che spensierati per il paese e, quasi sicuramente, anche per i genitori che ci sembravano allora un porto sicurissimo e imperturbabile, equivale a rivisitare la propria infanzia, i propri ricordi, cari e confusi, con una luce nuova e una sete di conoscere, capire, sapere che nessuna curiosità di storico o di filologo può pareggiare. Nella mia vita la storia si è affacciata dalle vive maglie della contemporaneità, dal finestrino della fiat cinquecento dove, tornando da una cena a casa di amici, io e i miei due fratelli maggiori dormivamo sfiniti per il lungo giocare, una domenica d’aprile del 1978. Leggendo, divorando insaziabilmente (viziosamente e patologicamente?), anni dopo la sterminata bibliografia sul caso Moro mi è sempre sembrato di rileggere (e rivivere) la storia “segreta” di quella domenica notte, quando fummo fermati a uno dei tanti posti di blocco che in quei giorni avvolgevano Roma in una specie di “tela di ragno”, quando risvegliati dal parlottare di mio padre con le forze dell’ordine, i miei occhi furono inconsapevolmente catapultati nella contemporaneità, e quindi nella storia, dai mitra, che nel ricordo mi sembrano spianati, davanti ai finestrini della macchina.
Qualcosa di simile mi è accaduto leggendo questo libro (il cui titolo in inglese è Blowing up Russia) scritto a quattro mani da Jurij Fel´štinskij (storico e saggista) e Aleksandr Litvinenko (ex ufficiale dei servizi segreti russi, morto a Londra nel novembre del 2006 per avvelenamento da polonio 210), parzialmente pubblicato nel numero 61 del 27 agosto 2001 del quotidiano Novaja gazeta (http://www.novayagazeta.ru/data/2001/61/) e diventato anche un documentario dal titolo Pokušenie na Rossiju [Attentato contro la Russia, Parigi 2002] il cui copione è rintracciabile sul sito di Fel´štinskij stesso all’indirizzo http://www.felshtinsky.com/books/film/ScriptRuss.doc (ne esiste anche una versione in inglese e una in francese).
La mattina del 13 settembre 1999 fui risvegliato dal radiogiornale che annunciava l’esplosione, avvenuta nella notte, di una bomba a Mosca in un edificio di Kaširskoe šosse con la conseguente morte di 124 persone. Poche ore dopo volavo verso la Russia per il mio primo viaggio a Mosca (dove sarei arrivato solo il giorno dopo per una mancata coincidenza da Parigi). Pochi giorni prima, nella notte tra l’8 e il 9 settembre, sempre a Mosca erano rimaste uccise altre 94 persone a causa di un’esplosione avvenuta in un palazzo a nove piani di ulica Gur´janova. Ancora qualche giorno prima, il 31 agosto, c’era stato un altro attentato dinamitardo, questa volta nel pieno centro di Mosca, a Ochotnij rjad (un morto e 40 feriti). Passa circa un anno, senza eventi terribili a far da sfondo a quello che per me resta in ogni caso “il” viaggio. Ricordo appena la faccia rubizza di El´cyn che l’ultimo giorno dell’anno annunciava in diretta televisiva le proprie dimissioni, lasciando la presidenza ad interim all’allora semisconosciuto Vladimir Putin. Pochi giorni dopo il mio ritorno a casa esplode il cuore di Mosca, della Russia, esplode il nucleo stesso del “mio” viaggio. L’8 agosto del 2000 salta in aria il sottopassaggio di Piazza Puškin, luogo dove per 10 mesi ero passato quotidianamente in qualsiasi ora del giorno e della notte, come tutti i moscoviti, come tutti i miei amici.
È la storia di questi (e altri) attentati che il libro ci racconta? Non solo, ovviamente. Al centro c’è la ricostruzione minuziosa, scrupolosa, purtroppo e consapevolmente poco documentata (gli autori, ormai l’autore, promettono infatti di rendere note le proprie fonti solo di fronte a una commissione russa o internazionale apposita), della storia politica russa dalla caduta del regime sovietico ai nostri giorni, o perlomeno fino alla seconda guerra cecena. Il libro ha una tesi ben precisa: “mentre durante la prima guerra cecena del 1994-1996 le forze di sicurezza dello stato si erano limitate a cercare di impedire l’affermazione di una società liberal-democratica in Russia, gli obiettivi politici della seconda guerra cecena erano molto più seri: coinvolgere la Russia in una guerra con la Cecenia e sfruttare la confusione che ne sarebbe conseguita per conquistare il potere nel paese con le elezioni presidenziali del 2000” (p. 65). In qualche modo emerge una ricostruzione fin troppo rosea delle “riforme” di El’cin e in modo sin troppo clemente è presentata la stessa figura del primo presidente della Russia post-sovietica. Tutte le stragi, le morti, tutto il terrore di questi anni si attribuisce alla sete di potere assoluto dell’ex Kgb.
Alla mancata pubblicazione delle fonti ufficiali che inchioderebbero alle loro responsabilità il presidente Putin, il direttore dell’Fsb Patrušev e vari loro sodali, fa da contraltare una ricostruzione giornalistica scrupolosa, basata su interviste, articoli di giornali, dichiarazioni ufficiali, analisi storiche e geopolitiche, nonché su quella capacità di chi, pasolinianamente evocando, cerca “di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero”.
E allora, lungo tutto il libro, la verità emerge, urlata, sdegnata e inconfutabile proprio là dove più labile, più flebile e più indifendibile si aggrappa, lacerando le proprie unghie, la cosiddetta verità ufficiale: la mancata strage a Rjazan´ del 22 settembre 1999. Quella notte, grazie alla pronta segnalazione di alcuni semplici cittadini, vengono rinvenute in un grande edificio della periferia di Rjazan´, tre sacche di esogeno con un detonatore controllato a distanza. Per alcuni giorni viene avallata la verità di un attentato ceceno sventato per pura casualità, poi, quando i terroristi vengono rintracciati e identificati come agenti segreti e, soprattutto, come si sottolinea nel testo, quando le tre sacche giungono nelle mani del direttore dell’Fsb, lo stesso Patrušev stupisce l’opinione pubblica affermando che si sarebbe trattato di una “semplice” esercitazione organizzata dagli apparati segreti dello stato e che le tre sacche avrebbero contenuto solamente zucchero. La storia dell’esercitazione che viene organizzata all’insaputa di tutti, non solo di Putin ma anche dei partecipanti alla stessa operazione, e che giustamente subito si indignano per essere stati trattati come cavie, l’assenza di un qualsiasi rapporto preparatorio o finale che comprovi l’esercitazione, l’esogeno che diventa zucchero mentre il detonatore rimane vero, contrariamente a tutte le regole delle esercitazioni, il fiorire subito dopo di varie esercitazioni (alcune particolarmente grottesche come nel caso di una scatola lasciata due giorni in una stazione della polizia con sopra in evidenza la scritta “bomba”), gli imbarazzi, le smentite, le scuse, le contraddizioni, su tutto questo nel libro si torna continuamente, si insiste con forza e vigore. Del resto è proprio a seguito di questa strage mancata e di altre, purtroppo riuscite, che prende avvio la seconda guerra cecena. E il fatto che non sarebbe potuto essere altrimenti è un altro degli innumerevoli indizi che vengono presentati nel libro a suffragio della tesi principale, infatti: “i ceceni sapevano che non era nel loro interesse condurre attentati terroristici. L’opinione pubblica era dalla loro parte, e l’opinione pubblica, sia russa che internazionale, era più importante, per loro, di due o trecento vite spezzate. Ecco perché è impossibile che dietro gli attentati del settembre 1999 ci siano i ceceni. E bisogna riconoscere ai ceceni di aver sempre negato il loro coinvolgimento in quegli attentati” (p. 139).
Del resto l’opinione pubblica, soprattutto internazionale, non ha mai saputo davvero come affrontare la contrapposizione tra verità ufficiali troppo fragili e verità alternative troppo scomode. L’11 settembre poi ha definitivamente tolto qualsiasi senso alla parola “terrorismo” rendendola sinonimo di qualsiasi contrapposizione all’ufficialità (politica, religiosa, intellettuale).
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
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A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
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