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C. Carpini, Storia della Lituania. Identità europea e cristiana di un popolo, Città Nuova, Roma 2007 (Andrea Griffante)
La Storia della Lituania di Claudio Carpini, allievo di Franco Cardini addottoratosi presso l’università di Palermo nel 2005, non rappresenta una novità assoluta nel panorama editoriale italiano. Le prime monografie italiane di carattere storico sulla Lituania apparvero all’inizio degli anni ’30 a opera di Giuseppe Salvatori ( I lituani di ieri e di oggi, Bologna 1932) e Nicola Turchi ( La Lituania nella storia e nel presente, Roma 1933). Seguì un lungo silenzio, intervallato solo dalla pubblicazione in volume di Lituania. Popolo e chiesa (Milano 1984) di Anna Vicini e dalla più ampia (e generale) Storia religiosa dei popoli baltici (Milano 1987) a cura di Adriano Caprioli e Luciano Vaccaro, testi eminentemente descrittivi e ispirati alla resistenza e all’attività sotterranea della chiesa cattolica nel paese baltico.
Solo con la rinascita dello stato indipendente si è assistito alla crescita di un rinnovato interesse per la storia lituana di cui sono testimonianza Lituania (Milano 1990) di Birutė Žindžiūtė-Michelini e soprattutto L’anello baltico. Profilo delle nazioni baltiche di Lituania, Lettonia ed Estonia (Genova 1991) di Pietro U. Dini, breve, ma esaustiva descrizione storica e letteraria dell’universo baltico.
Opera di carattere divulgativo sulla storia della Lituania in lingua italiana, il libro di Carpini non è quindi il primo a proporre un’esposizione avente come filo conduttore il cristianesimo e la sua diffusione nelle terre abitate dai lituani. Nuova è tuttavia l’impostazione: Carpini si limita a ricostruire i passaggi fondamentali della storia politica del “popolo” lituano, riservando maggiore spazio alle questioni inerenti alla formazione della “identità” nazionale. Lo sviluppo storico di questa “identità” costituisce il baricentro del libro.
La storia dell’ Identità europea e cristiana di un popolo parte da molto lontano. La narrazione inizia infatti con il capitolo “Le radici. Quasi un’introduzione” dedicato alla descrizione delle origini dei lituani. In esso, Carpini passa in veloce rassegna il pantheon del sistema religioso baltico prima e dopo l’arrivo delle popolazioni indoeuropee. Nonostante la penetrazione del cristianesimo, sottolinea Carpini, il paganesimo si sarebbe distinto per la sua resistenza nelle campagne fin verso il XVIII secolo.
Se il sistema religioso era unico, tali non erano, da un punto di vista politico, le genti lituane, che fino al XIII secolo vissero in gruppi tra loro indipendenti. Una svolta, tuttavia, si poté notare tra la fine degli anni ’30 e il principio degli anni ’40, quando quell’“insieme di tribù in perenne rivalità tra loro” pervenne alla formazione di “uno stato saldamente guidato da un sovrano”: Mindaugas. Carpini ce ne parla nel secondo capitolo “L’età delle scelte. Il ruolo della religione nella formazione dello stato lituano”. Con la formazione dello stato unitario si assistette, secondo Carpini, a un cambiamento di capitale importanza nel modo di concepire e gestire la politica: i principi lituani, ancora pagani, iniziarono infatti a servirsi della religione e della possibile cristianizzazione del loro popolo come di uno strumento, fonte, come altrove, di legittimazione del loro potere politico.
Il processo divenne intelligibile nei decenni centrali del secolo. Cercando un alleato nella lotta contro Mindaugas, il duca Tautvilas, uno tra i suoi principali oppositori, ricevette il battesimo dal vescovo di Riga. Volendo rispondere al colpo del rivale, anche Mindaugas usò la religione come strumento politico e intessuta un’alleanza con il ramo livone dell’Ordine teutonico, inviso al vescovo di Riga, ricevette a sua volta il battesimo nel 1251.
Venuto a conoscenza di quanto avvenuto nel Baltico e ricevuta una delegazione appositamente inviata il papa decretò la costituzione di una diocesi lituana e concesse a Mindaugas di essere incoronato re cattolico di Lituania (1253). Nell’arco di pochi anni, questioni di gestione del potere costrinsero Mindaugas a muovere guerra all’Ordine con l’appoggio dei nobili rimasti pagani e facendogli di fatto riabbracciare il paganesimo.
L’uccisione dei Mindaugas, avvenuta nel 1263, segnò l’inizio di un periodo di forte instabilità in cui alla varietà confessionale presente nelle terre lituane si andarono sempre più fortemente associando differenti inclinazioni politiche tendenti alla ricerca di alleanze (politiche e religiose) alternativamente verso oriente e occidente.
La coscienza che la sopravvivenza della statualità lituana sarebbe dipesa dalla capacità politica di equilibrare le spinte assimilatrici provenienti sia da occidente, che da oriente, portò all’elaborazione della cosiddetta “dottrina del bilanciamento dinamico”. In base a essa, solamente il mantenimento di una posizione di equilibrio tra le chiese di Roma e Costantinopoli avrebbe garantito la sopravvivenza del granducato e avrebbe protetto contro i possibili beneficiari di un’eventuale conversione: il patriarcato di Mosca o l’Ordine teutonico.
Il groviglio di religione e politica – continua Carpini – non riguardava solamente la gestione del potere dei duchi lituani, ma concerneva anche l’Ordine teutonico, l’altro grande protagonista delle lotte per la superiorità sulle coste del Baltico. A tal fine, l’autore dedica ampio spazio alla discussione del significato di una “crociata senza Terrasanta” quale fu quella combattuta dall’Ordine. L’argomentazione di Carpini indica la cristianizzazione delle terre baltiche – la “crociata” appunto – come un armamentario ideologico strumentale alla conquista e alla legittimazione del possesso delle terre conquistate; la missione civilizzatrice dell’Ordine nel Baltico rientra pertanto nel complessivo quadro in cui si muovevano gli stessi granduchi lituani nel XIV secolo: l’utilizzazione della religione come puntello ideologico in grado di legittimare delle scelte politiche.
Il definitivo passaggio della Lituania al cristianesimo era destinato a venire deciso dalle ragioni della politica. Con l’accordo di Krėva (1385) i trattati per l’unione matrimoniale tra il granduca Jogaila ed Edvige di Polonia giunsero a conclusione. In base a essi, Jogaila (Ladislao Jagellone) sarebbe diventato a titolo personale granduca di Lituania e re di Polonia e gli abitanti avrebbero ricevuto il battesimo. Dopo il matrimonio tra i due e l’accorpamento dei due stati, il battesimo venne impartito nel 1387, segnando il passaggio alla chiesa di Roma dell’ultimo popolo pagano d’Europa.
Dopo una girandola di accordi anche la Samogizia riuscì a liberarsi definitivamente dell’Ordine con la vittoria degli uomini guidati da Vytautas nella battaglia di Žalgiris (1410) e l’ufficiale passaggio al Cristianesimo.
Nel terzo capitolo “Il cammino silenzioso”, Carpini affronta il periodo che va dalla penetrazione della riforma e della controriforma in Lituania fino alle spartizioni della Rzeczpospolita a fine XVIII secolo. La Riforma ebbe notevole successo in Lituania per due principali motivi: la chiesa cattolica era ancora troppo debole per poter contrastare efficacemente il diffondersi delle eresie; gli intellettuali, la classe più aperta all’innovazione, furono, in secondo luogo, anche i più attratti dalle nuove idee. Il cattolicesimo, tuttavia, manifestò nei confronti del protestantesimo una notevole “capacità di reazione” in particolar modo dopo l’arrivo dei gesuiti in Lituania. La reattività del cristianesimo si concretizzò nella riconquista del predominio culturale nel paese con la fondazione a Vilnius del Collegio dei gesuiti (1569) e della sua successiva trasformazione in università (1579).
Sebbene il granducato di Lituania sembrasse non dover più intersecare le questioni politiche con quelle religiose, > la situazione in cui si venne a trovare non corrispose alla conquista di una vera stabilità. Con il trattato di Lublino (1569), infatti, il granducato venne unito con il regno di Polonia in una federazione, dotata di un unico parlamento, un solo sistema legale, una sola moneta e la possibilità per la nobiltà di possedere terre in entrambe le entità della federazione. La supremazia della Polonia e la conseguente inevitabile “polonizzazione”, spiega Carpini, furono percepibili a tutti i livelli e nel caso della chiesa rappresentò un freno all’opera di cristianizzazione della Lituania.
Dal punto di vista religioso, invece, un’altra unione – anch’essa rivolta a occidente – ebbe luogo sul finire del XVI secolo. Con l’Unione di Brest (1596) la maggior parte della gerarchia ortodossa dello stato riconobbe la superiorità del papa, rendendosi così formalmente indipendente dalla chiesa ortodossa e guadagnando un ampio margine di autonomia nella gestione del potere ecclesiastico e un maggior peso nel contesto politico della Rzeczpospolita.
Durante il XVII e il XVIII secolo le lotte tra la nobiltà e i sovrani – a partire da quella che contrappose parte della nobiltà polacca a Sigismondo III Vasa tra 1606 e 1609 – segnarono una rottura all’interno delle strutture del potere destinata a indebolire progressivamente la repubblica delle due nazioni. Dopo la morte di Jan Sobieski (1696), i regni di Augusto II (1696-1733) e del suo successore Augusto III (1733-1763) videro aggravarsi ulteriormente la crisi dello stato lituano-polacco. La forte scollatura tra sovrano e nobili divenne sempre più evidente, ma ancor più preoccupante si sarebbe dimostrata la spaccatura tra fazioni nobiliari che avrebbe velocemente condannato la Rzeczpospolita a essere spartita tra le potenze a essa adiacenti (1772, 1793 e 1795).
Dalla fine del XVIII secolo, i territori del granducato di Lituania si trovarono inglobati all’interno dell’impero zarista, privati di indipendenza e vittime della politica imperiale. Di questo Carpini si occupa nel quarto capitolo, “Il tempo della prova”. Descrivendo le principali linee di sviluppo della vita politica nei territori lituani di inizio ‘800, l’autore si sofferma sul particolare accanimento del nuovo regime politico nei confronti della chiesa cattolica, ritenuta baluardo dell’“identità” della regione. Fin dagli anni successivi alla rivoluzione del 1831 il nuovo potere ostacolò la libera espressione della classe intellettuale locale. Per facilitare l’opera di russificazione intrapresa, le istituzioni culturali subirono forti limitazioni (l’università di Vilnius venne addirittura chiusa nel 1832) e il clero cattolico, sentito come un focolaio di opposizione capace di risvegliare la coscienza nazionale, venne fortemente vessato e controllato (espropriazione dei beni ecclesiastici, limitazioni nell’amministrazione dei sacramenti e così via).
L’ ukaz del 1864, con cui venne proibita la stampa del lituano in caratteri latini, non fu solo un momento doloroso. Carpini ci dice che esso rappresentò la scintilla da cui la rinascita nazionale ebbe il via. Segnata dall’intensiva importazione clandestina di testi stampati in Prussia orientale, dalla nascita della stampa periodica diffusa, essa pure clandestinamente, nei territori della Lituania etnografica e dalla resistenza sotterranea della chiesa, la Rinascita lituana rappresentò il momento di formazione di una nuova classe intellettuale nazionale.
Il capitolo si chiude con un abbozzo biografico dei due “eroi dell’Ottocento” lituano: Jonas Basanavičius, uno dei maggiori fautori della rinascita lituana, e Motiejus Valančius, vescovo di Samogizia e attivo sostenitore della resistenza alla russificazione.
Nel quinto capitolo, intitolato “Un nuovo difficile inizio”, Carpini introduce il lettore alle vicissitudini della formazione e dello sviluppo dello stato nazionale lituano. Dopo la fine del bando alla stampa lituana (1904) e la convocazione di un’assemblea nazionale a Vilnius (1905) nel corso della quale venne formulata la richiesta di autonomia per la Lituania, il primo conflitto mondiale portò a una veloce evoluzione della situazione.
Sul fronte dei rapporti tra nazionalità, le relazioni tra lituani e polacchi di Lituania cominciava ad assumere aspetti preoccupanti. Il processo di polonizzazione in atto attraverso le strutture ecclesiastiche da secoli e accentuatosi specialmente nella Lituania orientale nel corso dell’800 fu l’oggetto dei memoranda inviati al papa nel 1906 e nel 1912. Tuttavia, la chiesa parve volgere lo sguardo all’esistenza della Lituania solo a guerra inoltrata, quando nel 1917 Benedetto XV proclamò una giornata mondiale in suo favore. I conflitti arrivarono a soluzione (almeno per la parte lituana) solo dopo un fortissimo scambio di opinioni tra clero lituano e polacco, conclusosi nel 1918 con la nomina alla sede vescovile di Vilnius di Jurgis Matulaitis, il primo vescovo lituano della diocesi dal 1655.
La proclamazione dell’indipendenza nel febbraio 1918 segnò l’inizio della breve vita dello stato nazionale lituano. I primi problemi per la nuova Lituania arrivarono tuttavia molto presto. Nel 1919, infatti, la Polonia riuscì a occupare Vilnius dando inizio a un contenzioso, noto come “questione di Vilnius”, che avrebbe avuto fine solamente nel 1939 con la riconsegna di Vilnius ai lituani. L’occupazione di Vilnius per mano polacca apportò dei cambiamenti significativi nella gestione del potere ecclesiastico della regione su cui, in base al concordato stipulato nel 1925 tra Vaticano e Polonia, venne riconosciuta la sovranità polacca. In Lituania, la posizione della chiesa e i suoi rapporti con lo stato vennero regolati con il concordato stipulato con la santa sede l’anno successivo.
Anche la situazione interna al paese cominciò a dare segni preoccupanti. Alla fine del 1926, i cristiano-democratici, fino a quell’anno alla guida del paese, e la destra occuparono il potere con un colpo di stato, spinti dal timore di possibili aperture dei socialdemocratici all’Unione sovietica. Il potere dittatoriale sopravvisse fino al 1940.
L’avvento della guerra coincise per la Lituania con una nuova perdita di sovranità e l’inizio di un nuovo calvario per i civili. Carpini espone gli avvenimenti di quegli anni nel sesto capitolo “Gli anni del martirio”. L’invasione russa del 1940 trasformò la Lituania in una repubblica sovietica portando con sé una forte restrizione della libertà (tra quelle religiose spunta l’annullamento del concordato) e deportazioni (nel giugno 1941 in pochi giorni i sovietici deportarono più di 35000 persone). Nello stesso giugno del 1941 la Wehrmacht occupò la Lituania dando inizio a un’occupazione nel corso della quale persero la vita oltre 50000 lituani e 200000 ebrei.
Il nuovo arrivo dell’Armata rossa (1944) non rappresentò, secondo Carpini, che un altro cambiamento di “proprietario”. La lotta dei partigiani lituani contro i sovietici si protrasse fino al 1954 quando gli ultimi miškų broliai (letteralmente, i fratelli dei boschi) vennero trucidati. Anche la Chiesa pagò un prezzo molto caro: a eccezione di quello di Kaunas, tutti i seminari vennero chiusi, il clero venne duramente perseguitato, quasi tutti i vescovi subirono la deportazione. Non si trattò però di una sconfitta. La reazione all’oppressione assunse negli anni seguenti forme tra loro molto diverse. Assieme a manifestazioni di forte impatto emotivo come la diserzione del militare Simas Kudirka (1971), il memorandum sulla libertà religiosa inviato alle Nazioni unite e l’auto-sacrificio dello studente Romas Kalanta a Kaunas nel 1972, troviamo, infatti, segni di forte impegno civile come l’edizione e la diffusione clandestina della Cronaca della chiesa cattolica in Lituania, un vero e proprio bollettino in cui le violazioni dei diritti religiosi venivano registrate, e la formazione nel 1976 del Gruppo di Helsinki, osservatorio sulla violazione dei diritti dell’uomo.
La perestrojka gorbačeviana e la nascita del fronte popolare Sąjūdis modificarono sensibilmente la situazione. Il 23 agosto 1989, anniversario della stipula del patto Molotov-Ribbentrop, una catena umana di più di due milioni di persone unì simbolicamente i tre paesi baltici in segno di solidarietà e protesta. L’indipendenza della Lituania dall’Urss venne proclamata nel marzo del 1990. Nonostante la durissima repressione del gennaio 1991, il paese seppe resistere, ritornando definitivamente sulla scena internazionale con l’ingresso nelle Nazioni unite il 17 settembre 1991.
Nell’ultimo capitolo “Le sfide del nuovo millennio. Quasi una conclusione” Carpini affronta le questioni legate alla chiesa e ai suoi diritti nella Lituania dell’era post-sovietica e le sfide proposte dalle nuove forme religiose – ivi compresa la riscoperta in forma New age del paganesimo – al cardine dell’ “identità” lituana.
Storia della Lituania. Identità europea e cristiana di un popolo di Claudio Carpini è un libro di agevole lettura, un’introduzione alla storia di una parte del continente europeo spesso estraneo non solo all’uomo medio, ma addirittura a chi di storia (anche della cosiddetta Europa orientale) si occupa per professione. Nonostante il taglio pubblicistico non permetta di imputare all’opera particolari mancanze sul piano contenutistico, è tuttavia necessario soffermarsi brevemente su alcuni problemi di carattere generale.
L’impostazione data da Carpini al testo è in sé problematica.
In primo luogo, l’autore si propone, infatti, di scrivere non tanto una storia generale della Lituania, quanto piuttosto una storia dell’“identità” lituana, ovvero della diffusione del cristianesimo e della sua interazione con il processo di individuazione e conservazione di una peculiarità nazionale. La narrazione, di conseguenza, risente della presenza di un fattore stabilizzante – il cristianesimo – in continuo dialogo con un fattore dinamico – e propriamente storico: l’incontro con l’alterità non-cristiana. Parrebbe che dalla conservazione del cristianesimo dipenda la conservazione stessa della nazione.
In secondo luogo, il concetto di europeicità che si ritrova, fin dal titolo, nella definizione della lituanità può diventare fonte di fraintendimenti. Non risulta infatti chiaro, se l’“identità europea” della Lituania sia il risultato della convergenza di cristianesimo e alleanze politiche o sia invece una costante legata tout court al cattolicesimo. O, ancora, se l’Europa stessa sia – o debba necessariamente essere – cristiana (ma non ortodossa!). Sorge quindi il dubbio, forse ozioso, se la Lituania sia da considerarsi “europea” solo in base al credo professato e non in funzione di una serie di fattori politici e sociali ben più complessa.
Sebbene Carpini faccia svariate volte riferimento alla convivenza della diversità come a una delle costanti della storia della Lituania, ci pare che questa varietà “religiosa, etnica e culturale” venga limitata alle confessioni cristiane. La presenza sul territorio di comunità non cristiane, etnicamente e culturalmente differenti – quali i karaimi, i tartari e, non certo di secondaria importanza, gli ebrei – viene appena accennata pur essendo uno dei veri tratti distintivi della Lituania, specialmente nel contesto dello stato nazionale.
La trattazione del periodo posteriore alla spartizione della repubblica delle due nazioni risulta molto meno accurata di quanto non accada nella narrazione delle vicende del granducato e della Rzeczpospolita. In particolare è difficile pensare a una storia della Lituania in cui tanto spazio venga dedicato alla concettualizzazione della crociata, senza che poi nemmeno una parola venga spesa per accennare ad alcune questioni fondamentali per poter definire cosa sia la nazione lituana (e la sua “identità” religiosa) nel XIX e nel XX secolo.
Nel complesso, il libro di Carpini è una gradita novità che tuttavia pare ancora risentire di alcuni vecchi cliché legati alla necessità di rappresentare la Lituania come il baluardo del cattolicesimo (e dell’occidente) in contrapposizione alla forza bruta (e di certo poco tollerante) della dominazione sovietica (e dell’oriente). Se la tolleranza – che dalle parole di Carpini pare dover essere aggettivata come cristiana – è veramente “l’eredità più grande che questo popolo può portare in dote all’Europa”, essa, a nostro parere, non è tanto il frutto della mediazione del cristianesimo, quanto piuttosto il risultato complesso di dinamiche politiche, sociali e, certo, religiose avvenute su un territorio che ha adempiuto alla sua vocazione di confine – punto di separazione, ma anche di osmosi – tra tradizioni culturali e contesti economico-sociali spesso tra loro opposti.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
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