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D. Gančev, Spomeni, a cura di J. Biljarski e I. Burilkova, Slovo, Veliko Tărnovo 2005 (Giuseppe Dell'Agata)
Dobri Gančev (1854-1936), dopo aver studiato nella natia Ljaskovec, prosegue i suoi studi in Russia, a Nikolaev, dove vive nello studentato-pensione di Todor Minkov. Iscritto alla Accademia ecclesiastica di Kiev, interrompe i corsi per partecipare, in qualità di interprete, alla guerra russo-turca del 1877-78. Come segretario dell’esarca Josif lavora a Costantinopoli nella residenza dell’esarcato fino al 1882 e ha grandi meriti nell’organizzazione e nel funzionamento della rete scolastica in Macedonia come anche nella fondazione del ginnasio bulgaro di Salonicco. Insegna in seguito storia moderna e contemporanea nell’Accademia militare di Sofia. Giornalista, deputato, imprenditore, entra frequentemente in contatto con i principali dirigenti politici, “liberali” e conservatori, e frequenta anche la corte come istitutore di bulgaro sia di Ferdinando di Coburgo-Gota che della moglie Maria Luisa. È noto come generoso mecenate sia dell’Accademia bulgara delle scienze che della Croce rossa bulgara, alle quali dona somme cospicue sotto forma di azioni della società Granitoid. Il 20 maggio del 1923 l’Accademia riceve un pacchetto sigillato con l’indicazione che venga aperto solo dopo 25 anni. Si tratta di memorie relative ai “Primi anni del regno del principe Ferdinando”. In seguito comincia a lavorare a un volume di memorie che abbraccia la sua vita, le sue esperienze, i suoi incontri, dal 1864 al 1887. Lo scritto che l’autore consegna all’Accademia nel gennaio del 1936, ad appena due mesi e mezzo dalla morte, sarà pubblicato, a cura di Stojan Argirov nel 1939 e diverrà presto una rarità bibliografica (D. Gančev, Spomeni 1864-1887, Sofia 1939). Nel 1973 David Koen pubblica un’edizione incompleta dei ricordi consegnati nel 1923, nella redazione “letteraria” di Nikolaj Hajtov (Idem, Spomeni za knjažeskoto vreme, Sofia 1973).
Questa nuova e completa edizione, che comprende in una prima parte le memorie dal 1864 al 1887 e in una seconda quelle relative ai primi anni di regno di Ferdinando (1887-1923), filologicamente assai accurata, è arricchita da un indice analitico dei personaggi ricordati nel testo di ben 41 pagine (pp. 515-555) e da una densa e convincente postfazione dei due curatori Joco Biljarski e Iva Burilkova su Dobri Gančev e sul significato delle sue memorie (pp. 557-570). Chi studia o è interessato alla storia politica, ecclesiastica e culturale della Bulgaria vi troverà una autentica straripante marea di informazioni, tutte fortemente angolate dal punto di vista dell’autore, ormai anziano e fortemente disincantato dalle vicende delle quali era stato testimone spesso privilegiato. I suoi precedenti editori, Argirov e Koen-Hajtov, avevano posto l’accento sul suo pronunciato pessimismo e lo stesso Gančev, ormai ottantenne, aveva ricordato un passo di Petko Slavejkov di questo tenore: “Siamo persone cattive e per questo non vediamo le buone qualità degli altri. E, se anche le vediamo, non sappiamo ricordarle. Il male invece lo osserviamo bene e lo ricordiamo a lungo” (p. 562). Alla fine della lettura del volume abbiamo assistito a una desacralizzazione di pressocché tutti i personaggi del Pantheon del Văzraždane bulgaro. Di tutti vengono accentuati i tratti negativi, egoismo, carrierismo, trasformismo, vizi privati e sospette pubbliche virtù. Oltre che di osservazioni dirette nel caso di incontri con i vari personaggi, l’autore si serve, in qualche modo, di fonti di seconda mano, come racconti fattigli da altri, informazioni confidenziali, pettegolezzi, articoli di giornale. Nel caso ad esempio di Petko Slavejkov, da lui definito tra l’altro “iniziatore della pornografia nel giornalismo bulgaro”, Gančev ricorda il declino fisico e psicologico del grande politico e letterato bulgaro nei suoi ultimi anni, sia come presidente del parlamento, che come ministro, ridotto negli ultimissimi tempi e dopo un ictus a una sorta di barbone, sporco, stracciato e psichicamente alterato che vaga per la città. Anche Rakovski compare accompagnato dalla pessima opinione che di lui aveva Nikola Mihajlovski e addirittura da morto come copertura di una truffa, quando, nascoste tra i suoi resti mortali, inviati dalla Romania e accolti trionfalmente nell’entusiasmo delle autorità e della popolazione, erano state infilate clandestinamente obbligazioni romene rubate a un bulgaro che era stato assassinato. A proposito dell’etica “privata” di un politico del rango di Stefan Stambolov e del conflitto tra interessi personali e “idealità” patriottiche, l’autore dice che il lascito dei rivoluzionari bulgari di Bucarest, era stato assimilato anche da Stambolov: “Se devono morire per la Bulgaria come si fa a considerare un peccato mortale il fatto che avessero rubacchiato un poco? Botev scassinava cassaforti, gli emigranti-ribelli (hăšove) rubavano, ammazzavano” (p. 397). Insomma, gli eroi, e non solo quelli radicali, del pantheon nazionale sono tutti “banditi”. Gančev, pur conservatore, era un patriota sincero. Botev, Rakovski e i vari capi di bande partigiane operanti sotto la Porta, assomigliano curiosamente alla descrizione di Mazzini e Garibaldi fatte da don Giovanni Bosco o ai cartelli “banditen” posti sui partigiani uccisi dagli aguzzini nazisti! Nei passi concernenti politici come Konstantin Stoilov, Petko Karavelov, Grigor Načovič, Račo Petrov, Kosta Panica e soprattutto Stefan Stambolov le eventuali benemerenze, a volte appena accennate o taciute del tutto, sono surclassate da storie di ruberie, concussioni, peculati, spesso condite da fattacci di “corna” e ricatti relativi. Gančev, che pure dà di Stambolov un ritratto sostanzialmente negativo sul piano privato, come uomo lussurioso, violento e senza alcuno scrupolo, nonché giocatore d’azzardo, lamenta che uomini come lui non siano più vivi all’epoca delle guerre balcaniche. La parte consegnata all’Accademia nel 1923 e che in questo volume occupa le pp. 290-413, è redatta al tempo della catastrofe nazionale, quando il governo “contadino” di Aleksandăr Stambolijski puniva duramente i responsabili della stessa e solo pochissimo tempo prima del golpe del 9 giugno e della sanguinosa repressione dell’insurrezione di settembre. Il protagonista di questa parte delle memorie è proprio il principale responsabile della folle politica di aggressioni e alleanze sbagliate, che causò migliaia e migliaia di morti e invalidi tra i Bulgari, il principe e poi zar Ferdinando di Coburgo-Gota. Ferdinando, che Gančev ebbe occasione di frequentare di persona nella veste di suo insegnante di bulgaro, è un vero monstrum di difetti: vanitoso, vacuo, privo di scrupoli, debosciato, stupratore, in giro spesso per l’Europa, ufficialmente per “gravi motivi di stato” e in realtà occupatissimo in banchetti e in orge amorose. È curiosa anche la presenza di una quantità di informazioni di testimoni, raccolte dall’autore e relative all’omosessualità del regnante: gli piacevano i giovinotti biondi e con gli occhi azzurri, che assumeva come aiutanti e autisti e coi quali viaggiava in continuazione. Partendo all’inizio da vaghe dicerie su queste inclinazioni regali, Gančev, accumulando dichiarazioni di amici e confidenti, giunge a proporre come certa la omosessualità del Coburgo (o meglio la bisessualità dello stesso) ma non sa però rispondere a una sua curiosità personale, di una certa morbosità: era omosessuale attivo o passivo?
La rappresentazione degli eroi della lotta nazionale e dei potenti dell’epoca successiva è fatta da una posizione che accentua i difetti dei singoli e tende a trascurare i meriti che il canone nazionale attribuisce loro. Gli intrighi politici, lo scontro tra liberali e conservatori, russofili e russofobi, è letto per lo più come un susseguirsi di truffe, menzogne, ingratitudini e trasformismi. La lingua dell’autore è bellissima: il testo, oltre al valore documentario (pur facendo la tara sul pessimismo e disincanto dell’autore e pur privilegiando, come giustamente notano i curatori a p. 562, i tratti in qualche modo caricaturali), si legge con piacere e ha certamente pregi letterari oltreché linguistici. Questa edizione, elegante dal punto di vista librario, completa e filologicamente impeccabile, costituisce un merito notevole per i suoi due curatori.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
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A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
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