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R. Vassena, Reawakening National Identity. Dostoevskii’s Diary of a Writer and its Impact on Russian Society, Peter Lang, Berna, 2007 (Marco Caratozzolo)
Nel vasto panorama degli studi dostoevskiani di recente pubblicazione, si segnala il libro di Raffaella Vassena, incentrato sul profondo rapporto del grande scrittore russo con i suoi lettori, rapporto a cui egli aveva cercato di dare particolare profondità negli anni in cui fu editore del Dnevnik pisatelja [Il diario di uno scrittore, 1876-1877]. Il libro Reawakening National Identity. Dostoevskii’s Diary of a Writer and its Impact on Russian Society, uscito quest’anno presso Peter Lang e presentato lo scorso luglio al XIII Convegno Internazionale di studi dostoevskiani, organizzato a Budapest dalla International Dostoevskij society, si occupa proprio di alcuni delicati aspetti concernenti il Dnevnik: a quale tipo di lettore si volse Dostoevskij nel lavorare a questa pubblicazione? Con quali lettori corrispondeva? Come si manifestava su di essi la sua influenza e quanto egli stesso era da loro influenzato? E soprattutto, quale evoluzione ha trovato tra i lettori il concetto di national identity suggerito nel titolo del libro?
La studiosa italiana, che ha compiuto approfondite ricerche in questa direzione durante il dottorato di ricerca presso l’università di Milano e un biennio di studi post-dottorato ad Harvard, apporta un contributo di indiscussa freschezza e novità alla questione, basandosi su tre tipi di fonti: non solo i testi del Dnevnik e i maggiori contributi critici, soprattutto russi e americani (il lettore ne troverà ampia traccia nella bibliografia alla fine del volume), che hanno negli anni fatto emergere la pregnanza di questo problema, ma anche la corrispondenza che Dostoevskij intratteneva con i lettori. La Vassena ha evidentemente “inseguito” questi lettori, cercando di ricostruirne identità, provenienza (la preziosa tabella alle pagine 102-104 mostra come essi provenissero da ogni angolo della Russia), capacità di riflessione e grado di influenza sull’evoluzione del pensiero dello scrittore. Queste lettere ci inducono a una valutazione più puntuale del rapporto tra Dostoevskij e i suoi lettori, un rapporto “anti-tolstojano”, quindi non gerarchico, ma paritario, intimo, libero, molto confidenziale: “Comparing the letters it is possibile to deduce that, even though writing to a writer for personal advice was not a widespread custom at that time, the act of writing to Dostoevskii was regarded as something quite natural and instinctive” (p. 105).
Il volume è diviso in due parti, la prima dedicata all’evoluzione della retorica dostoevskiana nel Dnevnik, la seconda, più lunga e articolata, attenta alle reazioni della società russa in seguito a precisi fatti di cronaca che trovarono ampia trattazione nella rivista e che nel libro sono analizzati anche alla luce delle opinioni dei corrispondenti di Dostoevskij. Si ripercorrono, così, attraverso le sollecitazioni del romanziere e le risposte dei lettori, alcuni “casi pietroburghesi” che fecero scalpore nel 1876: il processo a E. Kornilova, accusata di aver gettato dalla finestra la figlioccia, quello a S. Kroneberg, probabile torturatore della sua bambina, e soprattutto quello ad A. Kairova, che aveva ucciso la moglie dell’amante. Quest’ultimo fatto criminoso fu poi oggetto di un dibattito particolarmente approfondito e complesso sul ruolo e l’identità della donna russa, di cui si dà conto nel capitolo VII. Il dialogo tra lo scrittore e i lettori appare sempre vivo e spontaneo: comunicando con loro Dostoevskij sembra rievocare il carattere polifonico che caratterizza i suoi romanzi, non assume cioè mai una posizione dominante, ma preferisce che siano gli stessi lettori a esprimersi, spinti da un senso di libertà e verità, piuttosto che da pregiudizi o atteggiamenti reverenziali. Alla luce di queste considerazioni emerge una delle tesi su cui insiste Raffaella Vassena, ossia che Dostoevskij abbia cercato un lettore nerassuždajuščij, “che non rifletta”, nel senso che sia disposto a seguire l’invito alla discussione offerto dall’autore prescindendo dalla sua scuola letteraria o dall’ideologia politica dominante, tratti che invece caratterizzerebbero il “lettore professionale”. Si completa così il ritratto preciso del tipico lettore del Dnevnik, che era “fairly educated, came from different social conditions and belonged to the middle intelligentsia” (p. 99), ma, soprattutto, era più versatile e si concentrava sulla verità dei fatti, sulla complessità dei casi, i quali, sembra dirci lo stesso Dostoevskij, devono giudicarsi singolarmente e sollevare dibattiti su cui si avvitano forti e sacri ideali.
Di particolare rilevanza i capitoli VIII e IX sulla questione del risveglio dell’identità nazionale, che lo scrittore aveva molto a cuore e sulla base del quale cercò di definire il buon russo ortodosso avvalendosi di esempi negativi: “As Dostoevskij national ideology takes shape by opposition to other nationalities, so the model of a Russian nationalist orthodox reader takes shape in opposition to negative examples of other real or imaginary readers of different nationalities and faiths” (p. 76), tra i quali Dostoevskij non esitava a considerare gli ebrei. L’ultimo capitolo del libro tocca proprio questo “estremo paradosso” della questione ebraica. Sollevata principalmente a causa delle aperture dello zar Alessandro II nei confronti degli ebrei, dopo l’atteggiamento repressivo che aveva caratterizzato il regno di Nicola I, la questione ebraica divenne uno degli argomenti centrali del Dnevnik a partire dal maggio 1876, accendendo per la sua delicatezza una vivace polemica tra i lettori più o meno antisemiti e gli stessi ebrei che seguivano Dostoevskij. Il paradosso sta nel fatto che lo scrittore non maturò una presa di posizione forte, ma oscillò tra due estremi alla ricerca di una opinione che non ferisse troppo i suoi lettori. Pur accusando, nella prima parte di questa discussione, gli ebrei di avere per millenni evitato contatti con le altre culture e favorito così la loro immagine di “popolo eletto”, lo scrittore prende atto della delicatezza del problema e di mese in mese si accresce in lui la paura di essere trascinato in una violenta e impopolare polemica. In linea con la politica di Alessandro II, egli ritorna quindi su posizioni molto più tolleranti e nella famosa edizione del Dnevnik del marzo 1877 dichiara di essere “for the full extension of rights to the Jews in formal legislation and, if such is possibile, also for the fullest equality of rights with the native population” (p. 203). Indubbiamente, spiega l’autrice appoggiandosi ai testi, siamo di fronte a una posizione non chiara, che rivela una fase contraddittoria del pensiero dello scrittore, ma proprio per questo di grande interesse: “The struggle taking place inside the author consisted of an attempt to negotiate and the urgency to defend the keystone supporting the whole publication. This led Dostoevskij to betray himself and reveal contradictions which aroused confusion even among readers” (p. 211). Il progetto di Dostoevskij, volto a elevare la coscienza di un’identità nazionale e amplificare l’unicità del popolo russo, nello spirito del celebre discorso su Puškin, trovò quindi nella scottante questione ebraica un ostacolo. Lo scrittore la affrontò con prudenza, lasciando soprattutto posto al dibattito promosso dal lettore nerassuždajuščij, le cui lettere trovano adeguato commento nelle pagine della Vassena. Lo studio coinvolge in un’analisi chiara, sobria e accurata ricchi materiali di non facile valutazione, quali le lettere dei corrispondenti di Dostoevskij, che non di rado appaiono afflitti da dubbi e problemi personali (un capitolo del libro è dedicato proprio ai lettori che gli chiedevano aiuto), oppure sostengono idee complesse e contraddittorie: come dimostra l’autrice, lo scrittore non ha semplicemente esercitato grande influenza “su di loro”, ma ha anche agito “con loro” per portare alla luce quel senso liberatorio e quella sete di verità che caratterizzano la sua stessa narrativa.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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