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D. Ugrešić, Il ministero del dolore, traduzione di L. Cerruti, Garzanti, Milano 2007 (Alessandra Andolfo)
Cambio di casa editrice, ma stessa frase di Susan Sontag in sovraccoperta, “Una scrittrice da seguire. Un’autrice da serbare nel cuore”, anzi, lieve dissimilitudine rispetto alla precedente “Una scrittrice da seguire, una scrittrice da portare nel cuore”, che accompagnava Il Museo della resa incondizionata (Milano 2002). Quasi un’inconsapevole indirizzo di lettura, forse la percezione del diverso sentimento che nel lettore possono provocare i due romanzi.
Non si ha alcuna difficoltà a portare con sé la Ugrešić del Museo, ad amare quella sorta di zibaldone postmoderno, dolorosamente poetico; a vagare alla cieca tra la miriade di oggetti sparsi e di accadimenti diversi con “pazienza”, certi che “i legami si instaureranno gradualmente da soli”, come il visitatore incantato che osserva la bacheca con gli oggetti trovati nel ventre dell’elefante marino Roland, spirato nello zoo di Berlino nel 1961, una settimana dopo l’erezione del Muro.
Partecipiamo volentieri ai lavori di scavo di Dubravka, mai così scopertamente sé stessa come in questa opera, proprio lei che un tempo (1993) indicava, tra le tre cose che “uno scrittore che tenga a se stesso” dovrebbe evitare, “gli scritti autobiografici” e “i diari”, in un guizzo (forse) amaro della sua consueta e incoercibile ironia.
Con empatica vicinanza assistiamo l’esule mentre cerca disperatamente di ritrovare il proprio “museo”, prima che intere aree della mente si disgreghino nell’insensatezza di un presente che non si riesce (ancora) ad abitare, in quel passato scomposto in frammenti, tra persone e cose ritrovate e subito perse. Di buon grado tentiamo di applicare un principio ordinativo, più che con lei, per lei, facciamo l’inventario di quella massa composita che tutta insieme costituisce quell’evento unico e irripetibile che è la biografia del singolo e che una volta organizzata, ri-diventa memoria. Per lei, ma a un tempo anche per noi, per il nostro personale “museo”, soggettivo repertorio della propria esistenza, entità dialogante e insieme partecipe di quell’altro museo, più grande, dove la somma delle collezioni private ha per esito l’immenso fondo museale della memoria collettiva. No davvero, non si ha alcuna difficoltà a “portare nel cuore” la scrittrice del Museo della resa incondizionata.
Altra cosa è leggere l’autrice del Ministero del dolore, certamente da “serbare” in petto, ammesso che si accetti di lasciarla entrare; occorre un muscolo cardiaco che sappia convivere con le aritmie, disposto a rischiare la crisi di rigetto. Se lo si è fatto, allora “serbare” è il verbo giusto, in virtù di una polisemia che contempla sia la possibilità di custodirla e mantenerla come un intimo segreto del cuore, appunto, sia quella di accantonarla, metterla da parte, quasi a nasconderla, come un segreto scomodo. Perché la Ugrešić del Ministero del dolore ci mette a disagio, ci fa sentire male.
“Bubi” è andata via, abita ad Amsterdam e adesso si fa chiamare Tanja Lucić, niente più “angeli sopra Zagabria” (N. Janigro 2002), i soli angeli che compaiono sono quelli dei quadri da ammirare al museo (!) e dopo i primi capitoli, anche l’album con le fotografie è stato messo da parte (“ci sono due tipi di profughi, quelli con gli album delle fotografie e quelli senza” diceva “Bubi”/Dubravka).
Tanja è ancora un’esiliata, che l’esilio sia volontario non fa alcuna differenza. Ha lasciato Berlino, l’ultima tappa del suo cammino comune con il marito Goran, volato in Giappone perché incapace di accettare ciò che era accaduto (“Non sarà che è intrinsecamente connesso con la disconnessione emotiva questo paese?”, mi scriveva del Giappone, una manciata di settimane fa, in altre circostanze, un’amica), perché la Germania non era abbastanza lontana da Zagabria per il suo piano di fuga dal presente.
Rimasta sola, Tanja è partita per l’Olanda, rispondendo all’invito di una conoscente, per insegnare “servo-kroatish” all’università, in un corso frequentato da profughi del suo stesso ex paese, eccezion fatta per una oriunda olandese divorziata dal marito bosniaco. Studenti che se ne vanno in giro “con uno schiaffo invisibile sulla faccia”, portati in aula dalla possibilità del visto studentesco, poi anche dalla nostalgia (di sé, di una terra, di una lingua), spinti dal desiderio di non perdersi, di ricordare di avere avuto un passato, una identità comune che altri per loro hanno mandato in pezzi. Tanja lo sa, nessuno meglio di lei può saperlo, sebbene in confronto con il vissuto di alcuni suoi allievi si senta quasi una privilegiata. Ma non esiste privilegio o gerarchia quando si è accomunati dal dolore. Sono persone in fuga, dalla guerra, dalla violenza, dall’oppressione, dal razzismo, dalle bugie, in attesa di un sollievo che stenta ad arrivare, che forse non arriverà mai. Tanja Lucić è parte di quel gruppo e insieme ne è il più acuto osservatore, il più lucido commentatore. Il suo incarico ufficiale sembra impossibile a svolgersi, insegnare una letteratura che non c’è più, quella jugoslava. La “professoressa Lucić”, la “drugarica”, inizia allora con i suoi studenti un percorso del ricordo all’insegna di una “jugonostalgia” della quale sono tutti consapevoli, verso la quale riescono a essere critici e persino ironici, ma della quale non sembrano potere fare a meno. È un groviglio di sentimenti e di emozioni, di straordinarie vicinanze e siderali distanze. Cresce la voglia di stare insieme, di ritrovarsi anche al di fuori dello spazio dell’aula, si fraternizza. L’affetto per i suoi studenti, o meglio, per quella piccola comunità che per un po’ lenisce la quotidiana sofferenza dello sradicamento, un giorno viene però improvvisamente tradito e Tanja a suo modo si vendica, soprattutto con Igor, lo studente che più la attrae e che più la spaventa, forse perché in fondo è quello che più le somiglia. Igor non tarda a replicare, attuando la propria perversa vendetta, in un gioco di ruoli che irretisce il lettore, spettatore turbato di una scena in cui a tratti viene da chiedersi chi dei due attori sia veramente seduto su quella sedia con le manette ai polsi, quelle stesse manette regalate per scherzo (ma davvero per scherzo?) a Tanja da alcuni studenti, lavoratori in nero presso il Ministero del dolore, fabbrica di indumenti e accessori sadomaso, da loro ribattezzata con il nome di uno dei tanti pornoclub di Amsterdam. Assistiamo sgomenti a quel contrasto condotto sul filo del rasoio che sembra riproporre le dinamiche del conflitto del paese dal quale sono fuggiti, angosciati da quel gigantesco urlo inespresso che Tanja non può emettere. Masochismo dell’esule, che non può fare a meno di rivivere la situazione di partenza. Masochismo catartico, necessaria discesa nel dolore, aprire la ferita perché poi possa in qualche modo cicatrizzare. E finalmente Tanja urla, urla con tutta l’anima, ma già Igor non è più lì ad ascoltarla, se ne è andato. Si sono fatti del male per ricordarsi, per essere per l’altro una traccia indelebile. Potrebbero essere destinati a odiarsi per sempre, invece accadrà dell’altro, perché sono due individui allo specchio, vittime degli stessi fantasmi, ciascuno bisognoso del riflesso dell’altro.
Dopo questo episodio, Tanja scivola nella zona grigia. Si ripiega in sé stessa, assume interamente la condizione del profugo, sprofonda nella sua malattia. Senza lavoro, approda in una casa dalle pareti fatiscenti. Attraversa una fase di pulizia compulsiva durante la quale, per una intera settimana non fa che nettare, strofinare, setacciare, scartavetrare; passa il bianco alle pareti come se passasse la calce viva per disinfettare quel luogo metaforico, lasciandosi corrodere le dita, la pelle delle mani, pur di reagire.
È a questo punto che si inserisce il capitolo forse più difficile da affrontare per il lettore, capace di farlo sentire talmente a disagio da desiderare di voltarsi dall’altra parte, perché la Ugrešić improvvisamente volta lo specchio – con un tempismo che non lascia scampo – e lo punta verso di noi, aprendo i ghetti della civilissima Amsterdam, Olanda, uguali a tutti i ghetti delle capitali della moderna Europa, dove sono già arrivati da un pezzo e vivono i “barbari”:
Siamo dei barbari. La gente della nostra razza porta impresso sulla fronte il marchio invisibile dell’errore di Cristoforo Colombo. Andiamo verso occidente e arriviamo sempre a oriente e più ci spingiamo a ovest, più finiamo a est; la nostra stirpe è maledetta (p. 221).
Si apre così uno spietato canto all’esilio, tanto più pregno perché condensato in pochissime pagine, che deflagra, divenendo la messa sul tavolo anatomico dell’immigrazione disperata, come abbiamo permesso che fosse.
Siamo dei barbari, siamo il doppio fondo di questa bella società, siamo le dita incrociate in tasca, siamo il diavoletto nella scatola, siamo la maschera brutta, siamo il mondo parallelo, siamo mezzi uomini (p. 222-223).
Il suono è il nostro alfabeto, il rumore che facciamo è l’unica prova della nostra esistenza, lo scoppio è l’unica traccia che lasciamo dietro di noi (p. 225).

Frattanto Tanja, assediata dalla nostalgia, dalla “sindrome dell’arto mancante”, seguita a piangere e urlare in silenzio dentro di sé, sentendosi come una “prefica balcanica” con il “copy-right sulla storia jugoslava” e “il visto per la low-life” dei nuovi barbari, finché un giorno stremata, seduta sul divano a guardare una videocassetta presa a caso dal cumulo lasciato, insieme a tutto il resto, dai proprietari dell’appartamento in cui si trova a vivere, scopre nel volto di Juliette Binoche (il film è l’Insostenibile leggerezza dell’essere di Philip Kaufman, dall’omonimo romanzo di Milan Kundera), in un unico, irripetibile momento, la traduzione del suo dolore personale nel suo linguaggio, il dolore di Tanja che parla a Tanja, mandandola “in frantumi”. Da questa rottura, inizia la sua convalescenza: per la prima volta dal suo ingresso in casa guarda fuori dalla finestra, il passo successivo sarà uscire, quello dopo ancora, continuare a vivere.
Nell’epilogo, introdotto da Nostalgia della patria di Marina Cvetaeva, Tanja, la donna con la “sindrome dell’arto mancante” e Igor, che alcuni davano per pazzo, o in un aeroporto di Calcutta, colpito da “fuga dissociativa”, si ritrovano in uno strano happy end (è la Ugrešić stessa a usare il termine happy end in una recente intervista), che ha la sua ricetta in una pratica quotidiana frugale e ripetitiva quanto basta per restituire a entrambi le coordinate spazio temporali, quanto basta per tornare a dire: “la vita è buona con noi”.
“Le nostre / malattie / si fondono / e come portati via / si rimane”, direbbe l’Ungaretti di Nostalgia.
E se la crisi è in agguato, la terapia è prendere la borsetta e uscire, camminare lungo la spiaggia, “avvolta dal vento”, nel panorama piatto del paesaggio olandese (“assorbe tutto come la vecchia carta assorbente dei banchi di scuola”, p. 256) e urlare. Un urlo impressionante, la sua “litania balcanica”.
Il Ministero del dolore nasce dall’omonimo racconto di Dubravka Ugrešić pubblicato nel 1998, l’anno successivo al Museo della resa incondizionata, edito in olandese nel 1997 (in Croazia solo nel 2002).
Il racconto aveva per sottotitolo la dicitura “poema pedagogico” e comprendeva una “nota introduttiva dell’autore”, in cui se ne esplicitava la genesi letteraria, basata sull’intuizione “di star scrivendo in una lingua della letteratura minore” e sull’unico “‘ismo’ letterario nostrano autentico, […] il sadomasochismo”. Seguiva il ricordo dell’incendio della biblioteca di Sarajevo e la denuncia “della vergognosa realtà delle nostre terre, dove da qualche anno vengono sistematicamente distrutti centinaia di libri”, riferimento a quella stessa censura che aveva colpito la scrittrice, generando la situazione insostenibile che fu alla base della sua decisione di espatriare.
Oltre a ciò, il racconto proponeva un finale molto più “olandese”, in cui Tanja sposa il poliziotto di Amsterdam che l’aveva soccorsa e liberata dalle manette.
La concentrazione di elementi riservata alla parte della jugonostalgija, nel racconto un fittissimo elenco di oggetti di uso quotidiano, personaggi, slogan, citazioni e così via, che restituiva in pillole la vita quotidiana in Jugoslavia, nel romanzo cambia impianto e si fa molto più dilatata, benché così facendo si perda l’effetto vademecum, così incisivo nel racconto. Del resto, il romanzo segna il passo in tema di jugonostalgija, il che è sintomatico della diversa percezione del fenomeno maturata dalla Ugrešić nel corso del tempo (il romanzo è del 2004).
Nel 1989 la scrittrice aveva concepito l’idea di una enciclopedia della “mitologia” jugoslava, che avrebbe riunito le voci della cultura popolare, contribuendo così al tentativo di definizione di identità del popolo jugoslavo, progetto che non ebbe seguito. Lo riprese nel 1996, a tre anni dalla partenza dalla Croazia, un anno dopo la conclusione della guerra in ex Jugoslavia; il programma si caricava dunque di un ulteriore significato, quello del passato comune di uno stato che non esisteva più i cui cittadini, ancora più in crisi di identità di quanto potessero essere nel 1989, ne avrebbero forse tratto ora beneficio e magari a loro volta avrebbero contribuito alla creazione di un grande serbatoio della memoria. Nacque così Leksikon Yu Mitologije, sito internet che ricomponeva, dalla A alla Ž, cinquant’anni di Sfrj. L’idea primigenia tendeva al recupero e alla rigenerazione della memoria, alla emancipazione e alla cultura della memoria (“nema kulture bez kulturnog sjećanja”, non c’è cultura senza memoria culturale), aspirazione lontana anni luce dalla connotazione commerciale che il fenomeno jugonostalgija assunse in seguito, aspetto cui la Ugrešić non volle attendere in nessun modo. Con l’affermarsi della nuova tendenza, si allontanò dal progetto, dal sito e dalle attività a esso correlate.
Il ministero del dolore viene pubblicato nel 2004, lo stesso anno della uscita della versione cartacea di Leksikon Yu Mitologije, curata da alcuni ex allievi e collaboratori della Ugrešić e accompagnata da un notevole battage pubblicitario e dal merchandising di rigore (adesivi, magliette e via dicendo). Verrebbe da chiedersi se quella congiuntura editoriale sia stata casuale, o se non si sia trattato piuttosto di una variante di esercizio di ciò che in Kultura laži [La cultura della menzogna], Dubravka Ugrešić chiamava “autodifesa a colpi di note a piè di pagina”.
Nel Ministero del dolore, dove il sentimento della nostalgia è fortemente pervasivo, alla jugonostalgija viene comunque riservato ampio spazio di trattazione, vissuto però con un approccio decisamente più critico rispetto a qualche anno prima.
Così come critica si dimostra la Ugrešić verso un’Europa defilata nelle sue responsabilità e verso un Occidente sempre più cinico e codino nel mantenere certe sue prerogative. Coraggioso il capitolo sull’udienza del Tribunale dell’Aja cui assistono Tanja e Igor, descritto come una cerimonia talmente irreale, da svuotarsi di senso:
Igor e io fissavamo il televisore. Era l’immagine pervertita della realtà alla quale, pervertiti anche noi tutti, concorrevamo. Col tempo mi accorsi di mantenere sempre più lo sguardo sullo schermo, come se le sue immagini fossero più veritiere di quello che, al di là del vetro, avveniva per davvero. Le parole che sentivamo erano parimenti irreali, e ogni tanto cambiavamo canale per renderci conto di che effetto facessero in inglese, francese o olandese. La realtà, dalla quale ci divideva la parete di vetro, non infondeva più fiducia della realtà “vera” (pp. 139-140).
Il ministero del dolore forse non raggiunge gli esiti formali del Museo della resa incondizionata (in questo senso, la sua migliore opera di narrativa), ma possiede la forza dell’“urlo”, una parola che ricorre più volte a sottolineare nodi significativi nello sviluppo della narrazione. Ed è un romanzo ostinato, inesorabilmente sincero, a volte al limite del sostenibile:
La ferita è per i miei conterranei una persona cara, un figlio, una figlia, l’amata o l’amato. La ferita è amore, l’amore è dolore (pp. 170-171).
Il museo della resa incondizionata e Il ministero del dolore sono due romanzi figli della stessa ferita, capitoli di una stessa storia. Tracciano l’itinerario esistenziale dell’esule colto nelle diverse fasi evolutive della sua condizione: il caos iniziale in cui egli si muove nell’approdare alla nuova realtà, della quale non è ancora del tutto consapevole, come se fosse ancora stupito, incredulo. Vive una specie di spaesamento onirico, sente il dolore, gli cede, ma è un territorio non ancora del tutto compreso, ancora da esplorare. È come se fosse ancora con le valigie in mano, con l’illusione della reversibilità, come se in qualunque momento potesse tornare indietro. Si aggrappa alla memoria per definirsi, in un contesto in cui tutto è incerto e dove si perde il senso del tempo. Compagna inseparabile, la nostalgia. Proseguendo, comincerà l’adattamento e i contorni del paesaggio che lo circonda si faranno più nitidi. Se non rifiuta il confronto con la realtà, in seguito, uscito dall’illusione, forse perverrà a una situazione quantomeno di calma apparente, a una parvenza di normalità, imparando quotidianamente a convivere con un dolore che resterà sempre inaccettabile e inestinguibile, ma al quale potrà sopravvivere. Discriminante nel determinare questo possibile esito di vita sarà proprio il rapporto che riuscirà a instaurare col dolore, la capacità o meno di prendere coscienza del fatto che esso sussisterà come parte istituzionale della propria biografia; che dopo la resa, per continuare, per proseguire oltre, si dovrà prima per forza entrare e attraversare i corridoi del Ministero del dolore.

Voglio infine aggiungere una sorta di nota sentimentale al traduttore: il mio primo oggetto jugonostalgico fu la bottiglietta di Cockta che campeggiava sul fascio di fotocopie distribuite in fretta, prima di lezione, contenenti la tua traduzione di Ministarstvo boli, materiale preziosissimo per noi neofiti, praticamente ancora allo stadio bukvar, in un mondo avaro di traduzioni. Per fortuna c’eri tu, generosa spalatina cresciuta altrove, che una mano ce l’hai sempre data volentieri. Pago ora il mio debito di riconoscenza ringraziando chi per prima mi fece conoscere Dubravka Ugrešić. Ecco, volevo dirti che per me la Ugrešić ha sempre avuto un po’ il volto e un po’ la voce di Lara Cerruti. Grazie.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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