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M. Krajewski, Morte a Breslavia, traduzione di V. Parisi, Einaudi, Torino 2007 (Alessandro Ajres)
Le avventure del commissario Eberhard Mock sbarcano, e sbancano, anche in Italia. Merito della Einaudi, che ha fiutato le potenzialità dell’opera, l’ha inserita nella propria collana Stile libero e l’ha lanciata come merita, tanto che il titolo fa bella mostra di sé tra le novità in ogni libreria. Senza nulla togliere alla casa editrice torinese, va detto che il successo era facilmente preventivabile, sulla scorta di quanto è accaduto in altri paesi europei e non solo. Morte a Breslavia ha appassionato milioni di lettori in una decina di nazioni del vecchio continente e in Israele; in alcune di esse, sono già stati stampati anche gli altri romanzi della serie ideata da Marek Krajewski. La popolarità di Eberhard Mock è tale che, appositamente alla sua figura, Wikipedia ha dedicato una pagina della propria enciclopedia telematica. In Germania sono usciti pure Koniec świata w Breslau [Fine del mondo a Breslavia, 2003] e Widma w mieście Breslau [Spettri nella città di Breslavia, 2005]; il primo è stato tradotto anche in ucraino, il secondo in olandese, mentre sono prossime le edizioni inglese, lituana, russa, spagnola dei due testi. Dopo il quarto romanzo criminale della serie, Festung Breslau [Fortezza Breslavia, 2006], prossimo a uscire sul mercato librario di Israele, si attende una “riduzione” cinematografica in dodici puntate capace di assorbire tutti gli episodi della saga.
Il segreto del successo di Krajewski sta nel tratteggiare le debolezze dell’ennesimo detective dal volto umano (dopo Camilleri, Izzo e Montalbán sappiamo bene quanto il pubblico sappia affezionarsi a queste figure), inserendolo in un contesto storico relativamente poco avvezzo a tale genere di esperienza letteraria. Morte a Breslavia, infatti, non è una spy-story e non è semplicemente un giallo, generi che pure hanno abusato dello sfondo della dittatura nazista; ma è un romanzo che inchioda il lettore attraverso la caratterizzazione bilanciata dei personaggi, schizzati quel tanto che basta a far sentire la necessità di un approfondimento, una scrittura semplice ma non banale, elementi gotici e dell’orrore da maestro del brivido. La descrizione del corpo della baronessina Marietta von der Malten, nel cui addome squarciato si agita uno scorpione dopo l’omicidio che accende il racconto, in questo senso è esemplare; così come esemplare è la tortura cui viene sottoposto dalla Gestapo il figlioccio di Eberhard Mock, Herbert Anwaldt, entomofobo eppure legato mani e piedi, cosparso di miele sul capo e lasciato da solo in una stanza vuota a vedersela con una coppia di calabroni. Krajewski, poi, è abilissimo a sfruttare la propria cultura di filologo classico, che evidentemente gli ha reso ben al di là della sua carriera universitaria. Il libro pullula di citazioni di autori antichi, da Sofocle, a Esiodo, a Orazio, nonché di riferimenti più moderni, quali Coleridge o il pittore Chaim Soutine. Il modo in cui l’autore utilizza il proprio sapere, tuttavia, in cui lo piega alla necessità di appassionare e terrorizzare il lettore è quel che risulta davvero straordinario. Partendo da una scritta vergata col sangue dall’assassino della giovane baronessa in una lingua orientale antica, che risulterà essere antico ebraico, egli spalanca le porte della narrazione a elementi familiari e contemporaneamente spaventosi. Come nell’ Esorcista di William Friedkin, un film di 34 anni orsono il cui insegnamento resterà valido ancora a lungo, quel che cattura il pubblico è il legame col magico e misterioso oriente, con i suoi riti e le sue maledizioni, laddove Krajewski è di casa. Egli può inserire nel testo episodi, veri o presunti tali, dalla storia delle crociate (“Mesopotamia, monti Jebel Sinjar, tre giorni di viaggio a cavallo o ovest di Mossul, il 2 del mese di safar dell’anno 601 dell’Egira”, p. 203), intrattenersi sul siriano antico, sulle lettere alfabetiche dell’antico ebraico, risolvere la situazione e svelare ogni rebus richiamandosi alle usanze della tribù degli yezidi. Con bravura e arguzia, insomma, Marek Krajewski ha senz’altro meritato i premi che in questi ultimi anni gli sono stati conferiti per la saga incentrata su Eberhard Mock: su tutti, il Paszport del settimanale Polityka nel 2005 per la letteratura.
L’inizio di Morte a Breslavia precipita il lettore ben oltre il fulcro dei fatti, bensì a giochi quasi compiuti. Secondo un chiaro richiamo a date precise, che aiutano e costringono a stare all’erta rispetto alla cronologia degli eventi, Krajewski ci porta a spasso nei secoli, da quello scorso fino al periodo delle crociate. La notte di sabato 13 maggio 1933 la giovane baronessa Marietta von der Malten viene trovata violentata e uccisa, insieme alla sua governante e al capotreno, su una carrozza alla stazione di Breslavia. Cedendo alla furia del padre, il barone von der Malten cui è debitore, nonché alle pressioni politiche della Gestapo, il commissario Mock lascia che la faccenda si concluda rapidamente dando in pasto all’opinione pubblica il commerciante ebreo Isidor Friedländer. Questo gli guadagna la direzione della sezione criminale della polizia di Breslavia; mentre, qualche giorno dopo la cattura, Friedländer viene trovato misteriosamente suicida nella propria cella. Il caso si riapre un anno dopo per la cocciutaggine del barone von der Malten, subito così desideroso di vendetta e ora certo di non avere ancora scovato l’assassino di sua figlia. Questi fa appositamente arrivare da Berlino Herbert Anwaldt, un poliziotto ubriacone, un depresso cui il proprio superiore offre un’ultima chance di riscatto. Soltanto alla fine del libro si scoprirà quale profondo legame unisca il barone von der Malten e Herbert Anwaldt. Suo malgrado, così, anche il commissario Mock si rimette sulle tracce del vero colpevole dell’omicidio. La strana coppia passerà ogni sorta di guaio, prima di risolvere l’enigma. Esso ha a che fare con un’antica usanza della tribù degli yezidi, secondo la quale una vendetta è effettivamente portata a termine soltanto se ricalca in tutto e per tutto l’offesa originale. Un avo della casata von der Malten aveva ucciso al tempo delle crociate i figli del santo della tribù, al-Shausi, rovesciando alcuni scorpioni nei loro intestini trafitti. I discendenti dell’esecutore di quell’atrocità avrebbero dovuto subire lo stesso destino. Nei secoli, la famiglia si era divisa in tre rami diversi, due dei quali si erano già estinti. Inoltre, raramente era occorso il caso che venissero alla luce due fratelli di sesso diverso. Se Marietta risulta la prima vittima di una vendetta proveniente da così lontano, allora, anche il suo misterioso fratello corre lo stesso pericolo. L’avventura si chiude, riprendendo e superando l’inizio della narrazione, a New York nel 1951. Mock è scampato al bombardamento di Dresda e ora lavora per la Stasi; Anwaldt ha trascorso la maggior parte del suo tempo in manicomio. Entrambi hanno qualcosa da vendicare.
Quando il libro uscì per la prima volta, nel 1999, aveva un altro titolo, ovvero Skorpiony [Scorpioni]. Il successo delle avventure di Eberhard Mock, e la ripetitività dello sfondo che le inquadra, di fatto ha costretto a un richiamo a Breslavia anche nei titoli dei romanzi che ne compongono la serie. Del resto, in essi la città è molto più che una quinta statica. La sua conoscenza perfetta da parte di Krajewski ne fa un elemento attivo; le descrizioni che la riguardano accompagnano la narrazione, differenziando anch’esse momenti di calma, azione, paura. Il fatto che l’autore ambienti le proprie storie a Breslavia, e non a Wrocław, si deve certamente al momento storico; ma la contesa polacco-tedesca sulla cittadina è ben presente già nelle pagine di questo primo volume. La tensione tra le due comunità si riflette, ad esempio, sulle competenze dei vari uffici d’indagine; anche la scrittura contribuisce a distanziare gli uni dagli altri: “Anwaldt guardava il testo polacco in preda a una sorta di rapimento. Quegli enigmatici segni diacritici lo avevano sempre affascinato: i minuscoli ganci appesi alla ‘a’ e alla ‘e’, la piccola onda sovrapposta alla ‘elle’, l’accento obliquo sopra la ‘esse’, la ‘zeta’ e la ‘o’” (p. 229). Mettendosi nei panni di Anwaldt, Krajewski descrive così la sua stessa lingua.
La traduzione di Valentina Parisi, che si avvale dei consigli di Luca Bernardini, è senz’altro buona, malgrado la difficoltà di alcuni passaggi. Le parti contenenti digressioni sugli alfabeti delle lingue orientali antiche, così come quelle ambientate ai tempi delle crociate, nascondevano insidie notevoli. I due avevano già lavorato insieme per Racconti dal mondo di pietra di Tadeusz Borowski (Milano 2005); l’uno curando, e l’altra traducendo, possono vantare di aver portato in Italia anche Lettere facoltative di Wisława Szymborska (Milano 2006) e Tradimento di Adam Zagajewski (Milano 2007). Un’ultima parola sul buon momento dei libri gialli provenienti dalla Polonia. In Germania sono prossimi a essere lanciati sul mercato: Domofon [Citofono], i cui diritti sono stati acquisiti anche in Olanda, e Uwikłanie [Implicazione] di Zygmunt Miłoszewski, Kurs do Genewy [Corsa a Ginevra] di Bartłomiej Rychter, Przystanek śmierć [Fermata morte] e Wilcza wyspa [L’isola del lupo] di Tomasz Konatkowski.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
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