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Compagni di Strada
Paweł Huelle, Mercedes-Benz. Da alcune lettere a Hrabal, traduzione di R. Belletti, Voland, Roma 2007 (Alessandro Ajres)
Dopo il romanzo Cognome e nome: Weiser Dawidek e i racconti di Lumache, pozzanghere, pioggia, pubblicati da Feltrinelli rispettivamente nel 1990 e nel 1995, poteva sembrare che per Paweł Huelle le porte del mercato librario italiano si fossero chiuse in maniera pressoché irrimediabile. Pur senza lasciare alcuna traccia presso le nostre case editrici, egli aveva continuato a mietere successi in patria e nell’Europa centrale con Inne historie [Altre storie, 1999], Castorp (2004), Ostatnia wieczerza [L’ultima cena, 2006]. Il vasto numero di ristampe raggiunto da Mercedes-Benz (2001), infine, ha convinto Voland ad acquisire i diritti dell’opera e a commissionarne la traduzione, uscita qualche mese orsono. Il risultato, di critica e di pubblico, si è rivelato all’altezza dell’investimento. Sui giornali, sulle riviste specializzate, persino dalla rete si sono alzati toni di stupore e compiacimento per il testo di Huelle, malgrado le difficoltà che lo accompagnano. Anzitutto, si tratta di un libro strettamente legato alla realtà e alla storia dell’Europa dell’est. Vi si affrontano temi e periodi che, di solito, fungono da spaventapasseri per il pubblico italiano: le tensioni polacco-ucraine dell’immediato primo dopoguerra (“il nonno lo diceva sempre, perché la guerra con gli ucraini era la sua più grande preoccupazione – l’abbiamo vinta – diceva – ma come faremo a guardarci negli occhi?”), le prepotenze dell’Armata rossa e quelle dei nazisti, il periodo comunista di Bierut, Gomułka, e Gierek, quello di Jaruzelski e Solidarność. Di più: una dei protagonisti assoluti del testo è Trójmiasto, la conurbazione della città di Danzica unita a quella di Gdynia e al centro balneare di Sopot, cui Huelle fa continuo riferimento citando piazze, strade, personaggi illustri. Ebbene se certe parentesi storiche vengono affrontate con curiosità insaziabile da parte del lettore, se Danzica si svela alla fine dell’opera raggiante quasi quanto Praga la magica che tutti conoscono, è proprio perché l’autore segue l’esempio letterario di Bohumil Hrabal. Perché ne segue lo stile prosastico e non si limita a omaggiare, in maniera esplicita, il racconto Corso serale dello scrittore praghese, in cui vengono narrate le sue peripezie a cavallo di una Jawa 250. Dall’inizio alla fine – le prime pagine sono una litania anaforica di periodi introdotti da: “quando dunque” – le frasi si susseguono senza punti, collegate da una sintassi scarna e adattissima allo scopo: restituire la propria mitologia personale, e quasi un secolo di storia polacca, come flusso ininterrotto. L’effetto, grazie anche alla brillante traduzione di Raffaella Belletti, è quello di un libro da leggere senza fiato, poco consigliabile a chi cerchi esclusivamente di riempire le proprie pause.
Anche le “lettere a Hrabal” cui si fa cenno nel titolo si rivelano, di fatto, una corrispondenza continua, un richiamo continuo al “caro signor Bohumil”. Non è soltanto la stima che Huelle prova nei confronti dello scrittore ceco a spingerlo così fortemente tra le sue braccia:
Tutti abbiamo capito che proprio ora e solo ora si era conclusa un’epoca, non con la rivoluzione di velluto, non con la caduta del muro di Berlino, con la vittoria di Solidarność o con la “Tempesta del deserto”, non con il bombardamento di Sarajevo, ma con il suo volo, con quella coda, con quel finale, con quella incredibile giravolta nella quale aveva avvolto tutta la sua vita, con i libri che come nessun altro ci avevano permesso di superare gli anni peggiori, perché ci confortavano in maniera disinteressata, ci davano ispirazione e ci asciugavano le lacrime.
Assai più è la volontà di condividere un momento di riflessione sulla propria vita allo stesso modo, nella stessa cornice e con gli stessi strumenti. Le lezioni di guida, moto o macchina che siano, rappresentano lo spunto comune per innescare tale processo di meditazione presso entrambi gli autori. Basti riflettere su questo dialogo tra il protagonista di Mercedes-Benz e la sua istruttrice, la signorina Ciwle: “E lei cosa userà dopo aver dato l’esame? – L’autobus, con il tempo guadagnerò abbastanza da permettermi una bicicletta e in seguito mi limiterò al deltaplano. – E allora a cosa le serve la patente? – Giusto – ho indicato con un cenno della testa lo specchietto, nel quale si rifletteva un ingorgo di un chilometro snodarsi alle nostre spalle come un lungo serpente – probabilmente solo per poter meditare”. Il protagonista di Huelle inizia, così, un viaggio a ritroso nelle sue origini e nella sua vita, su cui lentamente si stendono le ombre del presente. Tra un incidente scampato (e non) e una svolta pericolosa, un semaforo rosso e code chilometriche, sulla “piccola Fiat” 126 dell’autoscuola Corrado (“Garantiamo la patente ai prezzi più bassi della città”) vengono rievocate le avventure dei nonni Karol e Maria, della Citroën avuta incredibilmente in omaggio e della Mercedes con cui vincono ripetutamente le gare delle mongolfiere; viene richiamato come, a distanza di anni, fosse stato poi il padre del protagonista a vantarsi di sedere su una Mercedes 170, ad abbellirla e migliorarla continuamente. Del resto, il marchio tedesco automobilistico che dà titolo al libro ne è anche filo conduttore: simboleggia la solidità, la continuità, l’incedere della storia a prescindere. Sul passato si stende via via l’ombra del presente, altrettanto oscura. La storia della signorina Ciwle – del protagonista si sa appena che è uno scrittore, e si ricordano gli inizi giornalistici – apre le porte a uno spaccato di realtà contemporanea. Lei ha sacrificato la propria vita sociale alla causa del fratello Jarek gravemente malato, per procurargli i soldi necessari alle operazioni e alle cure. È caduta vittima delle promesse del dottor Elefant, luminare senza scrupoli che manda sul lastrico i propri pazienti. Ora vive circondata della compagnia di due geniali cocainomani, Fizyk e Bucior. Tocca a lei sintetizzare l’indirizzo del nuovo corso capitalista: “Mica come adesso – ha sospirato la signorina Ciwle – oggi tutti vogliono guadagnare su tutto, al punto che se fosse possibile vendere la propria merda, nessuno sarebbe frenato dalla puzza”. Le cose sono rimaste talmente simili a se stesse che il dottor Elefant, semplicemente, ha sostituito presso l’Accademia di medicina pratica il nazista Spanner, professore esperto nel produrre sapone dai cadaveri.
Da qualche parte, nell’invisibile corrente del tempo, si mescolavano tutte le svastiche, le falci, i martelli e le orchestre, e il dottor Spanner e il dottor Elefant guardavano tutto ciò dalle finestre dell’Istituto di anatomia pratica e si stringevano la mano commossi, perché dopo la tesi dei fackelzug era arrivata e passata l’antitesi dei cortei comunisti, finché per quelli come loro era giunto il tempo della sintesi, dell’attività creativa priva d’impacci, dell’aritmetica dei profitti puri, lavati di qualsiasi sozzura di ideali ormai inutili.
Il protagonista e la signorina Ciwle non si spingeranno oltre l’amicizia, ma arriveranno a conoscere se stessi profondamente; il lettore, dal canto suo, percepirà di essere penetrato in un pezzo di storia europea in maniera mai così leggera e intelligente.
Sul modello dell’edizione polacca, impreziosiscono il libro alcune fotografie tratte dall’album dei ricordi di Paweł Huelle, ovvero del protagonista stesso. Aiutano a comprendere quanto la storia si sviluppi intorno a una saga familiare. Piuttosto, a volte si sente la mancanza di qualche nota chiarificatrice. Va bene evitare al lettore la fastidiosa sensazione di rimando continuo, ma spiegare – tra le altre cose – che il barbo è un pesce, l’hucula un cavallo e il Donbass un bacino minerario tra Ucraina e Russia avrebbe garantito la sensazione di una cura maggiore e migliore per chi affronti l’opera.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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