“Michail Šiškin: ricordi che non hanno tempo” (Galina Denissova), eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 492-494

Scarica il Pdf completo di tutte le recensioni di eSamizdat 2007 (V) 1-2
Šiškin è entrato nella letteratura russa in una fase avvincente, nel momento in cui sulla ribalta culturale gli scrittori interpretano le loro parti senza il concorso di un regista. Anche se in Russia negli ultimi anni sono stati istituiti numerosi premi letterari, spesso legati a riviste per così dire “tradizionali” (come Novyj mir, Zvezda, Znamja...), e sebbene esista l’Unione degli scrittori (e società similari), nessuna organizzazione è in grado di segnare oggi il destino di uno scrittore, tanto meno di prevederne il futuro. Ora molto dipende dalla richiesta del mercato che condiziona le tirature di un libro, di fatto determinando l’affermazione di un autore piuttosto che di un altro. E gli scrittori si trovano sempre a dover scegliere tra il successo, spesso dovuto alle preferenze del lettore “medio”, e le esigenze creative, vale a dire a passare di nuovo tra queste novelle Scilla e Cariddi che si vanno modificando insieme al contesto storico-culturale.
Michail Pavlovič Šiškin nasce il 18 gennaio 1961 a Mosca. Al termine degli studi presso la Facoltà di lingue germaniche e romanze dell’Istituto magistrale di Mosca, negli anni 1982-1985, collabora in qualità di pubblicista alla rivista Rovesnik [Il coetaneo]; successivamente insegna lingua tedesca nelle scuole fino al 1995, anno in cui lascia la Russia per stabilirsi a Zurigo.
L’esordio letterario di Šiškin risale al 1993, quando sulla rivista Znamja (1993/1) apparve il suo racconto Urok kalligrafii [Lezione di calligrafia], ispirato alla poetica di Gogol´ e di Dostoevskij. La produzione dello scrittore è ricca e variegata: fra le sue opere ricordiamo il romanzo Vsech ožidaet odna noč´ [A tutti spetta una notte, 1993], il racconto lungo Slepoj muzykant [Il musicista cieco, 1994], il libro Russkaja Švejcarija [La Svizzera russa. Guida letterario-storica, 1999], insignito in Russia nel 2006 dal premio Gran libro; il romanzo Vzjatie Izmaila [La conquista di Izmail, 1999], nominato migliore libro dell’anno 1999, il volume Montreux-Missolunghi-Astapowo. Auf den Spuren von Byron und Tolstoj, pubblicato a Zurigo dalla casa editrice Limmat Verlag nel 2002 e insignito di due premi letterari, uno in Svizzera nel 2002 e l’altro, Le prix pour le meilleur livre etranger, nel 2005 a Parigi. Il pubblico italiano ha avuto l’opportunità di accostarsi all’opera di Michail Šiškin a partire dal suo ultimo libro, vincitore del premio russo Bestseller nazionale 2005, Venerin volos [Capelvenere, Roma 2006, dove si è scelto, per il nome, una diversa traslitterazione: Mikhail Shishkin] che, come tutti i romanzi dello scrittore, è uscito dapprima sulla rivista Znamja (2005/4-6).
Le opere di Šiškin si contraddistinguono per una densa patina narrativa che avvolge i drammi “biografici”, sia che si tratti del destino del protagonista di A tutti spetta una notte che soffre del taedium vitae, sia che si parli delle vicende dell’interprete di Capelvenere, che cerca di conservare la propria identità nel mare del dolore umano. La condizione di émigré dello scrittore determina il suo sguardo straniante e porta alla propensione a nutrire un’ispirazione costantemente rivolta al passato, a una Russia viva unicamente nei ricordi, e al tempo stesso, a rivelare alcuni giudizi sul paese natio che possono essere elaborati solo da lontano.
Un esempio straordinario di maestria verbale è La conquista di Izmail (Roma 2007) che si pone al crocevia di epoche diverse intrecciate dall’autore in modo arbitrario. Il lettore assiste alla continua successione di pensieri, considerazioni, ricordi, apparentemente caotici poiché presentati senza ordine cronologico, ma il cui filo conduttore è una sorta di libera associazione di tanti temi che vengono affrontati ripetutamente dallo scrittore. Si tratta più di una raccolta di racconti che non di un romanzo vero e proprio, sebbene l’opera si concluda con un epilogo nel genere della confessione. La fabula della Conquista di Izmail (se mai è possibile attribuire tale definizione a questo nodo intricato di storie diverse e incomplete) consiste in un esercizio di prestidigitazione con particolari minuscoli. Il filo narrativo sviluppato più in profondità è quello delle vicende di un giovane avvocato, Aleksandr Vasil´evič, molto attento ai pensieri e ai sentimenti altrui, ma al tempo stesso incapace di capire che il suo destino personale si è impigliato tra le righe di una quotidianità soffocante, fatta di innumerevoli ricordi e insignificanti sciocchezze. Nel libro il ruolo centrale è assegnato proprio al dettaglio che, sia per i personaggi, sia per l’autore, diviene indispensabile, imprescindibile, quasi vitale. Sembra addirittura che Šiškin abbia deciso di creare le sue trame attorno a una serie di inezie, infilandole una dietro l’altra come perle per poi spargerle tutt’intorno e ricominciare da capo. Il vero protagonista della Conquista di Izmail è comunque “Sua Maestà la Lingua Russa”. Il linguaggio di Šiškin risulta libero dall’osservanza di un qualsiasi modello rigido: il ricorso al gergo e al turpiloquio rispetta con precisione l’uso contemporaneo e si combina con sorprendente naturalezza ai brani che sembrano citazioni da cronache antiche. In sostanza, in questo testo estremamente polifonico e linguisticamente organico viene riproposta la questione della lingua che proviene dall’esigenza di conferire al russo contemporaneo una nuova e meritata dignità in un periodo storico segnato da radicali mutamenti all’interno della società russa.
Il terzo romanzo di Michail Šiškin, Capelvenere, è un’opera metaforica e al tempo stesso realistica, basata su terribili storie di profughi e dunque su descrizioni fortemente naturalistiche delle sofferenze umane. Fin dalle prime pagine del romanzo, ci si trova immersi in un pittoresco e surreale quadro, nel quale tutto succede qui, ora e sempre. L’idea principale del libro è espressa già nel suo titolo, costituito dal nome di una pianta, il capelvenere (in latino “adiantum capillus veneris”), il simbolo dell’amore che rivendica una funzione vitale, superando i destini personali, le epoche grandiose e misere, i tempi felici e torbidi. È, inoltre, l’unica cosa che rimane, insieme al verbum, dopo la morte. Come nel precedente La conquista di Izmail, gli eventi e i personaggi navigano qui in strati temporali diversi – nell’epoca antica, agli inizi del XX secolo e nei nostri giorni, e grazie a questo procedimento viene creato l’effetto di una intertemporalità totale, in cui l’istante è eterno, mentre l’eternità è istantanea. La guerra in Cecenia, gli orrori del quotidiano nel carcere, i ricordi autobiografici d’infanzia e dei soggiorni a Roma e a Parigi, la storia dei Dafne e Cloe tungusi, il diario della cantante Izabella Jur´eva (ispirato dalle memorie – Moe i tol´ko moe. O moej žizni, knigach i čitateljach [Mio, solo mio. Sulla mia vita, su libri e lettori, 1975] – di una scrittrice famosa, Vera Panova, e basato su cinque volumi dell’Enciclopedia della vecchia Rostov di Vladimir Sidorov, 1994) fanno parte dello stesso mosaico e si succedono senza alcun ordine cronologico. Davanti agli occhi del lettore scorrono tanti episodi della vita di gente comune, la cui esistenza normalmente passa inosservata, e se non si scrive quello che è successo, afferma l’autore, tutto sparirà e non rimarrà nulla, come se non fosse mai accaduto.
L’io narrante del romanzo è un interprete/traduttore dal tedesco al russo che lavora nell’ufficio immigrazione (alter ego dell’autore che vive all’estero) e la sera scrive in un diario ciò che ha visto e/o sentito durante il giorno, evocando un romanzo recente di Michail Gigolašvili Tolmač [Interprete, 2003]: ma a differenza di quest’ultimo il dramma individuale, secondo Šiškin, è sempre universale, mentre l’armonia nel mondo può essere raggiunta solo dall’equilibrio tra dolore e gioia. È interessante notare in proposito che il collega del traduttore si chiama Peter Fischer. Questo tipico nome tedesco allude alla figura del “pescatore di anime” nonché a colui che possiede la “chiave del paradiso” (nel microcotesto del romanzo rappresentato dalla vita tranquilla in Svizzera).
In Capelvenere Šiškin continua la sua ricerca nel campo linguistico segnata da una propensione a considerare il russo come un retaggio culturale, discendente dalla creazione della scrittura e arricchito nel corso dei secoli da numerosi influssi provenienti dalla tradizione europea. Ecco perché anche questo libro ricorda le rovine di una fortezza dove al posto di abitazioni crollate troviamo i ruderi di numerosi testi che formano una sorta di insuperabile e invincibile muro in cirillico. In questo senso Šiškin non solo scrive in russo, ma scrive innanzitutto “per i russi”, dando per scontato nel lettore la conoscenza di quel contesto culturale in cui si sviluppano visioni, sogni e intrecci narrativi.
Le opere di Michail Šiškin rappresentano una realizzazione estrema della premessa postmoderna sulla “morte dell’autore” che di fatto suggerisce la scomparsa della distinzione tra i diversi autori. Questa propensione che, da un lato, trasforma qualsiasi citazione in una rivelazione sincera, mentre dall’altro, conferisce alle dichiarazioni “autentiche” dell’autore della Conquista di Izmail e di Capelvenere un sapore intertestuale, suscita, comunque, il senso di una leggera perplessità in quanto priva i sentimenti espressi (compreso l’amore) e tutti i ricordi del tempo, certo, ma anche di un destino individuale, vale a dire della personalità. È comunque troppo presto per tentare di stabilire il ruolo di questo scrittore sulla scena letteraria: a rivelarlo saranno le sue prossime opere.
Scarica il Pdf completo di tutte le recensioni di eSamizdat 2007 (V) 1-2

 
© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli