“La collana OltrE: i primi tre anni”
(Recensione di Alena Wildová Tosi)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 37-42
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La collana OltrE dell’editrice Forum nasce a seguito dell’istituzione, presso l’Università degli studi di Udine, di un corso di laurea triennale in Mediazione culturale – Lingue dell’Europa centrale e orientale – e di un analogo corso di laurea specialistica in Traduzione e mediazione culturale – Lingue dell’Europa centrale e orientale. I corsi di traduzione di base inseriti nei programmi di studio, o anche i corsi specialistici post laurea a pagamento, esistono certo anche in molte altre università italiane, sebbene solo Udine possa annoverare nei suoi ordinamenti una laurea specialistica in traduzione letteraria dedicata esclusivamente alle lingue dell’Europa centrale e orientale. Una delle principali innovazioni qualitative dell’Università di Udine consiste nell’offrire la possibilità ai migliori laureati di mettersi subito alla prova, rapidamente e senza le umilianti gavette inflitte agli esordienti. Una prima occasione in questo senso venne offerta già nel 2003 con l’istituzione della collana intitolata Lezioni e letture, diretta da Annalisa Cosentino, che offre, in originale e in traduzione, testi di lezioni e conferenze tenute da ospiti stranieri o di altre sedi per gli studenti del citato corso di laurea in Mediazione culturale. Gli agili volumetti permettono anzitutto di diffondere i testi di lezioni spesso di notevole livello e comunque di contenuto utile per il percorso didattico (non vi manca una bibliografia di base), in secondo luogo informano gli studenti su come va strutturata una conferenza dal vivo (diversa quindi formalmente da un saggio destinato in partenza alla stampa, corredato di note) e, soprattutto, offrono loro la possibilità di misurarsi con l’acquisizione di un lessico critico specialistico.
La collana OltrE, nata presso la Forum editrice universitaria udinese alla fine del 2004, su iniziativa di Annalisa Cosentino e con un finanziamento speciale del Rettore dell’Università degli studi di Udine, ha aperto nuove possibilità a chi nell’ateneo udinese lavora, studia o vi ha appena completato gli studi, quindi ai docenti e ricercatori, ai giovani laureati o dottorandi. La matrice universitaria si propone come una garanzia delle traduzioni e delle cure, in quanto gli ex studenti vengono seguiti passo passo nel loro lavoro. Grazie al fatto che tale Università ha partecipato con successo ad alcuni programmi sostenuti dalla Commissione europea, tra i quali Cultura 2000, è stato possibile fin da subito sovvenzionare le traduzioni dei volumi pubblicati nella nuova collana, e quindi assicurarle una certa stabilità e vitalità.
La stessa Forum caratterizza la collana OltrE (denominazione in cui la O iniziale potrebbe essere riferita a Ovest, mentre la E maiuscola finale a Est) come una collana che intende andare “oltre i confini, al centro dell’Europa” proponendosi di pubblicare “libri preziosi: narrativa, poesia, saggi e oltre”. Appare inoltre chiara la ricerca di una veste grafica che la distingua non solo esteriormente, dotandola anche di un assetto interno unitario e ben riconoscibile. A questo contribuisce, nella maggioranza dei volumi finora pubblicati, l’inserimento di fotografie in bianco e nero che rappresentano un valore aggiunto autonomo e allo stesso tempo si direbbero legate inscindibilmente al testo: basti pensare alle fotografie dei cechi Josef Sudek, Josef Koudelka e Jan Šplíchal per il Taccuino d’appunti di Ryszard Kapuściński, a quelle realizzate da Jan Reich appositamente per Visioni di Praga di Daniela Hodrová, e ancora, a Sotto le due specie della stessa autrice, dove Milan Jankovič ha oltrepassato i confini del proprio mestiere di critico letterario, presentandosi come un fotografo di valore (questa, del resto, è stata l’occupazione che gli ha permesso di tirare avanti durante i duri anni della “normalizzazione” successiva alla Primavera di Praga).
I direttori della collana sono la boemista Annalisa Cosentino e il germanista Luigi Reitani, entrambi docenti dell’ateneo udinese. La loro selezione, senz’altro apprezzabile, interessante e a volte coraggiosa, è stata finora orientata su testi prevalentemente contemporanei, come prevede la regola stabilita dal programma europeo Cultura 2000; solo in qualche caso sono ricorsi alla riserva importante degli anni Sessanta, senza però scavalcare all’indietro la soglia di quel decennio. Ma come è ben noto, le date di pubblicazione originale, per paesi come ad esempio la Cecoslovacchia, possono essere ingannevoli: i due testi di Daniela Hodrová risalgono a uno e forse anche due decenni prima della loro uscita negli anni Novanta, mentre il più recente titolo della collana, Nel mezzo del cammin di nostra vita di Josef Jedlička, scritto negli anni Cinquanta, poté uscire nella prima versione nel 1966 e in edizione completa solo nel 1994. Va detto che per il momento solo alcuni paesi tra quelli che rientrano nell’area indicata come Europa centrale sono finora rappresentati. Vari titoli già pubblicati sono di letteratura ceca, due traduzioni sono dal polacco (un terzo volume polacco, Che Guevara e altri racconti di Olga Tokarczuk, è appena uscito), un romanzo appartiene all’area austriaca, ed è in preparazione la traduzione di Una donna dell’ungherese Peter Esterhazy.
La letteratura ceca è rappresentata fin dagli inizi della collana da Sotto le due specie di Daniela Hodrová, completato da Visioni di Praga, originale post-scriptum alla trilogia La città dolente, di cui fa parte anche il primo romanzo. Insigne studiosa della teoria letteraria, la Hodrová imprime alla sua prosa modi ed elementi che costituiscono l’oggetto delle sue ricerche sulle strutture del romanzo e soprattutto sulla relazione tra l’opera letteraria e lo spazio, collegato al problema dell’iniziazione e della ricerca dell’identità. Lo spazio è quello esiguo di una casa affacciata sul cimitero praghese di Olšany, mentre quello allargato coincide con i luoghi dell’infanzia dell’autrice, il quartiere di Vinohrady, il vicino Žižkov, il luogo del raduno degli ebrei Hagibor, ma anche la via Bartolomějská con la sede della polizia e la vicina taverna U Medvídků, e fuori Praga la regione del Paradiso boemo e la mitica collina di Blaník. Il tempo è quello dell’occupazione nazista, seguita trent’anni dopo da quella sovietica, e un posto particolare occupa il capitolo dedicato alla parabola biblica dei giovani nella fornace ardente, allo studente Jan Palach e ai giovani che ne seguirono l’esempio, bruciandosi per protesta. Lo spazio è fondamentale, è da esso che scaturiscono le figure agenti e anche quelle del passato che riappaiono nella narrazione a distanza di vari capitoli (un posto a parte occupa la figura del “traditore della nazione” Karel Sabina, a contrasto con l’eroe nazionale Karel Havlíček). Il testo si propone in una serie di combinazioni che danno l’impressione di circolarità e quindi della possibilità di proseguire all’infinito.
Le reminiscenze storiche e letterarie caratterizzano anche Visioni di Praga, un testo più stringato che dà spazio agli echi dei grandi miti boemi nonché alle leggende di quartiere e di vicolo: non a caso il titolo ceco originale Město vidím… si riallaccia alla leggendaria profezia della mitica principessa Libuše (che secondo Alois Jirásek recita “Vedo una città grande, la cui gloria toccherá le stelle…”). Personaggi viventi, figure leggendarie, protagonisti di opere letterarie, più che fare da guide in questo pellegrinaggio di riconoscimento, appaiono e scompaiono per riapparire inopinatamente, sono inafferrabili come la sostanza stessa della città: il Rabbi Löw e il Golem, la Contessa pazza con la carrozzina, lo Švejk di Hašek, Gustav Meyrink e Albert Einstein, i santi diventati statue e sacre immagini.
È un pellegrinaggio senza fine, ma pur sempre un pellegrinaggio rivolto a una meta da raggiungere: pur avendo i due testi dei punti in comune è proprio in questo che si differenzia da Il passante di Praga di Vítězslav Nezval (scritto tra il 1937 e il 1938). In primo luogo il richiamo a Zone e a Le passant de Prague di Apollinaire, in Nezval esplicito fin dal titolo. Nezval intraprende una camminata per Praga, il suo testo è concepito come un flusso continuo con luoghi e personaggi che emergono casualmente in un rapido alternarsi (“camminiamo senza meta”, “camminavo per le strade solo per il piacere di camminare”…). Sia Visioni di Praga che Pražský chodec sono sorretti da ricordi, in entrambi i casi spezzati dall’impatto della realtà attuale. La Hodrová va con la mente all’esecuzione dei ventuno signori boemi sulla piazza della Città vecchia nel 1621, per passare alla manifestazione con Gottwald nel febbraio del 1948 e all’attentato perpetrato con una bomba al monumento di Hus nel 1990, e infine alle manifestazioni del novembre 1989. In Nezval invece la realtà vissuta irrompe nel momento della mobilitazione militare nel maggio del 1938, quando il poeta percepisce acutamente il dolore per ogni ferita che, nel corso della guerra che sta per scoppiare, potrebbe essere inferta alla città e ne nomina angosciato i luoghi emblematici e tanto amati. Il futuro è foriero di minacce e distorsioni anche per la scrittrice: la Viuzza d’oro un giorno diventerà la viuzza degli automi, così come l’automa Franz Kafka continuerà a scrivere meccanicamente sempre la stessa scena del romanzo, e sul ponte Carlo si avvererà, anzi si è già avverata la profezia del giovane non vedente (verrà il giorno in cui sul ponte di pietra non si sentirà più una parola in ceco...). È come se la visione del giovane profeta arrivasse all’oggi e captasse il passaggio e il cicaleccio delle frotte di turisti arrivati da ogni parte del mondo. I testi di Daniela Hodrová presentano notevoli difficoltà di carattere linguistico, topografico, culturale: i due traduttori, Anna Maria Perissutti per Sotto le due specie (la quale accompagna il volume con una buona “Nota chiarificatrice”), e Livio Fiorica per Visioni di Praga, se la sono cavata bene, anche per le note finali discrete ed essenziali.
Il volume di Ivan Wernisch Corre voce ovvero La morte ci attendeva altrove, curato da Annalisa Cosentino e tradotto con evidente impegno e divertimento da Ivana Oviszach e Anna Maria Perissutti, riunisce due parti di una trilogia, pubblicata tra il 1996 e il 2000 e concepita dall’autore come un alternarsi di diversi generi letterari: brevi prose, poesie, microdrammi, traduzioni. Come sottolinea la curatrice nella sua ben documentata prefazione, il modello letterario inclina verso l’antologia, configurazione alla quale Wernisch – uno dei più interessanti scrittori cechi contemporanei – indulge volentieri, in quanto questa forma gli offre le possibilità di sfruttare la tecnica del collage, con improvvisi accostamenti a contrasto, raffinate similitudini e cambi di intonazione. Quiete scene, con protagonista un maestro orientale che impartisce gemme di saggezza ai propri discepoli, si alternano a scene di guerra, canti di popoli indigeni – o loro imitazioni – sono seguiti da poesiole beffarde, mentre scenette divertenti o surreali sono intercalate all’improvviso da momenti lirici. Tanto più emergono poi le poesie a intreccio epico che costituiscono una specie di Antologia di Spoon River europea: a parlare sono i fanti delle trincee della prima guerra mondiale, i soldati tedeschi e russi sperduti nelle marce infinite sulle pianure dell’Europa orientale, i legionari cecoslovacchi che seguendo la ferrovia transiberiana cercano di attraversare tra agguati e combattimenti la Siberia per tornare a casa. Arrivare a una meta, a ogni costo: a casa o a un luogo che offra una speranza, come l’irraggiungibile Ašchabad.
La prosa di Josef Jedlička Nel mezzo del cammin di nostra vita (ben tradotta da Livio Fiorica) attinge ai primi anni Cinquanta, anni vissuti dall’autore nel bacino minerario di Most. Sarebbe però riduttivo classificare questo testo semplicemente come una prosa autobiografica. Sprazzi di ricordi dell’immediato dopoguerra, segnato dall’entusiasmo della liberazione (basti pensare al motivo dei “gloriosi lillà” del maggio 1945 e alle discussioni tra studenti ingenuamente comunisti), vengono messi a confronto con la cruda realtà degli anni successivi, quando la regione di Most è sconvolta fin nelle viscere dall’estrazione forzata del carbone e della lignite e l’aria è ammorbata dalle esalazioni dell’industria chimica. Dal disastro ecologico spuntano le prime propaggini del consumismo, un consumismo tanto più feroce in quanto vi era ben poco da comprare; la conquista di una lavatrice o di una irraggiungibile (e da tutti agognata) automobile era oggetto di una distruttiva invidia anche tra compagni di lavoro. Lo studio serale imposto agli operai, bravi nel loro mestiere ma spaesati di fronte a categorie di pensiero estranee alla loro formazione, appare in questo contesto non come un possibile modo di avanzamento personale e sociale, ma appunto come un’imposizione priva di gioia, anzi, foriera di drammi in famiglia, visti dall’autore con una punta di umorismo nero. Le visioni del paesaggio reale, con le fermate dell’autobus dall’attesa infinita, battute dalla pioggia e immerse nella fanghiglia, si mutano d’improvviso in immagini di una realtà ormai scomparsa, con i boschi e i pantani naturali pullulanti di vita, le radure e le foreste abitate dalla selvaggina. Al grigiore delle fabbriche e delle casette standard tutte uguali si sovrappone d’un tratto una contrada lirica appartenente a un passato irrecuperabile, o ancora una regione di sogno, popolata dai fauni e dalle loro compagne. Dopo l’invasione sovietica del 1968, Jedlička emigrò in Germania, dove lavorò a lungo nella redazione di Radio Free Europe. Le sue fini analisi delle figure letterarie della tradizione ceca, destinate alla rubrica culturale di questa emittente, sono state poi raccolte nel volume České typy aneb poptávka po hrdinovi [Tipologie ceche ovvero voglia di eroi, 1992]. Jedlička è anche autore di una bellissima cronaca familiare uscita postuma nel 1991 con il titolo di Krev není voda [Il sangue non è acqua], scritta vari anni prima e destinata in origine alla propria famiglia.
Il romanzo L’anno delle perle di Zuzana Brabcová affronta invece il tema di una passione totalizzante che rischia di distruggere la persona coinvolta, che perde ogni remora imposta dall’educazione o dalla società e ogni inibizione psicologica pur di essere vicina all’oggetto amato: un’altra donna. Lucie ha quarant’anni, ha un lavoro gratificante di redattrice, è sposata e ha una figlia già grande, e se indirizza tutta la propria attenzione verso una ragazza incontrata casualmente, non meravigliosa né particolarmente intelligente (e forse anche un po’approfittatrice), lo fa in una specie di accecamento subitaneo. Che dura proprio un anno: un anno di passione e di tentativi di guarire dall’alcolismo e poi dal doloroso stato di prostrazione che l’ha portata a un tentativo di suicidio. Il romanzo ha avuto in patria già due edizioni e certamente non solo perché nella società ceca il tema del lesbismo è considerato scabroso e quindi attraente: è scritto infatti molto bene, si distingue per una particolare densità di espressione e una notevole capacità di analisi psicologica. Deluso resterà però chi si aspetta scene lubriche, perché in questo caso il linguaggio è invece piuttosto misurato. Con mano ferma la scrittrice governa la complessa struttura narrativa che alterna piani temporali e figure parlanti nel reale e nel ricordo, e quando serve riporta l’azione a una confessione in prima persona, nell’ospedale psichiatrico. Da notare che le figure maschili sono per così dire campioni del nulla, come l’amante per una notte Jakub, o anche quel marito mentalmente assente, tutto preso dal buddismo (così come avrebbe potuto essere preso anche dalla carriera o dalla febbre delle scommesse). Le figure femminili sono trattate e tratteggiate decisamente meglio: come la prudente terapeuta, non a caso chiamata dottoressa Pilátová, come la madre di Lucie, disinteressata e amorevole, capace di cancellare totalmente i propri problemi al punto di ridere ad alta voce leggendo una raccolta di barzellette ebraiche nella sala d’aspetto del reparto oncologico dove l’aspetta un controllo. E alla fine è la giovane figlia Tereza che tira fuori Lucie dal bar ritrovo delle lesbiche e se la porta, con compassionevole pietà, a casa propria, in un edificio occupato dagli squatter alla periferia praghese. Ivana Oviszach ha dato una buova prova con la sua traduzione, mentre la nota di Annalisa Cosentino, pur nella sua inevitabile stringatezza, permette al lettore un orientamento più agevole nel testo.
La collana OltrE è stata felicemente inaugurata con Taccuino d’appunti di Ryszard Kapuściński, un volume (già ristampato) che raccoglie per la prima volta tutta la produzione poetica dell’autore polacco, che ha suscitato l’interesse anche della stampa quotidiana e ha vinto nel 2005 il prestigioso premio Napoli nella sezione di poesia. Silvano De Fanti, docente di Letteratura e civiltà polacca all’ateneo udinese e autore della ricca e ben informata prefazione dall’emblematico titolo “Professione: reporter. Vocazione: poeta”, ricorda che le raccolte di Kapuściński non sono note nella loro interezza neppure ai lettori polacchi. Tanto più importante è quindi l’inserimento degli originali in calce a ogni poesia tradotta. Confesso di essermi avvicinata ai testi del noto reporter con un briciolo di prevenzione, leggendo quindi prima i testi e solo dopo la prefazione, per paura di esserne influenzata nell’accostarmi a una regione poetica da esplorare per la prima volta, ma il risultato è stato piacevolmente sorprendente. I versi di Kapuściński, nella bella traduzione di De Fanti, si impongono subito, si potrebbe anzi dire che chiedono di essere riletti altre volte per essere custoditi nella memoria: e non perché siano piacevolmente consolatori, ma perché costituiscono un supporto per mitigare quelle esperienze in qualche modo condivise o condivisibili nell’area dell’Europa centrale, depositate nei recessi della memoria o viceversa in agguato per travolgere l’individuo in qualsiasi momento. Perché il sottofondo di pessimismo non cancella la pietà e la speranza. Da leggere poi la prefazione che guida il lettore verso una comprensione più profonda dell’autore, della sua poesia, del suo linguaggio e del suo mondo creativo. Taccuino d’appunti è una scoperta nel vero senso della parola.
Il secondo titolo polacco è Tè per un cammello ovvero I casi e i casini dell’investigatore McCoy di Jarosław Mikołajewski, anch’esso nella traduzione di Silvano De Fanti. Se Kapuściński ha oltrepassato i limiti della sua professione di reporter, lo stesso si potrebbe dire anche per Mikołajewski, noto poeta e grande traduttore di letteratura italiana: ha tradotto Dante e Petrarca, Leopardi e Montale, Sandro Penna, Pasolini e altri. Fra gli “altri” va annoverato Andrea Camilleri, il quale a sua volta presenta nelle pagine divertite della prefazione questo romanzo dal titolo intrigante concludendo: “un giallo anomalo estremamente colto e nello stesso tempo estremamente attraente per la sua divertente, felice fluidità narrativa”. Forse non solo di un giallo di tratta, ma piuttosto di un divertissement d’autore che crea un giallo e assieme la sua parodia, inserendovi inoltre un consistente blocco centrale di mystery con ascendenze del romanzo gotico, anch’esso parodiato; e ancora reminiscenze e indovinelli letterari possibili da decifrare per un conoscitore ma non del tutto preclusi a chi ne sa poco, in quanto l’autore offre con generosità le chiavi.
Come in ogni giallo che si rispetti, il protagonista è un detective, McCoy, un alcolista che viene estromesso dalla polizia perché ormai inaffidabile; come in ogni poliziesco vi è un aiutante che serve da alter ego e da mentore del protagonista, indirizza la narrazione e informa a lato il lettore ignaro: la novità è che si tratta della sveglia figlia quindicenne di McCoy. I primi casi che McCoy, diventato investigatore privato, deve risolvere rientrano perfettamente nei canoni del genere poliziesco, quando il protagonista decide di disintossicarsi con l’aiuto degli Alcolisti anonimi e ne fonda una sezione dedicata agli investigatori, il genere vira però verso il mystery. Si riuniscono in una casa costruita a mo’ di eremo in un vasto parco isolato, spunta uno strano affittuario, una società segreta, cani feroci che sbranano un malcapitato investigatore. Le morti si moltiplicano, tra l’altro quasi tutti confessano un omicidio, uno più atroce dell’altro, e stranamente sempre rimasti impuniti. Tutti vengono poi minacciati di morte dagli appartenenti alla setta segreta che possiede i luoghi. Riescono però a farla franca e così, al ritorno nello studio-biblioteca di McCoy, il lettore viene messo a confronto con una scala segreta nonché con agnizioni finali: l’apparente benefattore ed ex collega Follett diventa il malvagio, la donna di cui McCoy si è innamorato e di cui si fida cerca di iniziare all’alcol la figlia quindicenne. In questo caso non vi è soluzione né redenzione...
Il verbale dell’austriaco Albert Drach nasce dallo stesso sostrato austriaco/asburgico o se vogliamo mitteleuropeo del Buon soldato Švejk di Jaroslav Hašek, anche se lo stesso Drach ha decisamente rifiutato l’esistenza di un’affinità tra le due opere. Il protagonista del romanzo, un povero ebreo chassid di nome Zwetschkenbaum, viene trovato da una guardia sotto un albero di susine, ossia sotto uno Zwetschkenbaum (anche se le Zwetschken sono in realtà le prugne) ed è accusato di aver rubato e mangiato dei frutti. Da qui il passo è breve per cadere negli ingranaggi del sistema ed essere sballottato tra il carcere giudiziario, il manicomio e ancora il carcere o l’ospedale dei detenuti, con sempre nuove accuse e interrogatori. Questi ultimi riproducono perfettamente il gergo dei rapporti polizieschi del periodo ancora imperiale e di poco successivo alla Grande guerra, delle cartelle cliniche degli psichiatri e soprattutto la prosa involuta dei protocolli giudiziari fatta apposta per appigliarsi a una parola e isolare un’espressione innocente incastrando un poveraccio. Sono proprio questi verbali che costituiscono la cifra stilistica e l’ossatura del romanzo. Non a caso Albert Drach, come fa notare Luigi Reitani nel suo illuminante saggio conclusivo, faceva di professione l’avvocato. Tanto in prigione che al manicomio o in libertà – una libertà però sempre labile, soggetta al caso e all’arbitrio – Zwetschkenbaum incontra numerose figure di varia e spesso sospetta estrazione, borseggiatori e prostitute, rivenditori, poveracci e truffatori. Le loro vicende costituiscono sostanziali digressioni rispetto al filone principale della narrazione, e anche qui viene da pensare al personaggio di Švejk, capace di partire da una parola per snocciolare un’esilarante storia autonoma dalla quale ne nasce poco dopo un’altra. Švejk e Zwetschkenbaum hanno di sicuro anche altro in comune, il primo è stato “ufficialmente riconosciuto dai signori medici militari come idiota notorio”, dell’altro viene annotato in una cartella clinica: “idiota punto esclamativo”. Nonostante le angherie di cui sono oggetto, entrambi sono costantemente sereni e di buon’umore, dimostrando addirittura comprensione nei confronti dei loro tormentatori. Ma, rispetto al romanzo di Hašek, Il verbale fa sicuramente meno ridere, vi è sempre presente un sottotesto conturbante e anche ammonitore. Švejk la sfanga sempre, Schmul Leib è una vittima designata. Schmul Leib Zwetchkenbaum del resto è ebreo, come anche Albert Drach, e sebbene sia difficile immaginare che egli, di famiglia ricca e ben integrata, si sia scontrato spesso con l’antisemitismo viscerale diffuso nelle classi povere, riesce a rendere benissimo la condizione di un ebreo squattrinato e affamato, arrivato dalla Galizia, spaesato e inerme di fronte al potere. L’atteggiamento verso gli ebrei emerge chiaramente dalle righe del verbale che però in genere cerca di smussarne le asperità (“i compagni di cella… lo apostrofarono con ‘giudeo puzzolentÈ in tono faceto e diretto, sebbene assolutamente innocente”), altre volte il giudizio appare subdolo e apparentemente innocuo (“Chotek pose accanto ai ghirigori ebraici dell’indiziato i nitidi caratteri gotici”). Nel finale Zwetschkenbaum si ritrova un’altra volta sotto il susino, lo Zwetschkenbaum dal quale la storia è partita: “pensava che a loro (gli ebrei appunto) avevano dato nomi con cui li si poteva mostrare a dito, e li si era cacciati fuori nel mondo a pedate e il nome dovevano portarlo in viso, nel corpo, nell’andamento ricurvo, nella lingua, in tutto ciò che un tanghero d’impiegato ubriaco aveva appeso loro al collo, come la medaglietta di riconoscimento di un cane, e dovevano portarlo bollato a fuoco sulla pelle, nelle membra rotte dal pogrom, sulle spalle curvate dal ghetto e nel cuore che trasale come quello di un animale catturato e stretto nella mano”. Perché, soprattutto, “il più insignificante uomo del popolo ama calpestare qualcosa di ancor più piccolo”. Il verbale viene presentato nella traduzione di Luigi Forte del 1972, riproposta in una accurata revisione, ed è accompagnato dalla prefazione di Claudio Magris dello stesso anno.
Per concludere va sottolineato che il numero e la qualità dei titoli finora pubblicati nella collana OltrE è di tutto rispetto per una casa editrice finora orientata prevalentemente verso saggi, opere e pubblicazioni periodiche a carattere scientifico nate nell’ambito universitario, e che quindi “oltrepassa” felicemente i propri limiti originari.

 
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