D. Hodrová, Sotto le due specie, traduzione e nota di A.M. Perissutti, Forum, Udine 2005
(Recensione di Massimo Tria)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 35-37
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È la seconda volta che il panorama editoriale italiano apre i suoi a tratti angusti orizzonti all’autrice in questione, la dotta e fantasmagorica Daniela Hodrová, che l’anno scorso era stata presentata per la prima volta sempre dai tipi della Forum, con il suo Visioni di Praga (si veda la recensione del sottoscritto, eSamizdat, 2005, 2-3, pp. 501-503).
Prima di abbozzare alcune ipotesi interpretative sul testo in questione, non posso esimermi dal lodare la linea generale del progetto editoriale cui dobbiamo questa ed altre oculate pubblicazioni della casa editrice udinese: in pochi anni la Forum ha calato alcuni assi, proponendo autori che attendevano il giusto spazio sul nostro mercato con una veste editoriale coerente, riconoscibile e curata, senza per questo farsi pedissequa, elitaria o tradizionalista. Le foto presenti sono più di un semplice accompagnamento grafico di supporto (nei due libri della Hodrová sono complemento quasi inscindibile al testo), l’apparato paratestuale svolge una funzione didattica di intelligente accompagnamento alla lettura (funzione trascurata in altre prestigiose collane) non appesantendo le pagine di note, ma indirizzando in modo sobrio il lettore digiuno di storia e letteratura ceca all’interno di un mondo artistico (quello dell’autrice) che è straordinariamente ricco di rimandi, citazioni e fughe prospettiche storico-letterarie. Last, but not least, rammentiamo la sicurezza delle traduzioni, che sembrerebbero restituire con notevole efficacia degli originali tutt’altro che facili, nella loro multidimensionalità e plurireferenzialità (ma non c’è stato tempo e modo per confronti puntuali, né se n’è avvertito il bisogno).
Nonostante la cura editoriale sopraffina e la partita sostanzialmente vinta riguardo alla complessità traduttoria del testo, non nascondo che trovo questa seconda uscita hodroviana meno essenziale di quella precedente, nel senso che il libro è meno magico e più farraginoso, meno evocativo e più ripetitivo. Certo, lo stile c’è tutto, le ossessioni della scrittrice-filologa sono una cifra imprescindibile del suo mondo fantastico e pensoso, ma quello che in Visioni di Praga era un occasionale incantarsi in manie topografiche, un perdonabile sfoggio inessenziale di concetti, qui, in Sotto le due specie (ricordiamolo: per quanto tradotto dopo è un romanzo scritto già alla fine degli anni Settanta) diventa a tratti una cantilena di luoghi, azioni e personaggi che suggerirebbe purtroppo il fatidico “salto di pagina”. Un peccato che a righe di abbagliante bellezza lirica, a toccanti confessioni di personaggi e idee antropomorfizzate (i monologhi della Pelle, della Rivoluzione, delle Anime dei Morti...) si alternino fredde snocciolature di frasi stilizzate da romanzo decostruzionista e provocatoriamente antipsicologico. La Hodrová dà flebile vita a un nucleo-base di figure mentali, di creature larvali che sono meri accenni di personaggi: dai membri della famiglia ebrea perseguitata a ipostasi aggiornate di personaggi storici (Giovanni Paskal/Blaise Pascal) a spettri indecisi fra l’allegoria medievale e il fiabesco (il dottor Pelliccia, Jura il Bell’Addormentato…), e fedele alla sua poetica sperimentale non li rende portatori di azioni o svolgimenti tradizionalmente intesi, bensì si limita volontariamente a farli danzare in un balletto di frasi dal corto respiro narrativo. A riprova citiamo uno dei molti brani rappresentativi di questo modo “elencativo” che alla lunga può stancare:
Jura tasta con la mano la terra intorno a sé, cerca l’agnellino persiano ma non lo trova. E in quella gli viene in mente Alice e chiama il suo nome. In quell’istante in alto si apre la finestrella e Jura vede Alice. Ma non è più la sua Alice, questa è vecchia e brutta. E l’Alice trasfigurata si porta l’indice sulla bocca per far segno al bell’addormentato Jura di tacere. E attorno alla testa Alice ha l’aureola del cavedio. E Jura si azzittisce, si accovaccia in un angolino, incrocia le gambe. E come si appoggiano su Jura i fiocchi della polvere del cavedio… (p. 111).
L’apprezzamento per il progetto editoriale e per la qualità delle scelte linguistiche non mi potevano esimere da queste inevitabili riserve sulla fruibilità di un libro-enciclopedia, un non-romanzo concentrico e a-lineare, un laboratorio di ricerca strutturale sui significati della storia ceca e sulle forme aperte di narrazione e caratterizzazione. Ma, come già detto, la coinvolgente profondità dei monologhi che la Hodrová mette in bocca alle sue idee personificate, la pura genialità con cui fa interagire piani temporali distantissimi e vari livelli di realtà, la finezza con la quale la dottissima autrice recupera le figure centrali della cultura ceca dal dimenticatoio dei musei (Havlíček, Palacký, Sabina...) e ridà loro vita in un balletto di morti e spiriti della nazione è purtroppo controbilanciata in negativo da questi vortici ossessivi in cui ella si diletta. A voi la scelta, l’una o l’altra: hanno la meglio le tante pagine che flirtano con il sublime e la monumentalità, o lo stanco ripetersi di uno stilema pseudonarrativo che qua e là sembra possedere demonicamente la scrittrice, senza darle scampo?
Certo, non un libro per il grande pubblico, ma credo che a ogni modo valga la pena provare sulla propria fantasia l’innegabile potenza evocatrice delle pagine migliori di questo Sotto le due specie, in quanto il presente è come un libro delle meraviglie, una Kunstkammer su carta, un panoptikum di quadri e quinte che si alternano, assumendo a tratti le sembianze di un’elencazione barocca e affastellata, a tratti poi quelle di un caleidoscopio storico condito dall’immaginazione potentemente trasfigurante dell’autrice. Conditio sine qua non (non possiamo nascondercelo) alla fruizione ideale del libro è una conoscenza minima della cultura boema, delle sue pietre miliari e delle svolte di fortuna e dei personaggi che hanno via via re-indirizzato il flusso della sua storia.
Ciò premesso, colui che non sia completamente digiuno di boemistica e pragensia varie potrà gustare intensamente alcuni passaggi geniali da “succhiare lentamente come caramelle”, alcuni capitoletti dove la Hodrová tocca il sacro equilibrio fra giocoso e maestoso, pagine in cui il postmoderno lascia spazio a quello che potremmo definire la chiarezza della “visione” neoclassica della prosa di un Mandel´štam o delle prefigurazioni di un Thomas Stearns Eliot (qui riemergono solo alcune mie reminiscenze, non pretendo di trovare parentele); si leggano i spesso fulminanti monologhi:
Io sono la pelle. Non sono però una pelle qualsiasi, ma la pelle umana. Sono la buccia protettiva, la corteccia che difende dalla luce il corpo, come un frutto prezioso. Se non ci fossi l’uomo nella sua follia sarebbe capace di lasciar disperdere il proprio corpo nel mondo. Sono il limite che tiene il corpo nella sua forma corporea. Finché ci sono, il corpo dura, quando mi disintegro, anche il corpo è destinato a disintegrarsi. Sono la pelle […] La frizione di pelle contro pelle che si chiama piacere non ha niente a che vedere con l’anima che proteggo e che è ovunque e in nessun luogo (p. 38).
Sono molteplici le linee guida di questo testo magmatico e pluricentrico (ma non vanamente eccentrico): l’ansia di rigenerazione, la continua metamorfosi e la plurivocità dei personaggi-ombra, la riflessione funerea o cimiteriale che scaturisce dai luoghi sospesi nell’eternità, o meglio fra la vita e la morte, in cui la scrittrice fa muovere, fremere o vagolare i suoi quasi personaggi in fieri: la stanza di un’omicida, il cortile di un palazzo “infestato” da anime inquiete, e soprattutto il cimitero praghese di Olšany, in cui gli eroi del risorgimento culturale boemo, la “rinascita nazionale”, si aggirano, si materializzano o meglio sono spinti dalle proprie storiche ossessioni. Non mancano i richiami apocalittici (pp. 36-38) e le incursioni in atmosfere ai limiti del terrore, con luoghi di transizione indefiniti e pericolosi (p. 49), o un capriccioso e funereo genius loci che getta un’ombra dark su molte pagine.
La Hodrová crea un mondo che sta sulla soglia, un universo parallelo liminare, si muove ossessivamente sulla frontiera confusa fra i mondi dei vivi e dei morti, di modo che il titolo si spieghi non solo col riferimento alla comunione col pane e col vino degli utraquisti boemi, ma anche con l’alternarsi indeciso, con l’altalenare inevitabile fra “due specie” di esistenza, la vita e la morte.

 
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