J. Hašek, Racconti, a cura di S. Corduas, Mondadori, Milano 2006
(Recensione di Massimo Tria)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 29-31
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È per me doveroso partire con una premessa: mi trovo a redigere questa nota di recensione ai racconti di Jaroslav Hašek appena ripubblicati da Mondadori dalla posizione di ammiratore incondizionato del genio letterario praghese in questione, cui devo gran parte della passione poi cresciuta nei confronti della letteratura di tutto un paese.
Espletata questa necessaria nota preventiva, non posso che sforzarmi di dimostrare con modi quanto più possibile convincenti e razionali ciò che il gusto personale e la passione letteraria suggeriscono.
Senza un autore per natura anti-istituzionale come Hašek il mondo letterario sarebbe orfano di una intera dimensione, una dimensione sanamente anarchica e paradossalmente umanistica. Sarebbe più povero di uno spirito libero ed inclassificabile che (lo voglia il dio delle librerie e delle biblioteche) vi è, cari lettori, per lo meno già noto per il suo maggiore capolavoro, Il buon soldato Sc’vèjk (come recita, invece del corretto “Švejk”, l’infelice grafia dell’edizione italiana del romanzo). Saremmo orfani e sentiremmo la mancanza di un finto pagliaccio che per sbeffeggiare i tronfi potenti che aveva intorno si ammantava di una cappa protettiva di mistificazione e stravaganza.
Non posso quindi che accogliere con trepidazione qualsiasi operazione editoriale o evento promozionale che contribuisca a diffondere l’evangelo scardinante del “dadaplebeo” praghese (rubiamo pure la felice definizione al curatore e appassionato haškiano d.o.c. Sergio Corduas). Che poi in fondo (e, ancora, il curatore non si nasconde certo dietro un dito) questo libro non porti nulla di nuovo sul mercato italiano è forse un male minore: gli stessi identici racconti, con la stessa distribuzione strutturale e una postfazione quasi identica, erano già usciti nel 1975 in un simpatico volume dalla copertina gialla, sulla quale svettava il pupazzetto di Švejk così come lo aveva interpretato l’artista del cinema d’animazione cecoslovacco Jiří Trnka (parliamo della raccolta cui Corduas al tempo diede l’azzeccato titolo di Švejk contro l’Italia, pubblicata da Garzanti). Anzi, a ben vedere, in questa riedizione sono stati espunti (suppongo per scelta dell’editore) due dei blocchi più eccentrici e sintomatici del falsificatore Jaroslav Hašek, le pagine tratte dalla Storia del partito del progresso moderato nei limiti della legge e gli articoli politici e di propaganda che lo scrittore redasse su suolo sovietico, dopo aver disertato dall’esercito austro-ungarico. La Storia del partito si ricollega alla irriverente parodia semiseria inscenata da Hašek per le elezioni del 1911, quando inventò su due piedi una formazione politica che sbeffeggiasse il linguaggio e la prassi compromissoria dei partiti dell’epoca (egli ne fu unico e delirante candidato). Gli articoli pubblicistici del nostro testimoniano, al contrario, di uno dei pochi periodi in cui il mago della mistificazione e della beffa istituzionalizzata si prese sul serio, passando nel 1918 dalla parte dei bolscevichi fino a ricoprire delle cariche negli uffici della propaganda rivoluzionaria. Si capisce: due nuclei testuali meno attraenti per il lettore medio, ma che darebbero un’idea degli estremi comportamentali dell’uomo Hašek (in definitiva, un motivo per recuperare nelle biblioteche anche la prima e più ricca edizione dei presenti racconti).
Detto questo, e pur in mancanza di racconti haškiani nuovi, il primo innegabile merito del libro va comunque individuato nella sua mera reperibilità: ripubblicare una pietra miliare della haškologia italiana a trent’anni di distanza vuol dire offrire a tutta una nuova schiera di studenti, curiosi e amanti delle letterature mitteleuropee una visione genialmente anarcoide, una testimonianza di umorismo disarmante e totale, uno sberleffo continuo contro la censura e la stupidità dei meccanismi che si muovono incessanti e impietosi, pronti a stritolare l’essere umano, e tutto ciò finalmente senza doversi affannare per mal accessibili biblioteche di slavistica.
Jaroslav Hašek è in sostanza indefinibile, nel senso che difficilmente si può “definire”, delimitare in modo razionale la sua personalità: sfuggente nel suo umorismo canzonatorio, gran falsificatore delle proprie vicende personali (si vedano i racconti in cui rielabora le proprie disavventure con la polizia, p. 44, o le false notizie sulla sua morte, p. 270); sollevatore di cortine di fumo circa la propria vera personalità (ora buffone inarrestabile, ora raccolto nella sua forse più vera dimensione di triste “incompreso”); o ancora inventore di un paradosso letterario e psicologico che si è inserito di diritto nel pantheon dei grandi personaggi popolari, il soldato semplice e finto sempliciotto Josef Švejk, che con la parola logorroica e le azioni da idiota patentato (con tanto di certificato medico militare) scardina i dispositivi distruttivi del potere e dei potenti.
Va comunque ricordato che, in questa sorta di elegante reprint, l’accompagnamento paratestuale si è arricchito di alcuni validi strumenti: abbiamo in mente un collage di testi in cui Bohumil Hrabal (che ha sempre riconosciuto Hašek come punta splendente della propria costellazione ispiratrice) ricorda ed elogia l’autore di Švejk, descrivendo il proprio atteggiamento verso lo scrittore di cui è per certi versi un continuatore, o ancora una utile cronologia che aiuta ad orientarsi nella vita di un autore che spesso avvolgeva le proprie vicende in fuorvianti stilizzazioni auto-parodistiche, nonché ancora una compatta nota bibliografica sulla haškologia italiana.
I racconti antologizzati sono giustamente spalmati lungo tutto l’arco della parabola creativa dell’autore, andando dalle stilizzazioni di genere (le “humoresky” americane o gli aneddoti sulle bettole di Praga) alle divertite prese in giro dei rappresentanti della legge e del sistema (Su un censore, Il piccolo bisogno e la giustizia...); o ancora le pseudo-ricostruzioni storiche sull’orlo del paradosso e del surreale (Le esperienze di Edison in Boemia, Dal diario di un borghese di Ufa), fino a sconcertanti riflessioni in odore di postmoderno (si legga Guida al nulla, caracollante istruzione turistica per un luogo dove non c’è, appunto, niente).
Se questi schizzi bonari, cronache di vita vissuta, attacchi umoristici a sorpresa fra il caustico e il tenero (ché l’ironia graffiante di Hašek è sempre sorretta da una sorta di sorriso onnisciente e scettico) restituiscono la giusta ampiezza della tavolozza comica dell’autore nel piccolo formato, si legga anche per bene quella sorta di antisaga bolscevica costituita dal ciclo Comandante della città di Bugul´ma (pp. 327-372): qui la vicenda autobiografica dello Jaroslav Hašek funzionario sovietico nelle province siberiane testimonia del suo periodo più controverso, quello in cui la sua vena antiufficiale e la sua umanità non cruenta dovettero venire a patti con l’ideologia onnicomprensiva comunista e il terrore giacobino. Ne esce un’immagine inaspettatamente profonda di un cittadino mitteleuropeo bohémien scaraventato in un mondo in vorticoso e cruento divenire dove vale solo la legge della violenza rivoluzionaria, alla quale egli si oppone sopraffacendo il massimalista e sbruffone comandante Jerochimov con i trucchi verbali di una disarmante scaltrezza.
Il ciclo di Bugul´ma testimonia fra l’altro anche la capacità del nostro amato mago della parola praghese di cimentarsi con una struttura più complessa del racconto (fra l’altro andrebbero scoperti anche i suoi testi teatrali e da cabaret), la quale si espleterà poi nel romanzo incompiuto sul buon soldato Švejk, che nonostante una tenuta strutturale piuttosto blanda da canovaccio picaresco è pur sempre un’opera che viaggia sulle 700 pagine. Se la traduzione del suddetto romanzo è datata (ma a Renato Poggioli e Bruno Meriggi sia resa imperitura lode per averla data alle stampe nei lontani anni Sessanta) a Corduas dobbiamo qui l’interessante proposta del primo capitolo delle tre versioni letterarie del personaggio Švejk, quelle del 1911, 1917 e quella definitiva: il curatore ci permette così di farci un’idea dell’evoluzione del mitico rubacani e combinaguai di Cacania poi spesso messo in scena (anche da Brecht) o portato sugli schermi filmici (il progetto frullò per la testa anche a Chaplin...).
In definitiva, se non si conosce l’ostico idioma del nostro vagabondo letterario, e in attesa dunque di poter apprendere il ceco per attingere ai formidabili originali, questa sapida e ben assemblata raccolta è di certo il modo migliore per aprire (direi: per spalancare gioiosamente) le porte della mente all’“humor a più strati” di Jaroslav Hašek: se ne potranno così apprezzare la mania parodistica, il costante gioco a rimpiattino con la storia europea, la beffa provocatoria ai danni del moralismo benpensante boemo, ma anche la capacità che il riso ha di disinnescare le cariche di violenza e la furia disumana del potere, della burocrazia e della stupidità umana.

 
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