J. Kratochvil, Nel cuore delle notti un canto, traduzione e cura di A. Mura, Edizioni Anfora, Milano 2005
(Recensione di Massimo Tria)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 27-29
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Recensendo questo romanzo festeggiamo al contempo un nuovo arrivo: lo scrittore moravo Jiří Kratochvil viene tradotto per la prima volta in italiano (si intenda: nell’interezza di una sua opera, ché un singolo racconto era stato presentato anni fa da Annalisa Cosentino nel numero 179 della rivista L’immaginazione). È un battesimo che celebriamo con piacere, tanto più che chi scrive si era innamorato dell’autore in questione leggendo la raccolta, postmoderna fin dal titolo, Má lasko, postmoderno [Postmoderno, amore mio, 1994] e non nasconde di aver invidiato (nel senso migliore del sentimento) l’opera traduttoria portata a termine da Alessandra Mura. Dopo aver contribuito alla conoscenza di due giganti della prosa boema, quali Kundera e Vladislav Vančura, con questo Nel cuore delle notti un canto la traduttrice arricchisce il mercato italiano di un altro ottimo prosatore di lingua ceca.
Kratochvil fra l’altro condivide col succitato Kundera l’appartenenza geografica: entrambi sono originari della seconda città della Repubblica ceca, quella Brno purtroppo poco nota agli italiani e che invece contende alla ben più famosa Praga il primato culturale e letterario dello stato che ha dato i natali a Hašek e Halas, tanto per citare altri due figli delle città “concorrenti”. Se dunque la letteratura sulla capitale boema è copiosa e diverse sono le relative traduzioni disponibili in Italia, Kratochvil, immaginifico e coinvolgente narratore di Brno, ci offre ora finalmente una sua indiretta e divertita mitologia del capoluogo moravo sede dello Spielberg di pellichiana memoria, nonché luogo di perdizione e ritrovamento dei suoi eccentrici personaggi.
Come ricordato sopra, è già il titolo di una delle sue opere più famose, la serie di racconti postmoderni del 1994, a suggerirci una sua prima collocazione stilistica: un postmoderno dichiarato che mette spesso in tavola senza remore i riferimenti culturali cui si ispira (si vedano i richiami a Borges, Swift o Čapek nei vari racconti di cui sopra) e sembra divertirsi molto nel prendere in giro i generi letterari e cinematografici, i cliché culturali e lo stesso lettore, spesso condotto gioiosamente per il naso nei labirinti fra fiction e realtà messi nero su bianco dall’ormai ultrasessantenne “erede di Kundera” (per peso specifico e provenienza, più che per stile, si intenda).
Come la stessa traduttrice ricorda nella concisa e lucida postfazione (“Tutte le strade portano a Brno”, pp. 182-190), questo originale vagabondaggio temporale e urbano per Brno si snoda lungo due linee narrative parallele, lungo le vicende biografiche di due ragazzi, figli “sfortunati” della città e della sua storia: il primo, anonimo, è il frutto di una violenza sessuale (sconvolgente l’incipit, nel quale si descrive con ironia macabra e humour nero lo stupro della sua giovane madre sul finire della guerra ad opera di un intero drappello di soldati), il secondo è Petr Simonides, la cui vita sarà segnata dalla fuga del padre oltre cortina. Si comprende così facilmente come la ricerca ideale del genitore e il vuoto di paternità in entrambi i casi costituiscano linea strutturale portante, e una simile quest mentale (la ricerca reale o immaginaria della figura paterna del tutto ignota o persa a metà strada) viene così a sottendere tutta l’opera nella sua dicotomia narrativa, concludendosi in modi sorprendenti in un doppio epilogo. O, se vogliamo, in un epilogo “sdoppiato” che si fa forte di alcuni malcelati intrecci fra le due storie tessuti lungo l’opera, che (come nota ancora la traduttrice-curatrice) è attraversata da un “velatissimo accenno a un possibile caso di schizofrenia”, p. 184).
Kratochvil serve un mix aggiornato di tutti gli ingredienti della letteratura postmoderna: il tema del doppio, l’autoreferenzialità biografica e letteraria (si veda il capitolo La tenia Margherita in cui si descrive la nascita di un libro dal titolo Nel cuore delle notti un canto, il cui autore sarebbe il nonno del narratore), l’esagerazione e il gioco sfrenato dell’immaginazione surreale (personaggi ambigui e grotteschi come gli onnipresenti funzionari di polizia, animali e persone dotati di poteri magici, macchinari e luoghi rubati alla letteratura fantastica), e soprattutto una divertita e spiazzante dichiarazione d’intenti nel capitolo Il marito. In questo, situato com’è alla metà del testo, il narratore fa una pausa e dichiara: “ogni volta che arrivo a un capitolo che ritengo possa essere la chiave dell’intero romanzo, cado in preda al panico” (p. 78), per poi permetterci di gettare uno sguardo nella sua officina letteraria. In queste pagine meta-narrative l’autore-narratore commenta insieme a una sorta di suo consigliere redazionale l’andamento stesso della scrittura, si interroga “a voce alta” sulle pieghe da far prendere alla vicenda e rivela giocosamente il suo metodo di utilizzo delle fonti.
Del resto anche verso la conclusione, alla pagina 180, ritroviamo una dichiarazione che potremmo forse utilizzare quale esergo per l’intera creazione kratochviliana, quando un personaggio ha l’impressione “come se solo attraverso il racconto la realtà prendesse vita…”. Ebbene Kratochvil crede appunto nel “racconto creativo”, nell’atto stesso del raccontare e nella possibilità di creare un mondo vivo e parallelo; non necessariamente più bello o migliore del “nostro”, ma sicuramente per lui prodigioso, in quanto ne è creatore e padrone assoluto, e può portarci a spasso lungo tutte le sue coordinate spazio-temporali. Lo spazio è creato, ri-creato con delle sue leggi proprie, fra il fantastico e l’orrorifico: il labirinto è correlativo oggettivo della dimensione-movimento nel mondo del nostro autore, ma un labirinto in cui per perdercisi dentro non si deve necessariamente entrare; è sufficiente la sua stessa esistenza, come per il ghirigoro di viuzze costruito dal nonno di Petr in soffitta, in cui forse egli stesso, noi stessi, siamo caduti senza averne contezza.
Siamo dunque condotti in un viaggio centripeto dalla periferia al centro, “attraverso una sorta di confine immaginario” (p. 30), o attraverso la stessa Brno, “la città in cui tutto inizia e ancora oggi non finisce” (p. 10). Pagine che concentricamente si muovono attorno a delle ossessioni, quella totalitaria staliniana (ricorrente anche in altre opere di Kratochvil), o quella grottesca di una “precoce maturazione sessuale, che sopraggiunse letteralmente nel giro di una notte ed era fastidiosa e importuna come un’influenza e non conosceva rimedio e non sapevo con chi consigliarmi…” (p. 107).
Per quanto all’inizio l’alternarsi regolare, capitolo dopo capitolo, delle due linee narrative possa lasciare leggermente disorientati, costringendo ogni volta a ricollegare i fili diegetici messi in “stand-by”, le storie dei due ragazzi quasi orfani sono come due spire di DNA che si intrecciano attorno alla colonna portante del romanzo, costituita non solo dal luogo d’azione (la Brno fantastica e trasfigurata dall’amore postmoderno di Kratochvil), ma anche dalla presenza a tratti riemergente dell’autore: leggere questo Nel cuore delle notti un canto è come leggere in filigrana la storia trasfigurata con ironia e matura consapevolezza di una vita, di un’esistenza letteraria che è stata violentata come la madre di uno dei due protagonisti (Kratochvil non ha potuto pubblicare fino alla caduta del regime) e che si è trovata senza punti di riferimento sicuri come l’altro personaggio principale (anche il padre dello scrittore fuggì dal regime lasciandolo nella scomodissima posizione sociale di “figlio di emigrato”).
Kratochvil si mette in gioco senza pudori, ci offre il meglio della sua carne e del suo sangue, la pagina cangiante e prospettica del suo libro: sta al lettore mangiarne senza remore e far scorrere nelle proprie vene il virus di una fantasia tragicomica da realismo magico cecoslovacco.

 
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