M. Viewegh, Romanzo per donne, traduzione di A. Catalano, Instar libri, Torino 2006
(Recensione di Massimo Tria)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 24-25
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Qualche anno fa, nelle carrozze della metropolitana di Praga presero a uscire con cadenza mensile (lì dove di solito stanno le reclame) alcune lettere di un sedicente uomo innamorato ed abbandonato, che a cuore aperto confessava il proprio amore perdurante per la sua donna, chiedendole accoratamente di tornare da lui.
Fra il sorpreso e il divertito, lo scrittore Michal Viewegh, l’autore di questa trovata pubblicitaria “senza prodotto” (più che altro l’autore la definì “action art”) notò che i viaggiatori si interessavano non poco alla vicenda, incerti se fosse fittizia boutade letteraria fine a se stessa o messaggio in codice per una donna in carne ed ossa. È stato così che uno degli scrittori cechi di maggior successo del momento (si vedano almeno le recensioni al suo precedente libro uscito per lo stesso editore, eSamizdat, 2005, 2-3, pp. 485-488) ha deciso di dare un compimento letterario a questa vicenda abbozzata, a questa fusione di romanzo epistolare e storia d’amore metropolitana. Il testo che ne è uscito fuori, brillante e di piacevole lettura, è proprio questo Romanzo per donne, dove le sei lettere dell’uomo abbandonato, Oliver, sono intercalate con intervalli più o meno regolari alla storia vera e propria, narrata in prima persona dalla donna in questione, la giovane redattrice di una rivista femminile, che nel libro si chiama Laura.
Se non fossimo ben consci dei limiti di diffusione che ha la letteratura ceca nel nostro paese, saremmo quasi spinti a dire che Michal Viewegh è ormai un nuovo “classico” del nostro mondo editoriale. Grazie alla pervicacia del suo traduttore, Alessandro Catalano, infatti il quarantaquattrenne di Praga arriva già per la quarta volta nel giro di pochi anni sui banconi delle librerie del belpaese, e unendo con un filo rosso questa quadripartita pubblicazione si potrebbe anche osservare un progressivo rarefarsi del valore puramente letterario della sua produzione: se i primi Quei favolosi anni da cane e L’educazione delle ragazze in Boemia avevano ancora velleità sociologiche da letteratura alta che riflette sui decenni cupi del regime cecoslovacco, e se il recente Il caso dell’infedele Klára era già una più eterea variazione postmoderna sul genere poliziesco, questo ultimo Romanzo per donne potrebbe al primo impatto lasciare esterrefatti per la sua pochezza concettuale. Ma sarebbe a mio parere un eccesso di sufficienza. Per carità, non siamo di fronte al capolavoro, non troverete in queste godibili 220 pagine profondità esistenziali o strutture narrative rivoluzionarie, ma dietro a un racconto femminile più frivolo che no, dietro a una narrazione scorrevolissima che sembra lasciare intatte le profondità dell’animo del lettore, dietro alle apparenze da “desperate housewives” in salsa boema, si nasconde una verità fatta di tristezza e vuoto sentimentale che a un’analisi più seria lascia molto amaro in bocca.
A mio modo di vedere è questa una satira camuffata da tragicommedia sull’evanescenza della Praga moderna, sulla pochezza intellettuale di una classe media (piccolo borghese o benestante che sia) che ha fatto presto ad adeguarsi ai maggiori vizi morali della società occidentale: la bella e giovane Laura non si perita di abbandonare il suo compagno del momento non appena scorge all’orizzonte un uomo più appetibile o affascinante; il suo deuteragonista/amante Oliver a sua volta la “cornifica” con una vecchia fiamma; la madre di Laura è alla costante ricerca di un uomo ideale (straniero e romantico) che le faccia dimenticare la “pochezza” dell’uomo ceco; il suo dichiarato atteggiamento “antipatriottico” è fra l’altro dovuto ad un suo precedente flirt proprio con quell’Oliver che è ora diventato il compagno di sua figlia (capriccio narrativo dell’autore fra il sottilmente morboso e il grottesco alla Beautiful). Viewegh qui si muove nei giri effimeri di una delle classi che ormai conosce bene, quella dei pubblicitari rampanti, dell’elite di successo della nuova borghesia boema, delle donne alla moda (o che lavorano per una rivista di moda...) per le quali cambiare uomo è questione legata al capriccio stagionale. Non che il nostro si atteggi a moralista, ché anzi si diverte ad addolcire anche le maggiori tragedie sentimentali con osservazioni ironiche e una nonchalance da navigato uomo di mondo, ma tuttavia, lo ripeto, la sensazione è quella di una novella “comedy of manners”, condita da certo moderato libertinismo, che trasmette un’impressione di serpeggiante tristezza, nonostante tutta l’ironia sciorinata da Viewegh per smorzare i toni.
Romanzo per donne diventa quindi un’analisi sconsolata del provincialismo ceco, del cosiddetto čechačství, della terrestre “cechità” del boemo standard, della medietas autosoddisfatta e poco onorevole di ogni “piccolo” popolo (ma che gli italiani non si sentano superiori!); tanto più triste e risibile questa provincialità quanto più è mascherata, come nella madre della protagonista, con un altrettanto preoccupante ed epidermico cosmopolitismo da strapazzo. Se da un lato l’uomo ceco medio è svelato impietosamente nella sua irrecuperabile sciattezza (abbigliamento fin troppo “casual” e ubriachezza genetica), la donna ceca moderna e metropolitana, la praghese disinibita ed economicamente libera viene sbugiardata nella sua infedeltà quasi indolore, nell’essere fin troppo aperta alla prima nuova passione travolgente, in barba ai tanto decantati valori, ricercati e pretesi nella controparte maschile. L’autore mette alla berlina vizi privati e pubblici del ceco agiato a cavallo fra i secoli ventesimo e ventunesimo, come poteva fare la commedia italiana con i capricci e le piccole sozzure neo-borghesi del boom di casa nostra (si ricordi un nome su tutti: Pietro Germi). Al di là della sostanza di storiella d’amore con sfumature tragicomiche, lo spaccato quasi irrecuperabile di una società centroeuropea lievemente e ridicolmente marcia si staglia netto attorno ai caratteri del quarantenne pubblicitario di successo e della giovane emancipata schiava della voglia di nuovo.
Attenzione però a non dimenticare da chi sono imbastite queste meste considerazioni da romanzetto femminile di costume “mordi e fuggi”: da un uomo che “si spaccia” narratologicamente per donna, da un Viewegh che si insinua sottopelle nei panni di una giovane la quale scrive in prima persona il proprio “romanzo d’amore”, una love story fatta di beep di cellulari e progetti familiari ripetutamente minati dalla irrecuperabile pochezza dell’essere umano, di vacanze vanziniane in Croazia e amorazzi di un’estate (a riprova di quanto scritto, il libro è stato messo in pellicola con un’operina cinematografica molto modaiola e ammiccante anzi che no).
Che dire ancora? La lingua di Michal Viewegh ormai la conosciamo, è per sua natura scanzonata e “aggiornata”, moderna senza essere gergale, o se vogliamo postmoderna senza per questo farsi artificiale (la metanarratività qui è ben nascosta, o meglio è ben nascosto il narratore dietro la sua scrittura femminile). Merito della traduzione poi è di aver reso con scorrevolezza il botta e risposta a tratti acido e ficcante dei dialoghi, come pure la psicologia femminile fra il romantico e l’emancipato della protagonista Laura. Se volete una lettura che vi occupi una sera e vi lasci poi pensierosi e un po’ amareggiati, questo romanzo finto comico potrà forse fare al caso vostro, fra l’altro descrivendo una certa fetta della Repubblica ceca moderna tutt’altro che immaginaria.
Un romanzo non solo per donne.

 
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