A Belyj, Glossolalia. Poema sul suono, traduzione di G. Giuliano, Medusa, Milano 2006.
(Recensione di Marco Sabbatini)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 97-99
Scarica il Pdf completo di eSamizdat 2006 (IV)
Andrej Belyj (pseudonimo di Bugaev, 1880-1934) è un autore che ha significato molto per la letteratura russa del Novecento, ma all’estero è conosciuto più come Andrea il Bianco, saggista e teorico del simbolismo, piuttosto che poeta e narratore di talento. Questa premessa è sufficiente per meravigliarsi nel vedere tradotta una delle sue opere più complesse e strampalate dall’eloquente nome Glossolalija. Poema o zvuke [Glossolalia. Poema sul suono]. Come suggerisce il titolo dell’opera, “la lingua parla” e per Belyj è evidente che parli di sé in una maniera schizofrenica, insensata, bisognosa della comprensione transmentale del poeta, di colui che possiede il dono dell’interpretazione. Come l’autore suggerisce nella sua premessa, criticare scientificamente quest’opera “è del tutto privo di senso” e forse un pensiero analogo avrà attraversato la traduttrice Giuseppina Giuliano, nel tentativo di comprendere ogni passaggio per restituirlo fedelmente al lettore italiano. D’altronde l’incipit del poema – “Misteri profondi giacciono nella lingua” – è quanto mai sibillino e non lascia via di scampo a chiunque azzardi un’approccio esegetico basato su una logica ferrea.
La struttura del poema ricalca la teoria dei sette stadi di Rudolf Steiner, attraverso cui Belyj richiama anche gli stilemi del mito delle origini nell’archetipo biblico della Genesi e del mito dell’Eterno ritorno. Il poema prevede la nascita e l’evoluzione del linguaggio attraverso sette giorni cui si associano vari pianeti: partendo dal primo di essi, Saturno, il poeta si sofferma poi sul quarto giorno, l’era della Terra, in cui vive attualmente l’uomo, per poi tornare indietro. Nel corso di queste ere compaiono nuovi suoni cui s’intersecano congiunzioni astrali, movimenti geologici e mutazioni fono-lessicali e semantiche; la narrazione, oltre che un aspetto arcano e mistico, assume in tal modo un carattere sincretico sul piano simbolico e sul piano linguistico.
Trattandosi di un poema sonoro in prosa fondato sul meccanismo autoriflessivo di una “lingua parlante”, Andrej Belyj lascia espandere le sue riflessioni come onde concentriche che si allontanano sempre più da un senso univoco e chiarificatore. Laddove “Il suono è il cerchio dei cerchi”, l’intuizione del poeta emerge come una metamorfica eco dei significanti attraverso cui si dipanano le singole analisi dei fonemi e dei grafemi. Le descrizioni impressionistiche di Belyj non trascurano i dettagli dell’articolazione fonetica. La parola, quella “tempesta dei ritmi fusi del significato sonante” nel “Cosmo gigantesco” della bocca, ispira al poeta bizzarre metafore. Organi della cavità orale colti nei loro moti, impatti, frizioni e occlusioni gli organi della cavità orale acquisiscono simboliche sembianze attraverso cui danno vita ai suoni: ecco che ad esempio la lingua “è una ballerina senza braccia che attorciglia come una sciarpa gassosa danzante”. Accanto a questo genere di metafore non bisogna sottovalutare l’aspetto figurativo del testo, caratterizzato dai disegni, spesso stilizzazioni geometriche circolari e triangolari, di simboli dal fascino enigmatico con cui Belyj accompagna le sue interpretazioni; la veste grafica dell’edizione italiana riporta fedelmente le immagini che, anche per una migliore leggibilità, avrebbero meritato un maggiore impatto visivo all’interno delle pagine.
Nella continua ricerca di corrispondenze sonore e lessicali tra le lingue, da quelle antiche (come sanscrito, greco, persiano) fino alle moderne (germaniche, romanze, italiano compreso), cui attribuire un significato univoco, il poeta stabilisce un legame archetipico tra l’etimologia e la figura retorica della paronomasia. Intorno a questo meccanismo si sviluppano molte delle interpretazioni simboliche che Giuseppina Giuliano sa restituire in modo originale facendo proprio il carattere eclettico e “transmentale” della lingua di Belyj. In tal senso, nonostante le infinite insidie linguistiche, il lavoro di traduzione appare soprattutto fedele allo spirito del poema, ovvero al suono. Di volta in volta la traduttrice aderisce o meno alla scelta etimologica, semantica o semplicemente paronimica delle parole, privilegiando tuttavia, nella maggioranza dei casi, il significante. Questa traduzione, che è la quarta versione del poema (già presente in francese dal 2002, in tedesco e inglese dal 2003) è un atto dovuto, come giustamente ribadisce nella nota la curatrice. Glossolalia si deve tradurre perché non è solo un “poema sul suono” ma un’opera che ambisce a richiamare l’attenzione sulle origini del linguaggio e del significato assoluto che questo ha per l’uomo.
Per comprendere il senso e le origini di un’opera come Glossolalia non si può prescindere dal fare cenno al contesto storico e all’attività intellettuale di Andrej Belyj negli anni Dieci. Sin dal 1910 l’autore si dedica allo studio della filosofia del linguaggio di A. Potebnja, espressa in particolare nell’opera Pensiero e lingua, concentrando le sue attenzioni sul significato oggettivo, originario dei suoni e delle parole. Ma egli è anche fortemente attratto dall’antroposofia di Rudolf Steiner, “il Dottore”, di cui subisce il carisma e con cui collaborerà attivamente nel 1916. Quello che accompagna Belyj tra il 1916 e il 1917 è un momento di forti suggestioni esoteriche in un’epoca di profonde riflessioni sul linguaggio da parte dei simbolisti, dei formalisti e delle avanguardie. In tale contesto ha luogo lo spettacolo drammatico e affascinante della rivoluzione, che muta radicalmente il destino storico della Russia. Come Aleksandr Blok e altri suoi contemporanei, Andrej Belyj sente l’esigenza di sostenere le istanze rivoluzionarie; per tale motivo tra l’agosto e l’ottobre del 1917 prende vita Glossolalia. La sua scelta cade su un percorso simbolico inverso del linguaggio, su un poema “rivoluzionario” e teurgico che recuperi quel codice linguistico originario, attraverso il quale i popoli intraprendano un dialogo ecumenico nella fratellanza (“la lingua delle lingue farà a pezzi le lingue; e si compirà la seconda venuta del Verbo”). Come ricorda Giuseppina Giuliano nella sua densa e utile introduzione, Belyj realizza quella teoria del simbolismo, secondo cui il simbolo è un processo che va dal particolare all’universale, e “fa sì che la nostra bocca, produttrice di suoni, diventi il simbolo della testa, produttrice di pensieri, a sua volta simbolo della Terra e dell’universo intero”.

 
© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli