S. Dickinson, Breaking Ground. Travel and National Culture in Russia from Peter I to the Era of Pushkin, Rodopi, Amsterdam – New York 2006.
(Recensione di Marco Sabbatini)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 86-87
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Con questo lavoro Sara Dickinson ci introduce “alla scoperta di nuove vie” (Breaking ground), ripercorrendo, come recita il sottotitolo, “il viaggio e la cultura nazionale russa da Pietro I sino all’epoca di Puškin”. Si tratta più precisamente di un itinerario lungo un secolo e mezzo (dal 1689 al 1850), attraverso le testimonianze dirette, i diari e le opere ispirate al viaggio di alcuni dei principali rappresentanti della cultura dell’epoca.
L’opera è divisa in cinque corposi e densi capitoli in cui l’autrice attraversa le tappe fondamentali del progressivo avvicinamento della Russia al mondo occidentale, attraverso la letteratura del viaggio che proprio in Europa aveva conosciuto un grande sviluppo sin dal Seicento. Il viaggio è l’esperienza nell’immaginario geografico dell’immenso spazio russo e quella del tempo storico in cui si forma una nuova consapevolezza dell’identità nazionale.
Il primo capitolo è dedicato al periodo compreso tra il 1689 e il 1789, dal quale emergono le interessanti pagine del diario di Boris Kurakin, durante quell’epoca che l’autrice definisce “turismo petrino”. È noto che Pietro I, attratto dall’occidente, inducesse i suoi sudditi a viaggiare allo scopo di apprendere il più possibile dalle esperienze in Europa; per tale motivo, sin dal 1697, spedisce B. Kurakin in Italia per conoscere le tecniche della nautica. Il viaggiatore russo avrebbe poi visitato varie parti d’Europa, da Malta ad Amsterdam sino a Vilnius. Solo a partire dal 1705 di Boris Kulakin restano dei diari scritti in maniera tutt’altro che privata, come promemoria di idee e impressioni da trasmettere alla corte russa protesa forzatamente verso l’occidentalizzazione.
Di altro genere è lo stile di Aleksandr Kurakin, con le sue lettere da Parigi e dall’Inghilterra, e di Ekaterina Daškova con le sue annotazioni dalla Scozia. Si tratta di due importanti figure intellettuali e diplomatiche del secondo Settecento, cui l’autrice dedica i successivi sottocapitoli. Gli scritti privati di Kurakin e Daškova conferiscono un valore maggiormente elaborato alla narrativa “del viaggio”. La piena letterarietà di questo genere deve tuttavia attendere la firma importante di Denis Fonvizin con le sue epistole dalla Francia, di natura didascalica, ma dal deciso carattere critico contro la gallomania imperante in Russia. I due sottocapitoli su Fonvizin sono dedicati rispettivamente alla sua permanenza in Francia e ai suoi scritti durante i viaggi successivi, caratterizzati dalla malattia, in cui alterna alle polemiche politiche una serie di riflessioni introspettive. Già dal primo capitolo si deduce che all’epoca di Caterina II molti nobili russi potessero viaggiare in tutt’Europa e talvolta fossero invitati a farlo; d’altronde già Pietro III aveva aperto le frontiere ben prima che Caterina, affascinata dall’illuminismo, guardasse con ancora maggiore interesse a occidente. Sarà la stessa zarina a rendersi fautrice della letteratura di viaggio all’interno alla Russia: durante una visita sul Volga invierà le sue impressioni in una missiva a Voltaire.
È tra la fine del Settecento e il primo Ottocento che questo genere raggiunge il suo apice, grazie al coinvolgimento progressivo dei principali scrittori russi. Sara Dickinson non poteva non dedicare un capitolo ad Aleksandr Radiščev e alla sua “descrizione domestica” della Russia, immortalata con pagine ricche di sentimento e di critica sociale nel suo celebre Viaggio da Pietroburgo a Mosca. L’ultimo segmento del secondo capitolo è dedicato alle lettere e ai diari scritti da Radiščev in Siberia tra il 1790 e il 1797.
Il terzo capitolo del libro rivolge l’attenzione a Nikolaj Karamzin, altra figura di riferimento dello scrittore-viaggiatore a cavallo tra i due secoli (1791-1812), in quell’epoca di transizione e di grandi sconvolgimenti che va dalla Rivoluzione francese alla campagna napoleonica. Nelle sue Lettere di un viaggiatore russo (1791-1801) emerge una sensibilità nuova stimolata dalle impressioni prodotte dai paesaggi di Germania, Svizzera, Francia e Inghilterra che rendono sempre più serrato il confronto con la Russia. Il sentimentalismo e le descrizioni idilliache generate da una visione preromantica karamziniana – non necessariamente impegnata sul piano sociale come era avvenuto per Radiščev – avranno origine proprio dalle esperienze ricavate dallo scrittore lungo i principali itinerari europei.
Il quarto capitolo è dedicato al “Ritorno in Europa” (1812-1825) a partire dalla vittoria su Napoleone sino alla fine del regno di Alessandro I, lo zar restauratore. Sono i nobili combattenti contro le truppe napoleoniche che, occupando progressivamente lo spazio del vecchio continente sino alla Francia, riporteranno attraverso le proprie testimonianze scritte la riaffermazione dell’orgoglio nazionale russo. L’autrice si sofferma in particolare su Fedor Glinka che arriva a Parigi nel 1814 e di cui ci sono pervenute le Lettere di un ufficiale russo (1808-1816), dedicate al fratello Sergej. Secondo la visione moderata di Glinka, la vittoria sui francesi non aveva tanto cambiato lo sguardo sull’occidente da parte della Russia, quanto aumentato la tensione tra le due culture. Uno spazio in questo capitolo è dedicato anche al viaggio di Batjuškov in Francia e alle impressioni di Žukovskij sulle cascate del Reno; siamo nell’’epoca di affermazione delle lettere russe in maniera sempre più indipendente, fatto che sarà confermato dallo sguardo meno ingenuo e più consapevole degli scrittori nel descrivere l’effetto prodotto dalle terre straniere dell’occidente.
L’ultimo e quinto capitolo affronta il tema della reinterpretazione del “grand tour” europeo ad opera di Kjuchel´beker, poeta decabrista in cui permane una vena prevalente di romanticismo. Il secondo sottocapitolo sofferma l’attenzione sul fenomeno peculiare che caratterizza l’opera di Nikolaj Gogol´, per il quale lo spazio geografico “straniero” diventa necessario per recuperare quello “domestico”. A Pietroburgo scriverà i suoi racconti sull’Ucraina, mentre Le anime morte prenderanno vita durante la sua permanenza in Europa occidentale. La prosa realistica di Gogol´ si fonda sul procedimento del viaggio e sulla necessità di lasciare lo spazio che diventerà oggetto della descrizione. Negli ultimi due sottocapitoli l’autrice analizza infine l’importanza del viaggio nelle province russe presente nell’opera di Aleksandr Puškin (“sulle tracce di Pugačev e Radiščev”) e di Vasilij Žukovskij.
Lo studio di Sara Dickinson, attraverso questo affascinante e dettagliato excursus storico-letterario nella letteratura del viaggio, riesce nel suo proposito di fornire uno sguardo critico sulla formazione di una coscienza nazionale moderna, sia in relazione alla percezione interna dello spazio russo che sulla base del confronto diretto e in evoluzione con l’Europa occidentale.

 
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