D. Vogel, Akacje kwitną, Wydawnictwo Austeria, Kraków 20062
(Recensione di Laura Rescio)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 58-60
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Sono passati settant’anni da quando Akacje kwitną [Le acacie in fiore] di Debora Vogel venne pubblicato per la prima volta a Varsavia dall’editore Rój. Con questa edizione, la casa editrice cracoviana Austeria recupera un testo che alla sua uscita fu bistrattato dalla critica, trascurato negli anni successivi e che pareva infine dimenticato quasi da tutti (tranne che dal compianto Jerzy Ficowski). Negli ultimi anni però ci sono stati segni di un rinnovato interesse nei confronti di questa scrittrice con l’uscita di alcuni articoli e, soprattutto, con i preziosi ricordi di Rachel Auerbach sulla Vogel e su Bruno Schulz tradotti dall’yiddish sulla rivista Ogród. Oggi salutiamo con gioia questo piccolo evento e ci auguriamo che segni l’inizio di nuovi approfondimenti.
Debora Vogel (1905-1942) era una scrittrice ebrea di Leopoli, proveniente da una famiglia in cui lo yiddish non si parlava, in quanto lingua popolare; il padre le aveva insegnato l’ebraico. Le sue prime prove letterarie furono però in polacco. Negli anni universitari, il contatto con circoli intellettuali ebraici, e in particolare l’influenza di Rachel Auerbach, le fecero cambiare radicalmente orientamento e iniziò a studiare lo yiddish per poi scrivere direttamente in questa lingua, con la quale esordì scrivendo poesie e occupandosi di filosofia e critica d’arte.
Era un’intellettuale nata in una località periferica dell’impero, ma profondamente al corrente di ciò che si verificava in Europa dal punto di vista culturale. Dai suoi variegati interessi traspare la figura di una donna molto intelligente, emancipata e all’avanguardia. Aveva frequentato il ginnasio a Vienna, dove la sua famiglia si era rifugiata durante la prima guerra mondiale, poi si era iscritta all’università di Leopoli dove aveva studiato, tra l’altro, con Kazimierz Twardowski; viaggiando tra Stoccolma, Parigi e Berlino era rimasta impressionata dal fermento della vita culturale e artistica europea. Tornò a Leopoli affascinata dal surrealismo, dal futurismo, dal cubismo. A Zakopane incontrò Witkiewicz (autore di un suo bel ritratto riprodotto in questa nuova edizione) e strinse una forte amicizia con Bruno Schulz. Iniziò quindi a occuparsi di critica d’arte su varie riviste (Sygnały, Pomost, Opinia, Wiadomości Literackie…). Poi partecipò alla fondazione della rivista – di breve durata – Cusztajer. In yiddish pubblicò qualche volumetto di versi e, nel 1935, un libro di cosiddetti “montaggi”, Akacjes blien, che poi tradusse in polacco e, con varie modifiche, pubblicò nel 1936 con il titolo di Akacje kwitną; è questo il libro che viene riproposto oggi da Austeria.
Alla sua uscita, il testo non fu capito perché troppo bizzarro per la scena culturale polacca ed ebraica di quel tempo. È il suo sottotitolo, Montaggi, a suggerire al lettore una chiave interpretativa. Sono brevi schizzi in prosa lirica che vogliono costituire l’equivalente in parole di un collage, di tipo però più costruttivista che cubista. Le cose prendono vita e senso di per sé, non devono venire interpretate da un io narrante. La Vogel voleva realizzare una prosa che restituisse la sensazione fisica del colore, della colla, dei titoli di giornale e delle réclame incollate, di vari oggetti accostati, persino dello spessore e della consistenza del colore. Il susseguirsi dei montaggi forma una narrazione priva di protagonisti, una sorta di vasto affresco della realtà circostante, di paesaggio dell’anima, in cui alberi, montagne, case, strade sono sottoposti a una geometrizzazione e diventano protagonisti con la stessa dignità letteraria degli esseri umani spersonalizzati che vi compaiono, così come i loro futili sentimenti, le sensazioni, i materiali, i climi.
È un romanzo molto particolare e poetico, in cui un animo che si propone di essere freddo e imparziale – ma che lascia trasparire un’intensa sensibilità femminile – ci trasmette in maniera unica l’atmosfera della Galizia e della Leopoli del tempo. Pervaso da un’atmosfera di disillusione, di consapevolezza, di languore e di amore per la bellezza, è un romanzo dal fluire lento e poetico, la cui musicalità è data dal fruscio delle foglie, dal brusio della pioggia, il cui ritmo è quello naturale e incessante dei mesi e delle stagioni:
Via Karmelicka. Il lungo tramonto del pomeriggio d’ottobre riempie di volte inattese e di colori convessi, un po’ tristi, il realistico commento alla vita sempre imprevedibile, saturando di dolcezza e di significati il piatto paesaggio di idee con cui termina un altro anno.
Oltre a temi frivoli come i salon de beauté, i negozi di stoffe, i fiorai, le passeggiate nel tramonto allo scopo di dimenticare, non mancano accenni a temi di critica sociale e alla crisi economica: disoccupati che “hanno troppo tempo” e vagano nelle strade, fabbriche vuote, schiavi nelle piantagioni di caffè, soldati in marcia verso la guerra. Nell’ultima parte si racconta la costruzione di una stazione ferroviaria: un inno al lavoro, agli operai, alla terra, alle macchine, alle materie prime.
L’opera della Vogel in generale fu interpretata in maniera controversa; le furono imposte varie etichette tra cui quella di surrealista, che lei rifiutava, e quella di epigona di Bruno Schulz, ingiustificata e superficiale, motivata da apparenti somiglianze tematiche (i manichini, la paccottiglia, la fermentazione della materia). In realtà l’opera della Vogel, costruita seguendo lo schema della triade hegeliana, muoveva da presupposti completamente differenti, ispirandosi soprattutto alle avanguardie figurative europee. Quello che le si può rimproverare forse è solamente un’eccessiva schematicità.
L’edizione originale era corredata da quindici illustrazioni di Henryk Streng, che facevano da contrappunto e integrazione alla prosa della Vogel. L’edizione di Austeria le riproduce e ne aggiunge un’altra, proveniente dall’edizione in yiddish del 1935. Il libro è realizzato con cura e contiene diversi materiali interessanti; peccato solo per la non eccelsa qualità delle riproduzioni. La copertina di gusto chagalliano privilegia l’aspetto delicato e femminile della scrittrice.
Il testo di Acacje kwitną è riportato nella sua scansione originale, eliminando però la numerazione dei capitoli. Sono stati introdotti soltanto alcuni cambiamenti cosmetici: la grafia e la punteggiatura sono state modernizzate, eliminate le maiuscole usate per alcuni marchi di fabbrica e sono stati aggiunti corsivi per le parole straniere. Oltre al romanzo della Vogel, Austeria pubblica alcuni interessanti testi tratti dalla rivista newyorchese Inzich, tradotti da Karolina Szymaniak per la prima volta dallo yiddish. Si tratta di montaggi pubblicati in un periodo successivo alle Acacie, che trattano tematiche femminili e militari, e di una recensione di Akacjes blien scritta da B. Alkwit nel 1935, con la replica della Vogel e la risposta dello stesso Alkwit. Integrano questa edizione infine un saggio sulla Vogel di Karolina Szymaniak e la recensione positiva di Acacje kwitną scritta da Bruno Schulz per Nasza Opinia.
La Vogel era considerata dai suoi contemporanei troppo intellettuale e complessa e il suo stile, in poesia come in prosa, troppo all’avanguardia. In yiddish non si era mai scritto così, e anche nel panorama della letteratura polacca era una figura unica.
Debora Vogel morì nel 1942, uccisa nel ghetto di Leopoli durante una selvaggia incursione dei nazisti. Fu il suo amico Henryk Streng, addetto alla rimozione dei cadaveri insieme ad altri prigionieri del campo di Janów, a trovare il suo corpo – insieme a quelli del marito, del figlio e della suocera – in un negozio abbandonato in via Bernstein dove avevano tentato inutilmente di rifugiarsi. Aveva trentasette anni.

 
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