A. Radiščev, Viaggio da Pietroburgo a Mosca, traduzione di B. Sulpasso, Voland, Roma 2006.
(Recensione di Ilaria Remonato)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 54-55
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Il Viaggio da Pietroburgo a Mosca (1790), capolavoro di Aleksandr Nikolaevič Radiščev (1749-1802), viene proposto in una nuova versione italiana, che mira idealmente a gettare un “ponte” fra la cultura russa settecentesca e quella contemporanea, evidenziando l’attualità degli interrogativi dell’opera. Composto nell’arco di dieci anni, il testo è frutto di un lungo processo creativo costellato di dubbi e ripensamenti, in cui la drammatica presa di coscienza degli squilibri del paese porta ad amare riflessioni sulla realtà contingente. Com’è noto, nel percorso in kibitka fra le due capitali dell’impero ogni stazione di posta coincide simbolicamente con una storia diversa: il narratore in prima persona ascolta le tristi vicende di personaggi comuni, che compongono un mosaico variegato della vita dell’epoca. I dettagli della quotidianità e le modalità concrete del viaggio fungono da sfondo a una serie di riflessioni, che spaziano dalle terribili condizioni dei contadini alla gestione dello stato, dal diritto allo stile di vita dei nobili, dall’istruzione alle usanze popolari, dalla storia della cultura alla religione e alla politica.
I vari argomenti sono tenuti assieme da un flusso linguistico eterogeneo, in cui si intrecciano aneddoti, meditazioni filosofiche, digressioni liriche e osservazioni di carattere culturale che lasciano trasparire la vastissima erudizione e la sensibilità spirituale di Radiščev. Dalle pagine del Viaggio affiorano allo stesso tempo lo slancio rivoluzionario e la profonda onestà intellettuale dell’autore: l’influenza delle idee illuministe affina il suo sguardo sulle miserie e le ingiustizie della vita russa, su temi scottanti nel dibattito coevo come la servitù della gleba, la miseria, la mancanza di libertà, l’arbitrio e la corruzione dei governanti. Come osserva Venturi, “non è un duello il conflitto fra Radiščev e il dispotismo. Accanto, vicino a lui, sta una intelligencja nascente, sta tutto il fermento intellettuale e morale della Russia degli anni ‘70 e ‘80”.
I concetti ricorrenti nel testo – fra cui schiavitù e ingiustizia, dispotismo e diritto naturale dell’uomo – testimoniano la portata delle idee e della visione del mondo dello scrittore, che per molti aspetti precorrono le istanze dei movimenti progressisti del XIX secolo. In quest’opera, infatti, le componenti formali tipiche del sentimentalismo appaiono filtrate e animate dalla preoccupazione morale che caratterizza trasversalmente tutta la letteratura russa; accanto all’invettiva, ai lampi di sdegno e di cocente vergogna, emerge un amore profondo per il proprio popolo, dai risvolti intensamente premonitori:
Non vi accorgete, miei cari concittadini, della rovina che grava su di noi, di come stia diventando pericolosa la nostra situazione? La sensibilità degli schiavi s’indurisce e, senza un atto benevolo di libertà che la riattivi, essa si rinforza e ne acuisce profondamente i sentimenti. Una corrente, impedita nel suo corso, diventerà tanto più impetuosa, quanto più grande è l’ostacolo che le si oppone. Una volta rotta la barriera, niente potrà più impedire che straripi. Lo stesso vale per i fratelli che teniamo in ceppi. Aspettano l’occasione propizia e il momento giusto. Il suono della campana. Poi una spietata distruzione dilagherà in men che non si dica. E ci ritroveremo assediati da spade e veleni. Morte e rogo saranno il fio per la nostra durezza e mancanza di umanità (p. 203).
La denuncia dei soprusi e delle iniquità di fondo culmina con l’interpolazione di alcuni frammenti dell’Ode alla Libertà (Vol´nost´), composta dallo scrittore negli anni ‘70, che rappresenta la chiusura ideale del Viaggio; in questi versi lo slancio etico e le speranze di rinnovamento spirituale si sovrappongono a sfumature polemiche sulla censura e l’ipocrisia dominante. Nell’opera si delinea quindi un ritratto colto e irriverente della Russia dell’epoca, con accenti accorati e a tratti ironici, come nei passaggi in cui il narratore, con gusto tutto settecentesco, si rivolge direttamente al lettore interrompendo la fitta trama dei racconti e delle riflessioni.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Radiščev rispecchia le convenzioni letterarie e le tendenze enciclopediche della cultura del tempo; nell’alternanza di toni e registri linguistici che connotano i vari personaggi si esprimono la raffinatezza e l’erudizione dello scrittore, e soprattutto la sua capacità di coniugare gli artifici dell’ars letteraria con l’autenticità dei contenuti. Il suo discorso, infatti, viene modulato con eleganza attraverso l’impiego di svariate immagini e figure retoriche: “come il tranquillo vento del meridione stormisce tra le foglie degli alberi e rumoreggia amorevolmente tra le querce, così nell’assemblea risuonava un felice sussurrio” (p. 109). Il testo, inoltre, è contraddistinto da una ricca gamma di citazioni e riferimenti, fra cui spiccano numerosi rimandi alle sacre scritture e ai maggiori autori dell’illuminismo europeo; si pensi ad esempio alla sequenza onirica della narrazione, in cui la fluidità favolistica del linguaggio e l’ambientazione esotica alludono alle Mille e una notte (nel capitolo Spassakaja Polest´, pp. 107-108).
Un aspetto significativo di questa edizione è la scelta di riproporre gli apparati critici della versione precedente (traduzione di Sergio Leone e Costantino Di Paola, Bari 1972): accanto alla nuova traduzione italiana del testo compare infatti l’introduzione di Franco Venturi, che offre una panoramica dettagliata del pensiero di Radiščev sullo sfondo della situazione socio-politica e del dibattito culturale del periodo, così come le note a cura di Gigliola Venturi con alcune integrazioni specifiche, mentre la bibliografia è stata aggiornata con una selezione di contributi recenti. Le note incluse nella presente edizione, di conseguenza, sono complessivamente di tre tipi: contengono spiegazioni linguistiche, commenti critici ai contenuti o espansioni di carattere culturale con indicazioni delle fonti di citazioni e riferimenti. La maggioranza delle osservazioni aggiuntive sono di natura linguistica, riguardano ad esempio i toponimi delle località attraversate o termini relativi ad antichi pesi e misure (come aršin e pud), inseriti a margine allo scopo di non appesantire il testo italiano. L’apparato critico offre inoltre una preziosa miniera di informazioni sulla vita della provincia russa settecentesca, con l’evocazione di odori, rumori e colori tipici che ricostruiscono la percezione concreta del viaggio in kibitka.
A livello generale, la lingua italiana della traduzione appare ricca e vivace, riflette il movimento di pensiero dello scrittore e cerca di riprodurne la particolare coloritura emotiva senza ricorrere a troppi aulicismi; l’obiettivo di “svecchiare” il testo è supportato da scelte sintattiche e stilistiche in una direzione meno solenne, più mobile e agile, com’era nelle intenzioni dei novatory russi dell’epoca. Nella “Postilla del traduttore” vengono esplicitate le principali difficoltà poste dal testo e gli orientamenti di fondo della traduttrice, che sottendono i singoli esiti e rappresentano i punti di forza del lavoro. In sintonia con le teorie più recenti, infatti, si è mirato alla maggiore fruibilità dell’opera in italiano, con la ricerca di equivalenti che ricreino nel contesto di arrivo gli effetti e le associazioni culturali dell’originale. Il volume si distingue infine per la pregevole veste grafica, corredata da illustrazioni che commentano i motivi trattati, fra cui le monete con l’effigie di Caterina II, gli schizzi dell’abbigliamento e delle acconciature in voga, nonché alcune vedute suggestive della Pietroburgo del tempo.

 
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