A.J. Evans, A piedi per la Bosnia durante la rivolta, introduzione, traduzione e saggio di N. Berber, Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere (CE) 2005.
(Recensione di Lorenzo Pompeo)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 103-105
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A piedi per la Bosnia durante la rivolta rappresenta la prima traduzione in italiano (si veda l’originale Through Bosnia and the Hercegovina on Foot during the Insurrection, London 1976) e una delle più interessanti testimonianze sulla Bosnia ottomana, scritta dallo scopritore, nel 1894, di Crosso, a Creta. Furono i suoi interessi archeologici a spingerlo, sulle tracce degli antichi illiri, a compiere, insieme al fratello, il giro in Bosnia descritto nelle corrispondenze per il Graphic che furono ristampate in volume l’anno seguente (a testimonianza dell’interesse suscitato dal libro di Evans, l’intero volume venne ristampato una seconda volta nel 1977 con piccole e marginali modifiche).
Lo scoppio della rivolta colse impreparati i due fratelli Evans. Il futuro archeologo aveva 24 anni ed era uno studente del Brasenose College di Oxford, entusiasta per la scoperta di Troia avvenuta quattro anni prima ad opera di Schlieman, quando decise di partire per un viaggio estivo in Bosnia, esotica regione dell’Impero ottomano poco o punto nota, anche perché fuori dalla sfera degli interessi dell’Impero britannico. Proprio per questo la relazione di Evans, più che rifarsi a una letteratura già consolidata, descrive le esperienze del viaggio basandosi più sulle impressioni raccolte lungo il percorso. L’autore, tuttavia, non manca di citare le relazioni di quei pochi coraggiosi che si erano spinti oltre il confine dell’Impero degli Asburgo (tra essi non poteva mancare qualche eccentrico suddito della Corona britannica, come Sir James Henry Skene, autore del The Danubian Principalities, the frontier Lands of the Christian and the Turk, London 1854), i quali generalmente dedicavano poche pagine alla Bosnia, concentrando la loro attenzione sulla Serbia, balzata all’attenzione dell’opinione pubblica dopo le rivolte del 1804-1813, repressa dai Turchi, e la successiva del 1815-1817, con la quale avevano ottenuto una certa autonomia.
Com’era la Bosnia che si trovarono di fronte i due viaggiatori? Era un paese complesso, che certamente doveva apparire arretrato agli occhi di un britannico, ma anche un paese in fermento, che stava attraversando profonde trasformazioni. Nella prima metà del secolo c’erano state numerose rivolte guidate dai feudatari bosniaci contro le riforme introdotte dai sultani, in difesa dei loro privilegi feudali (alla fine del periodo napoleonico gli stessi sultani si resero conto della necessità di modernizzare lo stato e l’esercito) che vennero ferocemente represse. Tuttavia, tra il 1851 e il 1855, furono introdotte importanti riforme e tra il 1860 e il 1870 la Bosnia godette di un periodo di benessere e di modernizzazione grazie a Topal Osman Pascià, uno dei migliori governatori, che promosse la costruzione di ospedali, strade e persino un collegamento ferroviario tra Banja Luka e il confine croato.
Un discorso a sé merita Sarajevo, città, come giustamente nota anche il nostro cronista, gelosa della propria autonomia e delle proprie prerogative nella quale da sempre avevano vissuto senza particolari tensioni tutti i rappresentanti delle religioni monoteiste. La “Damasco del Nord”, come allora veniva definita la città, secondo quanto testimonia lo stesso Evans, nel corso della sua storia era passata sotto l’effettivo controllo di una peculiare forma di governo municipale e “come le comunità familiari bosniache eleggevano, ed ancora eleggono, i propri capi-anziani, così le famiglie che posseggono le terre circostanti sono rappresentate dai capi ereditari, gli artigiani e i mercanti si legano in Bratsva ossia corporazioni, e ogni confraternita elegge il proprio starosta, una specie di capo-anziano. In questo modo è nato il governo civico” (pp. 86-87, qui Evans lo definisce “comunismo civico”).
Le prime notizie dello scoppio della rivolta in Erzegovina precedono l’ingresso dei due viaggiatori a Brod, sulla parte turca della Sava, il fiume che allora come ora segna il confine della Bosnia. Quando approdano alla sponda turca, i due fratelli percepiscono in modo netto il cambiamento: “persino i bosniaci, quando si riferiscono all’altro lato della Sava dicono ‘Europa’ e hanno ragione: poiché un viaggio di cinque minuti ti trasporta in tutto e per tutto in Asia” (p. 19). La Bosnia viene definita da Evans “la terra eletta del conservatorismo maomettano” poiché “il fanatismo si è radicato più profondamente tra la popolazione che ha rinnegato la propria fede” (p. 20). Tuttavia egli stesso si contraddice, constatando con stupore, nelle ultime tappe del viaggio, l’usanza delle donne mussulmane di Jablanica, nell’Erzegovina, che non erano solite coprirsi il volto col velo come le altre donne musulmane (l’autore giustifica questa usanza con la natura particolarmente aspra della regione, nella quale, per allontanare lo spettro della fame, anche le donne erano costrette a lavorare). Lo stesso stupore è registrato dal nostro a Tešanj, una delle prime tappe del lungo viaggio, quando un funzionario locale riceve i due stranieri in vestiti di taglio europeo (“non fosse stato per il fez, lo si sarebbe potuto scambiare per un italiano” – commenta l’autore a p. 39). “Era estremamente cortese e ci ha offerto il caffè e le sigarette” accompagnando l’episodio con questo commento: “sigarette! Vent’anni fa sarebbero stati narghilè d’ambra orientali, decorati con oro e gioielli, barbari in modo incantevole! Ma il loro tempo è passato; l’Ovest avanza, l’Est recede” (Ibidem). Con la medesima meraviglia, il nostro viaggiatore, capitato per caso nel quartiere cattolico della città, osserva con stupore le donne che legavano le trecce intorno al fez, à la belle Serbe, mentre gli uomini portavano i turbanti (p. 41). Nelle loro visite al monastero francescano di Komušina e al vicino santuario di Zlatina, i due viaggiatori sono testimoni di provocazioni e maltrattamenti subiti dai fedeli cristiani ad opera degli zaptieh (sbirraglia musulmana), ma d’altro canto non sfugge all’autore della relazione l’uso strumentale e politico da parte delle potenze straniere delle tensioni interreligiose: “nessuno, pertanto, si sorprenderà nel sapere che l’influenza latino-cattolica è in Bosnia una leva in mano all’Austria” scriveva a p. 63 Evans, supportando questa presa di posizione con una citazione da un trattato sulla Bosnia di Gustav Toemmel, attaché del console austriaco a Sarajevo (Geschichtliche, politische und topografisch-statistische Beschreibung des Vilajet Bosnien, das ist das eigentliche Bosnien, nebst türkisch Croatien, der Hercegovina und Rascien, Vienna 1867, p. 101): “l’imperatore d’Austria è, agli occhi dei Bosniaci cattolico-romani, principe supremo della Chiesa cattolica, proprio come agli occhi della popolazione greco-orientale, l’imperatore russo è il capo della Chiesa greca” (p. 65-66). Così la rivolta che si sta espandendo a macchia d’olio, proprio mentre i due viaggiatori si trovano in Bosnia, appare nella relazione di Evans una conseguenza del grave regime fiscale che opprimeva indiscriminatamente i contadini. L’autore descrive in modo dettagliato gli odiosi metodi con i quali gli zaptieh, per conto di esattori locali, estorcevano le tasse ai contadini riducendoli alla fame. In sostanza, la rivolta del 1875, nella puntuale analisi di Evans, è definita come una “guerra contadina”. L’anno successivo la guerra divampò precipitando nel caos tutto il paese, con distruzioni, uccisioni indiscriminate, vendette e ritorsioni sui civili. Per la Bosnia ottomana fu l’inizio della fine.

 
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