D. Ugrešić, Vietato leggere, traduzione di M. Djoković, Edizioni Nottetempo, Roma 2005.
(Recensione di Lorenzo Pompeo)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 95-96
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A qualche anno dall’edizione italiana de Il museo della resa incondizionata (pubblicato da Bompiani nel 2002), una piccola e coraggiosa casa editrice romana presenta una raccolta di saggi della scrittrice croata. I temi, lo stile di Vietato leggere si ricollegano evidentemente al romanzo (in entrambi i casi al centro della scrittura è un io narrante che parla in prima persona e racconta le sue esperienze personali).
Al centro di questi saggi vi è l’industria culturale degli Stati uniti, intesa come laboratorio dove il mercato editoriale ha creato tutti quei meccanismi che sono successivamente entrati in funzione nel “dorato occidente” e che si sono diffusi anche “oltrecortina”. Sulla base delle sue acute osservazioni, la scrittrice croata arriva ad un’amara conclusione: la letteratura, perduto il “piedistallo” delle belle lettere, in un’epoca in cui le regole del mercato sembrano avere imposto la ferrea e impietosa logica del profitto in tutti i campi della creazione artistica, appare sempre più un’appendice del mondo dei media, una piccola pista del “circo mediatico”, nel quale è assolutamente necessario fare chiasso per attirare l’attenzione, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi modo.
E fino a qui, niente di nuovo: si tratta di cosa ben nota a qualsiasi “operatore culturale”. Ciò che diverte è il tono leggero, ironico col quale la scrittrice racconta le sue esperienze personali. Come, ad esempio, nel saggio Bazar, dove l’autrice racconta i suoi bizzarri incontri nella sala d’aspetto di un’agenzia letteraria nella quale si incrociano
una nota studiosa di ragni, una studiosa di post-colonialismo specializzata sull’Indonesia, una studiosa di storia cinese, due matematiche, una musicologa che si occupa di gender studies, due filosofe, orientate anche loro ai gender studies, una cinese statunitense esperta di Confucio, una giornalista impegnata negli human rights con un manoscritto pronto sul Perù, poi l’autrice di un manoscritto sulla psicoanalisi e l’arte, una stimata esperta della vita delle alghe marine, una famosa poetessa lesbica, un’antropologa specializzata sui boscimani, una studiosa di delfini, perfino una fotografa cieca.
Qualcuno si informa a proposito del paese di origine dell’io narrante, perché un gruppo di agenti sta per partire alla ricerca di nuovi talenti dell’Europa dell’est. Alla domanda sulla destinazione di questo viaggio, l’agente fa: “Mm... Romania? Bulgaria? Devo guardare sulla mia agenda” e poi precisa: “Pensi un po’, sul mercato in questo momento non abbiamo un solo bulgaro. Lei conosce qualcuno? La cosa più importante è che sia giovane e di bella presenza!”. Al termine di questo appuntamento, la protagonista s’imbatte in una sua amica, esperta di arte e psicoanalisi. Anche lei ha fatto tesoro delle preziose indicazioni di qualche agente e vuole elargire le pillole di saggezza alla sua collega dell’Europa dell’est: “Perché se non pensi in termini di mercato nessuno ti pubblicherà il libro. Per questo ho deciso di cambiare tema. O almeno di inserire un capitolo sulla psicoanalisi e gli animali. Nell’arte naturalmente, che ne dici?”. Al che la scrittrice croata replica: “anch’io dopo il bazar ho cambiato il titolo del mio romanzo”. “In che modo?” – chiede l’esperta di arte e psicoanalisi. “Tutti i delfini della mia vita!”.
Divertente e istruttivo è il ritratto del Magnifico Buli, un grafomane di origine “esteuropea”, ma che si distingue dai suoi conterranei, perennemente tetri e scontenti, per la sua giovialità e amabilità:
il segreto del genio di Buli sta nella regolarità delle sue produzioni letterarie. Il processo letterario è prima di tutto pappa, e poi pupù. Tutto quello che Buli mangia durante la giornata viene regolarmente espulso al mattino seguente.
Il grafomane ha l’abitudine di chiamare gli scrittori di cui si nutre con i nomignoli e diminutivi (“Umbi” per Umberto Eco, “Fedja” per Fedor Dostoevskij e “Jim” per James Joyce). “Fra le vette dello spirito umano brilla anche la sua montagna. Anzi, è più grossa e più alta delle altre. Il fatto che sia formata da mattoncini di carta riciclata non dà fastidio. Una cosa del genere possono saperla solo gli alpinisti. E in ogni caso gli alpinisti non contano niente” – conclude la scrittrice.
Al tema de Lo scrittore in esilio è dedicato un omonimo saggio, scritto in uno stile molto vicino a quello de Il museo della resa incondizionata, nel quale le citazioni di grandi intellettuali esuli (ne nominiamo solo alcuni: Joyce, Gombrowicz, Brodskij, Cioran e Kundera) sono seguite dalle riflessioni dell’autrice sul tema dell’esilio, con quel carattestico rapporto di odio-amore, attrazione-repulsione sia verso la propria patria che verso quella di adozione.
Invece in Breve contributo di storia della letteratura nazionale l’autrice, che si chiede quali siano “le dieci ragioni principali per cui valga la pena essere proprio uno scrittore croato, e non di altro tipo” fa un divertente elenco di aneddoti della storia delle lettere in Croazia. Il più singolare riguarda la terrorista americana Julienne Eden, la quale, insieme al marito Zvonko Bušić, che dirottò un aereo diretto a New York, fu già negli anni Settanta protagonista di manifestazioni a favore dell’indipendenza della Croazia e che nel 1995, uscita di prigione e residente in una lussuosa villa sulla costa dalmata sotto la protezione dell’esercito nazionale, ha pubblicato il libro autobiografico Amanti e folli.
Divertente e acuto è l’accostamento delle regole del realismo socialista con quelle del “libero mercato”. Nel saggio Lunga vita al realismo socialista scrive:
l’attuale letteratura di mercato è realista, ottimista, allegra, sexy, esplicitamente o implicitamente didattica e si rivolge a grandi masse di lettori. In quanto tale essa è formativa a livello ideologico ed educa i lavoratori nello spirito della vittoria personale di qualche buono su qualche cattivo. In quanto tale, essa e soc-realista.
Mentre nel saggio Lo scrittore come referenza letteraria l’autrice ironizza sul diluvio di aggettivi roboanti delle brevi frasi, attribuite perlopiù ad altri scrittori famose, stampate sui quarti di copertina dei libri.
In tutti i saggi di Vietato leggere, che non staremo qui a elencare, lo sguardo ironico e divertito della scrittrice croata osserva il circo dei media americani (e non solo!), senza peraltro trascurare le divertenti e tragiche vicende storiche del suo paese. Evidentemente l’esule ha il grande privilegio di guardare il mondo che lo circonda con un occhio diverso, “estraneo”, e per questo vede cose che altri non vogliono o non possono vedere.

 
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