L. Losev, Iosif Brodskij. Opyt literaturnoj biografii, Molodaja gvardija, Moskva 2006.
(Recensione di Alessandro Niero)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 80-83
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Nel mare burrascoso delle pubblicazioni su Iosif Brodskij, talvolta irreperibili per l’insignificanza delle tirature o la remotezza del luogo di pubblicazione, questo volume di Lev Losev si presenta come un porto sicuro e – fuor di metafora – come uno strumento biobibliografico indispensabile per chiunque intenda avvicinarsi all’opera del premio Nobel per la letteratura del 1987.
Che Losev, con rara competenza, si occupi di Brodskij da almeno 25 anni è noto sia al brodskoved sia, forse, all’italiano curioso di cose russe, se si considera che il suo “cognome d’arte” (“Lifšic” al secolo) figura non soltanto in diffusi strumenti di consultazione come il terzo dei tomi einaudiani dedicati alla letteratura russa del Novecento (si veda “Iosif Brodskij”, Storia della letteratura russa. III. Il Novecento. 3. Dal realismo socialista ai nostri giorni, diretta da E. Etkind, G. Nivat, I. Serman, V. Strada, Torino 1991, III/3, pp. 877-891), ma anche in pubblicazioni più specialistiche (si veda “La Venezia di Iosif Brodskij: realtà d’oltrespecchio”, I russi e l’Italia, a cura di V. Strada, Milano 1995, pp. 217-225 e “Brodskij in Florence”, Firenze e San Pietroburgo. Due culture si confrontano fra loro. Atti del Convegno (Firenze, 18-19 giugno 2003), a cura di A. Alberti e S. Pavan, Firenze 2003, 121-130).
La genesi di questo libro è un po’ singolare. Da anni intorno alle poesie di Brodskij ferve un’intensa attività di commento ai singoli testi che dovrebbe costituire la base imprescindibile per una futura edizione accademica: si tratta del lavoro svolto da Viktor Kulle e Denis Achapkin (rispettivamente per i versi scritti prima e dopo il 1972, anno della forzata emigrazione del poeta) per l’atteso ottavo volume dei Sočinenija Iosifa Brodskogo (Sankt-Peterburg 1997-, il settimo volume risale al 2001!) e di quello, appunto, di Losev, che verrà collocato nel secondo volume delle opere in versi brodskiane di prossima (e altrettanto attesa) uscita nella collana Biblioteka poeta diretta da Aleksandr Kušner. Quella che per Losev doveva configurarsi come un’ampia introduzione alla opera e alla vita di Brodskij si è imprevedibilmente – e, direi, fortunatamente – trasformata nel lavoro di cui sto parlando.
Una delle principali difficoltà – se non “la” principale – che ha dovuto affrontare Losev nel redigere la sua “biografia letteraria” è l’ostilità più volte dichiarata apertis verbis da Brodskij stesso nei confronti di qualsiasi forma di biografia che non fosse quella deducibile dai suoi versi. Non è un mistero, infatti, che il poeta si augurasse di venir chiamato a giudizio non per le sue vicende biografiche, ma per le sue poesie, che di sé volesse tramandare ai posteri un’immagine filtrata dalla forza modellizzante della letteratura anziché dal pantano della vita quotidiana. Va da sé che attenersi in modo ferreo a un simile criterio significherebbe produrre l’ennesimo contributo di literaturovedenie, abbandonandosi al legittimo sogno di un’esclusiva polisemia artistica non verificata su dati concreti di fondo.
Ora, se è vero che non è consigliabile, soprattutto per il critico letterario, porre il segno di uguaglianza tra persona e personaggio lirico, non perciò è possibile prescindere totalmente dai fatti che non soltanto costituiscono la cronaca biografica di un individuo ma, pur mediati dall’operazione trasfigurante della scrittura poetica, possiedono anche una certa qual nuda e difficilmente discutibile verità. Losev si è quindi trovato in bilico tra la necessità di contemplare il divieto di Brodskij e il bisogno di ricorrere a un’ossatura di dati indispensabili perché il lavoro non fermentasse troppo direttamente su un materiale artistico che – a voler essere massimalisti – potrebbe essere considerato totalmente avulso dalla cronaca di tutti i giorni. A ciò si aggiunga, come ulteriore elemento scoraggiante, che Losev era legato a Brodskij da un vincolo di amicizia e stima che, potenzialmente, avrebbe potuto intersecare in modo infecondo il suo ruolo di studioso.
Losev ha raggiunto, si direbbe, il punto di equilibrio massimo consentito da queste proibitive condizioni di lavoro, e quando si è imbattuto in zone delicate nella travagliata vita di Brodskij ha saputo affrontarle con estremo tatto. Mi riferisco, per esempio, al complesso rapporto con Marina Basmanova, dedicataria del volume Novye stansy k Avguste (Ann Arbor 1983), dalla quale Brodskij ebbe un figlio nel 1967, al tentativo di suicidio del poeta (gennaio 1964) e, in generale, alla sua vita sentimentale su cui qualche penna meno scrupolosa potrebbe indugiare con discutibile gusto.
A onor del vero questo non è il primo tentativo di costruire una biografia brodskiana. Già il summenzionato Kulle, in “Iosif Brodskij. Chronologija žizni i tvorčestva (1940-1972)” (Mir Iosifa Brodskogo: putevoditel´, Sankt-Peterburg 2003, pp. 5-19), aveva messo in fila, in modo deliberatamente asettico, i dati biobibliografici a sua disposizione relativi al periodo “sovietico” della vita di Brodskij. Mi è, inoltre, personalmente nota la fatica con cui uno tra i maggiori esperti di Brodskij, Valentina Poluchina, sta compilando una più fitta – rispetto a quella di Kulle – cronologia della vita del poeta. I primi risultati di questo imponente lavoro sono, tra l’altro, stati messi a disposizione dello stesso Losev che, avendo collaborato al loro coordinamento ed elaborazione, ha pensato bene di includerli nel volume in questione (si vedano le pp. 323-424). A rafforzare l’impressione di un’opera “a più mani” – senza nulla togliere alla paternità indiscutibilmente loseviana del libro nel suo complesso – va segnalato come l’autore abbia potuto avvalersi (cosa del resto esplicitamente dichiarata a p. 285) dei risultati delle ricerche condotte alla fine degli anni Novanta dal canadese David MacFadyen, a cui è stato consentito un accesso massiccio al Fondo numero 1333 della Biblioteca nazionale russa di San Pietroburgo, dove è conservata la parte “russa” dell’archivio Brodskij. Correda il volume una bibliografia selezionata (pp. 432-443) di/su Brodskij, anch’essa operazione di rilievo nonché bussola per i futuri lettori, appassionati e studiosi.
Denis Achapkin, uno dei due relatori (l’altro è Jakov Gordin) intervenuti durante una presentazione pietroburghese del volume (16 settembre 2006, Museo “Anna Achmatova”), pur rilevando l’eccezionalità del libro, ha osservato che lo studioso di Brodskij non vi troverà grandissime novità. Ciò è vero soltanto in parte giacché alla produzione critica su Brodskij da sempre faceva difetto, da un lato, il carattere – che ancora oggi si incontra – divulgativo, dall’altro quello eccessivamente (e frammentariamente) specialistico; mancava appunto l’opera di elastico raccordo e di intelligente sistematizzazione che questa biografia rappresenta. Losev viene, tra l’altro, incontro anche a chi avversi l’organizzazione troppo rigida di un materiale spurio qual è una biografia letteraria. Il libro, infatti, è organizzato in dieci capitoli, a loro volta suddivisi in sottocapitoli aventi autonomia tematica, cosicché, coadiuvandosi con l’elenco dei nomi (pp. 425-431) e con le voci bibliografiche è possibile, per chi volesse, avere ragguagli e squarci anche su singole problematiche della vita e dell’opera brodskiana. Tanto per fare un esempio, Losev pone a cerniera tra il prima e il dopo 1972 alcuni capitoletti dove fa, in modo necessariamente sintetico, il punto su alcune grandi questioni: il modo in cui Brodskij intende il rapporto fra poesia e politica, il suo senso della patria, il problema della fede, la sua personale variante dell’esistenzialismo mescolata con lo stoicismo. Si tratta di pagine equilibrate, chiare, non semplicistiche né ambigue e, soprattutto, illuminanti su come la Weltanschauung di Brodskij, più che un monolite, sia un complesso conglomerato che, se si prende il fattore esistenzialismo-stoicismo, contempla Kierkegaard ma filtrato attraverso Šestov, l’assurdo di Camus ma sopportato con l’imperturbabilità di Marco Aurelio e incarnato cinematograficamente nel personaggio di Vin, interpretato da Steve McQueen in The Magnificient Seven (pp. 174-177). E se qualcuno, di fronte a un simile accostamento, dovesse storcere il naso, ricordi le pagine di “Spoils of War” (da On Grief and Reason, New York 1995) in cui Brodskij scrive che la “serie di Tarzan, da sola, contribuì alla destalinizzazione – oso dirlo – più di tutti i discorsi di Chruščev al XX congresso del Partito e dopo” (cito da I. Brodskij, Dolore e ragione, Milano 1998, p. 17). Anche se tutta novecentesca (filosofia più letteratura più cinema più cultura spicciola), una simile modalità di ricezione dell’Occidente sembrerebbe riproporre – ed effettivamente in parte ripropone – l’ennesimo caso di sklonenie na russkie nravy, tuttavia con un baricentro d’influenza che, sebbene prevalentemente occidentale e mediato da un “avamposto” culturale rilevantissimo come la Polonia (si vedano le pp. 45-47), non perciò esclude tra le letture giovanili anche i classici dell’epos antico indiano (si veda p. 47, ma anche 165 e 203). Un argomento, questo, che attende lo studioso competente in materia così come andrebbe sviluppata oltre la ricognizione dell’intreccio fra perevodnaja poezija (si veda p. 44) e poesia personale sia nell’ambito dei Lehrjahre di Brodskij sia nel periodo in cui lo stile del poeta era già ampiamente consolidato.
Di tre anni più vecchio di Brodskij, emigrato quattro anni dopo, attento all’evoluzione dell’opera del poeta sia in Urss sia negli Stati uniti, Losev è attendibile anche quando contestualizza, talvolta trascendendola, la comparsa del suo “eroe”. Richiamerei l’attenzione, per esempio, sulle illuminanti pagine dedicate alla poesia leningradese della fine degli anni Cinquanta, ricche di dati che sembrano afferire alla “sociologia della poesia” e di spunti come quello in cui Losev rintraccia nell’imagismo angloamericano un omologo dell’acmeismo russo senza peraltro alludere a forme di reciproca dipendenza.
La vulgata vuole che il quadro degli anni sovietici brodskiani risulti mosso principalmente dai clamorosi episodi dell’arresto, del processo e dell’esilio; episodi, tra l’altro, che collocano il poeta in una dimensione contrappositiva e dissenziente ab origine. Le cose stanno così, ma non integralmente. Losev opportunamente riporta, anche se in modo succinto (pp. 131-133), una vicenda non proprio universalmente nota, ossia Brodskij alle prese con la sfiancante macchina della burocrazia editoriale nel momento in cui, all’indomani del ritorno dall’esilio, si trovò a contrattare la possibilità di pubblicare un proprio libro in Urss, Zimnjaja počta. L’elenco delle poesie che avrebbero dovuto rientrare in quello che fu il primo progetto di libro curato da Brodskij alla fine del 1965 o inizio 1966 – Stichotvorenie i poemy, uscito a Washington New York per Inter-Language Literary Associates, come è noto non fu autorizzato dal poeta – figura nel terzo volume della raccolta delle opere brodskiane assemblata prima che il poeta emigrasse da Vladimir Maramzin. Se è vero che Brodskij, dopo qualche anno si riprenderà, deluso e irritato, il manoscritto del volume, non va trascurato il fatto che un’operazione di sfrondamento e riorganizzazione dei testi in vista di una eventuale pubblicazione c’era pur stata, come risulta da un manoscritto scampato al macero (si veda in proposito Anna Uspenskaja, “O pervom neopublikovannom sbornike stichov Brodskogo”, Iosif Brodskij i mir: metafizika, antičnost´, sovremennost´, Sankt-Peterburg 2000 pp. 330-335). Umanamente parlando, è comprensibilissimo che Brodskij, pur di venire in contatto con qualcosa di più dei venticinque lettori di manzoniana memoria, fosse disposto a venire incontro – almeno a livello di riduzione della mole – alle esigenze della casa editrice Sovetskij pisatel´ qualora questa avesse inteso dare alle stampe un esordiente, anche se di talento. In proposito Losev, che tra l’altro ha dedicato un articolo alla poesia che avrebbe dovuto aprire la raccolta per come l’aveva inizialmente (e irrealisticamente) ideata Brodskij (si veda “O ljubvi Achmatovoj k Narodu”, Iosif Brodskij: un crocevia tra culture, a cura di A. Niero e S. Pescatori, Milano 2002, pp. 159-181), parla giustamente (p. 131) del vedere i propri versi editi come di un’esperienza catartica: “le poesie non pubblicate è come se non fossero definitive, mentre la pubblicazione è una separazione per sempre”. (Mi sembra superfluo sottolineare come sarebbe altamente auspicabile la pubblicazione di Zimnjaja počta, magari in entrambe le varianti: sia perché ciò offrirebbe un ulteriore spaccato del Brodskij del periodo sovietico; sia perché, non sussistendo il pericolo che venga lesa la sua figura né tantomeno la sua statura, venga restituito un volto più umano e terrestre al suo titanismo antisovietico; sia, infine, perché la “voglia” di essere pubblicato non avrebbe contrastato in ultima analisi con il desiderio di consegnare la propria “presentazione”, se non “iniziale autobiografia”, ai versi).
“Tra Brodskij nella vita e Brodskij nella poesia non c’è nessuna differenza sostanziale”, scrive Losev (p. 149). Forse è per questo che il “biografo” si permette anche dei capitoletti monografici, come quelli dedicati ai poemi Isaak i Avraam (pp. 136-139) e Gorbunov i Gorčakov (pp. 140-146), che possono essere visti alla stregua di microsaggi. In merito al secondo, Losev constata una verità mai abbastanza messa in rilievo, e cioè che “nella poesia di Brodskij il cervello per lo più sostituisce il convenzionalmente poetico ‘cuorÈ del passato” (p. 141). Un’affermazione che fa il paio con quanto asserito da Losev sulla raccolta Uranija (1987), “musa della creatività obiettiva, indipendente dall’elemento emozionale”, “libro freddo nel vero senso della parola” (p. 238). Un dato, questo, che, comunque lo si voglia giudicare, è difficilmente confutabile e, anche se ciò urta qualche sensibilità post-post-romantica, attraversa in particolare la produzione dell’ultimo Brodskij con esiti straordinari (si pensi a Portret tragedii, luglio 1991), creando un territorio lirico “a bassa temperatura” abbastanza inesplorato per le lettere russe, uno spazio creativo dotato di fascino contraddittorio irriducibile alle mere categoria del gusto o della competenza tecnica (e, sia detto per inciso, sostanzialmente inedito in sede di traduzione italiana).
Uranija esce dopo l’assegnazione del Nobel, tracciando un consuntivo poetico che avrà come ulteriore consuntivo soltanto Pejzaž s navodneniem (1996), raccolta già postuma a sua volta seguita da So Forth (1996), libro costituito da autotraduzioni e in inglese e da testi composti direttamente nella lingua che, essendo ancora aperto il dibattito sulla grandezza di Brodskij in lingua inglese (si vedano le pp. 239-246 e l’essenziale contributo di Daniel Weissbort: From Russian with Love, London 2004), costringono a parlare di lingua d’adozione “soltanto” per la prosa. Losev non teme di affermarlo con formula felice: “È difficile rifiutare il pensiero che la prosa di Brodskij scritta direttamente in inglese sia una autentica traduzione in un’altra lingua, un traduzione più riuscita, più indiscutibile di tutte le traduzioni dei versi, anche di quelle fatte da lui stesso” (pp. 249-250); in altre parole, che la prosa inglese sia omogenea ai suoi russi (si veda p. 250).
Mancando una cronologia analoga a quella di Kulle per il periodo russo, la storia del periodo americano di Brodskij tracciata da Losev risulta, tra l’altro, doppiamente interessante. Non possono non leggersi con avidità (e forse qualcuno lo farà con interesse un po’ pettegolo) le pagine (pp. 197-204) su Brodskij che, da formidabile autodidatta (si veda lo sterminato elenco di letture consigliate dal “prof. Brodsky” a p. 203), si trova calato nei panni di insegnante che con assiduità quasi maniacale fa analisi del testo poetico con il piglio che poi darà le pagine mirabili su Cvetaeva (Ob odnom stichotvorenii), Auden (On “September 1, 1939” by W.H. Auden) e così via.
Oltre a saldare i pezzi sparsi delle “opere e dei giorni” in un solido impianto biografico-letterario, Losev fornisce informazioni meno diffuse e solo apparentemente marginali, come ad esempio la predilezione brodskiana per De Chirico (p. 76) che, se combinata con l’“occhio-obiettivo” del poeta (figlio, si noti, di un fotografo professionista), risulta preziosa giacché suggerisce un possibile filtro figurativo per la “metafisicità” di certi giochi di ombre e sole, di certi paesaggi urbani contagiati dalla classicità.
Quanto detto, in definitiva, fa ribadire che è lo sguardo d’insieme a costituire la vera e propria novità di questo “esperimento di biografia letteraria”, come recita il sottotitolo del libro. Le varie competenze di Losev – che è ad un tempo letterato, poeta, testimone – rendono particolarmente persuasivo questo lavoro, dando una visione complessiva del fenomeno russo-angloamericano Iosif Brodskij / Joseph Brodsky.

 
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