Otto poeti russi, a cura di A. Niero, In forma di parole 2005 (XXV), 2.
(Recensione di Massimo Maurizio)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 69-72
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La pubblicazione di quest’antologia testimonia il sempre maggiore interesse per la letteratura russa della seconda metà del XX secolo. Interesse dell’editoria, quanto meno, ma, vorrei credere, anche dei lettori, almeno dei più attenti o curiosi. Otto poeti russi è, come si evince dalla prima di copertina, una monografia uscita nell’ambito della collana In forma di parole (titolo tratto da un emistichio del XX canto del Paradiso), di lunga tradizione e nata come rivista di traduzioni.
La fascetta sulla rivista riporta il titolo della postfazione: “La persistenza della poesia dall’Urss alla Russia”. La parola “persistenza” offre il senso di questa raccolta, che è “non un’antologia. Una scelta personale, che si colloca nella dimensione del gusto di chi scrive, ma con un occhio – perché negarlo – a quanto esiste nelle biblioteche italiane: niente Iosif Brodskij, quindi […] ‘Solo’ otto talenti, quindi – Cholin, Sapgir, Rejn, Prigov, Rubinštejn, Stratanovskij, Švarc, Ajzenberg, – fra loro diversi, ma radunati sotto un titolo neutro, a cui però si vorrebbe affiancare l’accattivante dizione di ‘età del bronzo’ della poesia russa” (p. 271). La persistenza cui ho accennato fa riferimento alla fortuna e alla grande fertilità di queste poetiche nella letteratura contemporanea. Sebbene la definizione “età del bronzo” non si possa riferire direttamente a tutti i poeti dell’antologia, la maggior parte di essi appartiene indubbiamente alla definizione coniata da V. Kulakov, e l’utilizzo di essa in una pubblicazione italiana destinata, come si evince da molti particolari, non soltanto a specialisti, mi sembra che sia una consacrazione del termine, ma soprattutto dei poeti cui esso è riferito e li identifichi una volta per tutte come facenti parte a pieno titolo della storia della letteratura russa, cosa fino ad oggi non così ovvia.
Niero è un traduttore e uno studioso sensibile, molto aperto alle suggestioni della letteratura contemporanea, e la scelta delle opere che compongono questa raccolta gettano luce su un periodo della letteratura russa per molti versi ancora poco noto al lettore italiano, nonostante il contributo delle antologie uscite negli ultimissimi anni, in particolare La nuova poesia russa e La nuovissima poesia russa.
A differenza delle antologie precedente, Niero dà a Otto poeti russi un taglio scientifico, una coerenza interna, stabilendo innanzitutto barriere temporali, definite da “due avvenimenti chiave: la morte di Stalin (1953) e il crollo dell’Unione Sovietica (1991)” (p. 272); egli pone quindi come limite estremo gli ultimi battiti d’ali del cigno, un cigno questo che non è per i poeti presentati reminiscenza nostalgica di un sistema in sfacelo; essi rappresentano un insieme di voci generate da quel sistema, ma ad esso antinomiche.
L’antologia si apre con le traduzioni di I. Cholin e G. Sapgir, forse i più rappresentativi tra i poeti del gruppo di Lianozovo, alfieri di una poesia alternativa a quella dei šestidesjatniki (gli scrittori cosiddetti “arrabbiati” ma, in realtà, allineati del periodo del disgelo). Del primo sono qui presentate le poesie più concretiste, più rudi e veementi. Proprio l’aspetto di annalista sui generis, come viene rilevato nell’ampia postfazione (p. 274), è ciò che rende Cholin una figura cardine nel panorama culturale del periodo. Di quest’autore, come del successivo, viene esaltato il ruolo nel rinnovamento della lingua sovieticizzata della pubblicistica e dell’editoria, e ne sono messe in rilievo le peculiarità, contestualizzata la poesia e rilevate le difficoltà incontrate durante il lavoro di trasposizione in italiano. Proprio questo approccio per poesie come Razgovory na ulice di Sapgir dona all’antologia un impianto scientifico e una fondatezza molto convincente. Alle poesie di Cholin segue una selezione di composizioni di Sapgir, tratte essenzialmente dalle raccolte dei primi quindici anni (fino alla metà degli anni Settanta) e raccolte degli anni Novanta, queste ultime meno note, ma altrettanto importanti per comprendere il percorso artistico del grande poeta. In maniera molto coraggiosa e sicuramente veritiera Sapgir è definito “protoconcettualista” (p. 280) e, insieme a Cholin, posto come antesignano del concettualismo maturo. Anche questo fatto dimostra come “Persistenza della poesia dall’Urss alla Russia” sia un testo non solamente legato alla traduzione delle poesie, ma un commento approfondito e ponderato degli stessi, nonché un tentativo di offrire una panoramica non tanto su otto poeti, quanto su otto poetiche diversissime, pur nello spazio inevitabilmente angusto della trentina scarsa di pagine con traduzione a fronte, dedicate a ogni autore.
Anche i testi di E. Rejn, “poeta dell’erosione” (p. 288), che si situa in queste pagine tra i lianozovcy e il concettualismo vero e proprio, abbracciano un periodo ampio della sua attività poetica, presentando parimenti versi liberi e versi “tradizionali”. La scelta operata testimonia in generale una notevole capacità di “sintesi nella selezione” delle opere da tradurre, che, pur nello spazio ridotto cui si è fatto cenno, offre una rassegna abbastanza esaustiva dell’opera di ciascuno dei protagonisti del libro.
A Rejn fanno seguito D.A. Prigov e L. Rubinštejn, riguardo ai quali vengono proposte considerazioni per nulla banali sulle caratteristiche generali del concettualismo russo, sottolineando il carattere rivoluzionario di questa poetica troppo spesso liquidata come avanguardia pura (la poesia di Prigov è definita come “attentato allo status della letteratura”, p. 293); questi particolari, a mio avviso, suffragano l’idea di una pubblicazione di ampio respiro, rivolta non soltanto a un pubblico di “addetti ai lavori”. Le traduzioni delle poesie prigoviane mettono in risalto ancora di più la perizia traduttoria di Niero, non tanto per la difficoltà dei testi in sé, quanto per la capacità del compilatore di rendere tutti gli elementi formali e semantici di questa poesia (di non facile comprensione, nonostante l’apparente banalità), per la quantità di contesti e sottotesti che dischiude e implica. Interessante a questo proposito la resa del celeberrimo Milicaner come Pulotto (p. 137); l’uso in italiano di una forma estremamente popolare, quasi dialettale ha in questo caso una connotazione molto vicina a quella di Milicaner, con la sua aura di divinità alla rovescia. Un altro momento interessante è la traduzione di Vtoroe banal´noe rassuždenie na temu: byt´ znamenitym nekrasivo [Seconda riflessione banale sull’argomento: essere rinomati non è bello], in cui il giambo tetrapodico, verso tradizionale della letteratura russa, è reso acutamente con l’endecasillabo (p. 127). La paternità della citazione del titolo viene inserita nel testo, a differenza di quanto figura nell’originale:
Se sei, mettiamo caso, rinomato
Allora – come scrisse Pasternàk –
“Essere rinomati non è bello”.
L’attribuzione della citazione rende alla poesia prigoviana la citatnost´ (senza la quale risulterebbe spogliata di una caratteristica fondamentale) evitando però di appesantirla con note (che in altre traduzioni figurano a piè di pagina). Nella stessa poesia non viene messa in luce la paternità della famosa affermazione di Dostoevskij “krasota spaset mir” [la bellezza salverà il mondo; qui semplicemente come “krasota spaset”], forse per l’incompletezza della stessa e la minore rilevanza nell’economia dei versi. Inoltre, due inserzioni autoriali in una poesia di volume ridotto come questa avrebbero significato sovraccaricarla in maniera innaturale. Nella postfazione, peraltro, il rimando a Dostoevskij è segnalato.
Questa sezione è forse una delle più riuscite e complete, anche perché “il consueto rammarico di non poter offrire una rassegna esaustiva è, nel caso di Prigov, un po’ meno assillante e, in un certo senso, meno giustificato, dal momento che gli exempla qui trascelti si suppone servano a illustrare la coerenza di metodo più che la brillantezza di ‘risultati’” (p. 294). La traduzione di Prigov risulta più completa di altre proprio in virtù del senso pratico (illustrazione di una teoria) della scrittura concettualista in generale e di quest’autore nello specifico.
Niero, citando A. Letcev (p. 342, nota 101), mette in relazione le poetiche di Prigov e Rubinštejn come “etica” (Prigov) vs. “gnostica” (Rubinštejn), sottolineando la dicotomia tra la poesia tradizionalmente intesa e l’opera di Rubinštejn, che viene esaminata in maniera approfondita nella postfazione con un ampio excursus, rilevando l’importanza che ha avuto per il concettualismo, ma anche per i periodi successivi e per l’evoluzione della lingua letteraria in generale. In traduzione viene presentata soltanto l’ampia Elegija [Elegia], che, come viene detto (p. 308), serve da conferma e dimostrazione pratica di ciò che viene spiegato dal compilatore. Ancora una volta si ha l’impressione che l’ampio articolo conclusivo e le traduzioni si completino a vicenda, divenendo quindi parte di un progetto che va ben al di là di una semplice antologia.
Alla “sezione moscovita” segue quella leningradese, rappresentata dalle liriche di S. Stratanovskij e E. Švarc, ma ancora una volta con un’utile “avvertenza alla lettura”: “per inciso va detto che simili calembour [la ‘storpiatura’ di ovoščebaza (zona magazzino ortaggi; trad. A. Niero) in ovoščebaba (donna magazzino ortaggi; trad. A. Niero) della poesia Gerostraty], costituendo la parte più appariscente del moderato sperimentalismo di Stratanovskij e del suo ludismo linguistico non fine a se stesso, valgono come conferma della sua pietroburghesità (peraltro segnalata fin dai primi responsi critici) e attestano la specificità dell’‘avanguardia ’ pietroburghese, ‘ammantata – a detta dello stesso Stratanovskij – di una patina museale’” (p. 311). Questa differenza, a mio avviso sostanziale, tra il “testo moscovita” e il “testo pietroburghese”, è tenuta in poco conto anche dalla critica russa. È essenziale fissare chiaramente le direttive di una e dell’altra corrente, non solo ad uso di chi si avvicina alla lettura di questi testi da ‘profano’.
Di E. Švarc viene messa il luce la tendenza a fare poesia dell’io, rifuggendo la sociologia anche quando essa, alla fine degli anni ’80, era molto in voga (p. 319). In un primo momento può lasciare perplessi la scelta di tradurre la poetessa pietroburghese in versi liberi, quando una delle sue caratteristiche più interessanti è il metro, estremamente duttile e straordinariamente inusuale. Rileggendo le traduzioni ho però dovuto ricredermi: il traduttore ha, sì, ignorato la struttura dell’originale, ma è riuscito a dare una versione che è pari a quella russa per precisione di vocaboli e profondità poetica. Chi vuole tradurre la Švarc (una delle poestesse più difficili di tutta la poesia contemporanea da questo punto di vista) deve optare per uno di questi due momenti, e Niero ha scelto il significato e l’essenza intima, peraltro senza tralasciare assonanze e richiami sonori interni molto raffinati (“Il popolo pietroburghese morto / si avviticchia, nevischio, tra i vivi, / fluttua, pesce in frotta, in fregola / per l’alto dei suoi vicoli”, p. 205), e trasferendo su di essi il ruolo di elemento organizzatore del ritmo del componimento. Mi pare che questo mutamento di prospettive in italiano renda in maniera molto adeguata il senso della poesia e le sensazioni che essa suscita, tenendo conto del lettore della lingua d’arrivo, meno avvezzo alla poesia in rima. Per Prigov, Stratanovskij o Cholin, e, in misura minore, per Sapgir essa ha significato di per sé, diventando banale e primitivizzando, a livello di percezione immediata, l’opera poetica; per questi autori, quindi, la rima ha un senso precipuo per l’opera nel suo complesso. Nel caso della Švarc invece questi elementi possono essere sostituiti con altri, che rendono ugualmente il senso intimo del verso, costruito su richiami e voci, su allusioni e rimandi, come dimostra egregiamente la traduzione di queste poesie.
Conclude l’antologia M. Ajzenberg, attento osservatore e primo critico e studioso di molti dei poeti qui rappresentati (si veda per esempio il suo importantissimo “Nekotorye drugie”, apparso per la prima volta sulla rivista Teatr, 1991, 4, pp. 99-118). La sua concezione della poesia presenta un legame diretto con i testi scelti per Otto poeti russi, come sottolinea Niero nella postfazione. La poesia è per Ajzenberg espressione criptica, interpretabile, ma non in maniera univoca. Queste caratteristiche emergono anche dalle sue liriche, evocative e astratte, eteree e reali al tempo stesso; esse sono segno di un particolare “ermetismo”, che mantiene “un’estrema esattezza di dizione”, “neoclassiche” e al contempo “assomiglianti a perfette traduzioni di un importante originale di cui, persino al poeta-traduttore siano miracolosamente pervenuti soltanto i lacerti. Nella rifinitezza degli enunciati si percepisce, insomma, la fatica della favella (reč´) strappata al silenzio” (p. 329).
Non so se, scrivendo queste righe, Niero pensasse anche a se stesso, ma di certo “l’estrema esattezza di dizione” e la capacità di strappare i versi all’indifferenza degli studiosi è una caratteristica del curatore di quest’antologia. Come dimostra chiaramente il risultato, per lui tradurre è vivere la poesia e restituirla attraverso l’interiorizzazione e l’esperienza della poesia stessa. Anche laddove il risultato sembrerebbe migliorabile (parlo di singoli punti, che si perdono in un quadro grandemente armonioso), la sensazione che resta è di grande forza e omogeneità di ogni singola parola e, contemporaneamente, dell’opera nel suo complesso, vista come unità indivisibile. In questo contesto, anche la pluricitata postfazione lascia il gusto di una raffinata opera scientifica, estremamente profonda, frutto di un lungo lavoro meticoloso (258 rimandi per settanta pagine si commentano da sé), scritta con un linguaggio che scivola via naturalmente leggero e fruibile da chiunque, tanto dallo studioso, quanto dal curioso che non conosce il russo. Questa è un’opera che lascia l’amaro in bocca solo nel vederla terminare troppo presto.

 
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