“Vozduch: la rivisitazione delle riviste e il librarsi dei libri”
(Recensione di Massimo Maurizio)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 64-69
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Una nuova rivista di poesia in Russia stupisce poco: poeti e scrittori ce ne sono in abbondanza e anche le pubblicazioni non mancano. Vozduch [Aria] è però particolarmente interessante come ulteriore tappa di un progetto che ha avuto un ruolo di primo piano nella formazione della “nuovissima poesia russa”: il “progetto Vavilon”. Il 21 marzo di quest’anno (Giorno mondiale della poesia, proclamato dall’Unesco) è stata presentata questa nuova rivista (il secondo numero è uscito a settembre) che rappresenta un superamento delle posizioni precedenti, pur mantenendo in alcuni aspetti una linea di continuità: per Vavilon era essenziale il principio anagrafico (i poeti della giovane generazione), mentre ora la linea editoriale e le finalità, esposte nell’articolo Vmesto manifesta [In luogo di manifesto] del redattore D. Kuz´min, sono definite diversamente:
La pratica editoriale e di pubblicazioni esistente lascia l’impressione che le divergenze estetiche e culturali tra scuole e correnti vengono messe involontariamente in secondo piano rispetto alla massiccia offensiva di testi inerti, che non comunicano nulla di nuovo né di importante, ma che vengono semplicemente costruiti su modelli ben conosciuti e testati innumerevoli volte.
Per questa ragione abbiamo scelto un tipo di pubblicazione che implica le difficoltà maggiori, sovrapartitico, che mira ad abbracciare l’intero campo di azione e faremo tutti gli sforzi affinché (come è già successo con i recentissimi progetti russi nell’ambito della poesia) dopo i primi passi il progetto non inizi a sbilanciarsi verso qualche tendenza, scegliendo testi che non sono importanti da una parte del campo d’azione non tenendo conto al contempo dei caratteri importanti di un altro (p. 122).
Ogni numero si apre con una citazione (inesatta) tratta da Četvertaja proza [La quarta prosa] di O. Mandel´štam: “все стихи я делю на разрешенные и написанные без разрешения. Первые – это мразь, вторые – ворованный возух” [distinguo i versi tra autorizzati e scritti senza autorizzazione. I primi sono lordura, i secondi aria rubata]. L’“aria rubata” è per il poeta pietroburghese il dovere morale di scrivere nonostante l’impossibilità di farsi sentire. Per Vozduch, essa è lo spazio che la poesia riesce a ricavare per sé nel mondo contemporaneo, il tempo rubato ad altre attività, ma è anche il senso dell’effimero e della necessità della poesia.
Per il redattore della rivista, essa dev’essere innovazione; a Kuz´min si può rimproverare in questo senso un certo ostracismo nei confronti di chi si attiene a schemi desueti o semplicemente collaudati, ma questo è uno dei tratti caratteristici tanto di Vavilon, quanto anche dei progetti che egli promuove. La tendenza non soltanto e non tanto all’avanguardismo, ma anche all’innovazione nel senso più ampio del termine, indipendentemente dal “come” si affronti questo discorso, e a un soggettivismo forse inevitabile lo porta a scartare l’opera di alcuni, in favore di coloro che secondo lui portano istanze autenticamente nuove sulla scena letteraria. Non credo che questo fatto sia negativo di per sé: qualunque scelta editoriale è di per sé soggettiva e parziale, dipendente da molti fattori: il gusto del redattore capo, del comitato di redazione o dell’editore, che inevitabilmente influiscono sulla scelta del materiale, nel momento in cui questo non sia “classico” e testato sul mercato come valido o proficuo. Inoltre, la scelta di una soggettività ricercata e voluta è segno dell’approccio caratteristico di Kuz´min, della sua tendenza alla provocazione.
Vozduch è divisa in sezioni, i titoli delle quali sono legati al concetto di aria: si apre con la sezione Kislorod [Ossigeno], dedicata da uno scrittore ad un altro scrittore (nel primo numero S. L´vovskij scrive a G. Ajgi, recentemente scomparso, nel secondo V. Šubinskij a O. Martynova), alla quale fanno seguito tre sezioni poetiche dal titolo Dyšat´ [Respirare], ad ognuna delle quali segue un’unità di prosa, Perevesti dychanie [Tirare il fiato]. Queste sei parti costituiscono il nucleo della rivista. Seguono poi Na odin vydoch [D’un fiato], Otkuda povejalo [Da dove ha soffiato] e Dal´nym vetrom [Da un vento lontano], riservati a rispettivamente a versi “brevissimi” (minimalisti o haiku), a versi di poeti russi della provincia e a scrittori stranieri in traduzione.
Concludono le sezioni gli articoli di letteratura, raccolti in Atmosfernyj front [Fronte atmosferico], i questionari sulla letteratura sottoposti ad autori diversi di Ventiljator [Ventilatore] e Sostav vozducha [La composizione dell’aria], curato da D. Davydov e che consta di brevi recensioni delle pubblicazioni più recenti. Chiude il numero Kto isportil vozduch [Chi ha inquinato l’aria], in cui il redattore commenta articoli, apparsi su altre riviste letterarie, polemici suoi nei confronti o nei confronti dei progetti di cui si fa promotore. Questa sezione giustappone ai frammenti presentati il commento di Kuz´min. Gli estratti “commentati” nel primo numero sono tratti da Voprosy literatury, Junost´ e Znamja, nel secondo c’è solo una risposta a O. Nikolaeva. Questa parte di Vozduch riprende la tradizione di alcune riviste di criticare avversari e fautori di idee letterarie (ma non solo) che non corrispondono alla linea seguita dalla rivista stessa. Kuz´min muta la prospettiva, non criticando direttamente, ma riportando articoli altrui, seguiti da frammenti, ironici e sarcastici, caustici e dissacranti. Egli non denigra l’articolo commentato, ma ne mette in evidenza gli aspetti ridicoli, le incongruenze o la non veridicità di alcune affermazioni. Da molti anni ormai l’attività di Kuz´min trova una resistenza notevole negli ambienti meno aperti alle novità, ma ben di rado le critiche assumono connotazioni “letterarie”, limitandosi spesso a constatare l’incomprensibilità o la non appartenenza alla letteratura della poesia contemporanea, senza minimamente spiegare quali siano le mancanze, ma invece scagliando attacchi e insulti vaghi, non legati alla natura artistica del prodotto criticato. Un esempio su tutti, pubblicato sul primo numero di Vozduch, è tratto da Voprosy literatury: “scorro con gli occhi i versi di una poesia, diciamo, di Kirill Medvedev, e non riesco proprio a capire che cosa ci sia di interessante (A. Rudalev)”.
Parallelamente è sorta l’omonima collana di poesia che, per problemi tipografici legati alla pubblicazione della rivista, è cominciata a uscire circa sei mesi prima del periodico, già nel 2005. Fino al settembre 2006 sono stati editi dodici libri di autori con poetiche molto diverse tra di loro: V. Blažennyj, Moimi očami [Con i miei occhi]; A. Skidan, Krasnoe smeščenie [Spostamento rosso]; G.D. Zinger, Čast´ Ce [Parte Zeta]; A. Ožiganov, Jaščero-reč´ [Lucertolese]; G. Ermošina, Krugi reči [I gironi del discorso]; S. Morejko, Tam gde [Là dove]; P. Barskova, Brazil´skie sceny. Stichi 2001-2005 gg [Scene brasiliane. Poesie 2001-2005]; A. Sen-Sen´kov, Dyročki soprotivljajutsja [I buchini si oppongono]; A. Kubrik, Drevesnogo cveta [Di color legno]; V. Poleščuk, Mera ličnosti [La misura della personalità]; A. Beljakov, Besslednye marši [Marce senza tracce]; V. Nugatov, Frilans [Freelance]. È indicativo dell’approccio all’attività editoriale di Kuz´min il fatto che non siano pubblicati nomi troppo conosciuti, come ad esempio A. Rodionov o D. Vodennikov, che godono di un ampio riconoscimento di pubblico, come anche di un notevole successo critico.
Il primo libro uscito in questa collana è Moimi očami di V. Blažennyj (Ajzenštadt; 1921-1999), la cui prima pubblicazione risale al 1980. La figura di questo autore, praticamente sconosciuto al grande pubblico, è interessante anche come ponte tra la tradizione poetica del periodo bellico (intrattenne corrispondenza con B. Pasternak, V. Šklovskij, A. Tarkovskij) e la scena letteraria della fine del XX secolo. La sua produzione comprende anche qualche poesia di carattere erotico, ma la maggior parte di essa è caratterizzata da una vena che potremmo convenzionalmente definire religiosa, legata alla tradizione ebraica del dialogo (per Blažennyj spesso critico) con Dio. Le poesie di questo filone sono per lo più epistole in versi, nelle quali il poeta depreca del destino riservato all’uomo, ma anche ai piccoli esseri della terra, che vivono una vita indegna di questo nome. Il verso di Blažennyj, pur basandosi su una metrica regolare e adottando rime per lo più tradizionali (solo di rado l’autore si abbandona al verso libero), presenta aspetti di rottura con la poesia tanto degli anni Quaranta-Cinquanta, quanto anche dei decenni successivi: il poeta predilige lo stile colloquiale e spesso infarcisce le proprie liriche di frammenti dialogici che fanno pensare ad una vicinanza, quantomeno nel senso della ricerca di una via personale all’espressione poetica, alle avanguardie del periodo del disgelo, ma anche ad autori più tradizionali, ma grandemente significativi per il tempo, come B. Sluckij. Le opere di Moimi očami, scritte in periodi diversi sono di contenuto per lo più intimistico, e riflettono le speranze e delle delusioni del vecchio poeta:
Vagherò duecento anni per venire a te incontro,
cento e duecento anni, sempre dritto, io, gagliardo
se nel mio cammino una volta Dio incontro,
Gli dirò che non ho tempo per discuter coi vegliardi… (p. 7)
Un tema che ritorna spesso è quello della morte, affrontato non senza ironia pungente; esso acquista una profondità particolare se si pensa che per l’autore il pensiero della morte non doveva avere un carattere astratto, ma al contrario doveva essere intimamente legato all’idea della propria morte incombente:
Sono i poeti quieti già,
I pugni più non mostran. Fermi,
Fan chiacchiere nell’al di là
Con larve, uccelli e con i vermi. (p. 13)
Una parte non trascurabile di questi versi tratta della tradizione letteraria classica (Puškin, Lermontov), ma anche di quella contemporanea (D.A. Prigov, L. Aronzon), il che dimostra la concezione della poesia come blocco unitario, come cammino ininterrotto tra il XIX e il XXI secolo. La figura di Blažennyj come ponte tra il periodo staliniano e quello postsovietico rende particolarmente significativa la sua presenza in questa collana e ne giustifica in qualche modo il ruolo di “apripista”.
Agli antipodi (temporali) sta P. Barskova (1976, americana d’adozione), la più giovane tra i poeti pubblicati nella collana Vozduch. Il fatto che tra le date di nascita di questi due poeti intercorrano ben 55 anni (una parte più che consistente del “secolo breve”) sembra definire due limiti temporali, frapposti tra l’oggi e quell’ieri, che continua a rimanere attuale per i poeti delle generazioni più giovani. La Barskova predilige la rima verbale o identica in un verso volutamente banalizzato, che è riflesso esteriore del contenuto delle liriche:
Non so da dove cominciare questo racconto,
E non so come si possa cominciare un qualunque racconto. (p. 7)
Questi versi, che aprono la raccolta, sono un buon esempio del sentimento dominante nelle liriche di molti poeti odierni, uno dei cui temi predominanti è l’incomunicabilità e l’incapacità di trovare parole, nemmeno per parlare di se stessi. Molti autori in effetti cercano di comprendere il proprio ruolo nel mondo di oggi, come uomini prima ancora che come scrittori; essi non sondano la realtà esterna alla luce delle loro attività e dei loro interessi, per questo molti di questi versi hanno un respiro angusto, inibito, limitandosi a essere espressione di una soffocante poesia dell’io.
Un esempio di approccio all’opera letteraria completamente differente è offerto da Krugi reči di G. Ermošina (1962), poetessa di Samara, lontana dalla vita e dal modo letterario moscovita. La sua poesia fa uso di elementi poetici tradizionali, che conferiscono alle liriche una dignità e un’austerità particolari, ma anche di artifici come rime imperfette, assonanze e consonanze, combinate con notevole perizia poetica. A dispetto di ciò che potrebbe far pensare il rigore formale e la gravità del tono, i versi sono molto intimistici ma, contemporaneamente, assai criptici, grazie a un tessuto metaforico molto marcato, in cui le immagini, estremamente originali, si sommano e si compenetrano, dando l’impressione di voler complicare di proposito la comprensione del testo. In questa lirica domina la tendenza a parlare di sé e di confinare l’espressione poetica entro i limiti (tutt’altro che angusti) dell’esperienza personale e della vita quotidiana:
Il sonno s’attacca alla mano; è la via dalla corteccia alla cute
La voce s’affretta alla fronte come un cerchio o un segno lucente,
e anche la pioggia da dietro il vetro parrebbe dare un aiuto,
non sceglie alcuna risposta che sia dell’offesa più attenta
[…]
Che cosa portare con sé, un’attesa, o forse un ritorno,
un albero l’aria, cortecce – la sera nell’acqua è sospesa
un dono, una giostra, l’assenzio, non darà più fastidio qua attorno
la limpida crepa del sole è la via da lui a te ch’è sottesa. (p. 35)
La poeticizzazione del reale non si limita alle opere in versi: in Krugi reči compaiono 18 testi in prosa, che fondono realtà oggettiva e realtà interiore nell’immaginazione poetica, dalla quale viene tratto il materiale per una visione del reale che trascende le definizioni di genere:
Gli uccelli e le nubi ruotano il paesaggio autunnale. La faccia gialla della torre incrocia la propria orbita. Nel raggio di tre miglia diveniamo parte della morte, spezzettati in repliche di doppi che ricompaiono. Dietro alla casa ci sono barrocci a lutto. L’aggressività del lavoro quotidiano non li preoccupa. La notizia di una puntura d’insetto, l’orlatura di una coincidenza sonora. (p. 17)
Questa scrittura ricorda gli esperimenti in prosa di V. Kazakov, sebbene la lirica della Ermošina sia informata da una sensibilità differente e priva della tensione alle tinte cupe, proprie dello scrittore pietroburghese. Riferendosi alla letteratura contemporanea è possibile trovare un richiamo anche alla poesia visionaria di A. Ulanov, anch’egli di Samara, ma se la metaforizzazione del mondo sensibile è un tratto comune ai due, la differenza sostanziale sta nel fatto che la scrittura in Krugi reči, come d’altronde anche i temi trattati, si mantiene su un piano molto personale. A questo riguardo è significativo Sostojania, [condizioni], un testo composto da quattro frammenti di un diario, in cui però l’autrice non presenta nulla di sé, ma soltanto emozioni, trasferite su un piano metaforico che si fa tramite e contemporaneamente codifica di queste stesse sensazioni. Essi non sono altro che la descrizione dei sentimenti dell’autrice, condotta con una tecnica innovativa che sposta il punto di fuoco su un piano che “distrae” il lettore:
17 pomeriggio, martedì
Una parabola ravvolta. La città getta una rete. Un cacciatore di correnti aeree messo da parte. Dinamica applicata degli spostamenti. Folle quattrocento di religioni orientali. Un rifiuto. Un altro rifiuto. Negazione perentoria di possibili parentesi, lacerazione dei limiti (p. 33)
Mera Ličnosti di V. Poleščuk (1957, vive a Gul´keviči, regione di Krasnodar), il primo libro dell’autore, è una piccola scelta di versi liberi molto lunghi ed eterogenei, tratti da raccolte composte tra il 1986 e il 2005. La tecnica scrittoria sembra rifarsi al concretismo degli anni Cinquanta-Sessanta, sebbene in Poleščuk traspaia una certa tendenza ad affastellare tematiche diverse all’interno in una singola composizione, mentre una delle caratteristiche del concretismo era di affrontare un solo tema per poesia, il più determinato possibile. Proprio la volontà di conciliare tendenze tradizionalmente molto lontane costituisce una delle caratteristiche peculiari di quest’opera, segnata da una liricità apparentemente inconciliabile con la materialità dei temi trattati. Proprio l’apparente incongruenza è lo strumento scelto dal poeta per conferire un carattere di universalità ad una poesia del reale, di un reale molto complesso e sfaccettato:
Scandalo alla stazione di pompaggio dell’acqua:
due su una macchina tiravano su una prostituta,
è comparso, tuttavia, un altro pretendente.
Hanno cominciato a picchiare la ragazza
[…]
Sera.
La mia giornata, pare, è trascorsa invano.
Tra gli avvenimenti se ne può ricordare uno:
la gatta ha leccato il deodorante,
non è che si è avvelenata?
No, corre per l’appartamento,
instancabile
[…]
Hanno accettato la pubblicazione all’“Inostranka”
Amo il kefir con il pane nero e il timo
Lo stomaco funziona in maniera eccellente
[…]
Hanno giustiziato Socrate 2400 anni fa,
Napoleone ha perso la battaglia di Waterloo nel 1815,
Stalin fumava sigarette “Flora della duchessa”. (pp. 90-92)
La perentoria materialità del concretismo, come anche la tendenza all’oggettivizzazione, caratteristica dei lianozovcy vengono in parte mitigate dal ricorso a incisi e commenti autoriali, appena percettibili. Gli avvenimenti del giorno e quegli storici, i dettagli (le sigarette che fumava Stalin) e la “Storia” (l’esecuzione di Socrate, la battaglia che decise le sorti di Napoleone) sembrano fondersi con particolari insignificanti (la gatta che lecca il deodorante) o fatti della cronaca nera locale (la violenza a una ragazza di strada); la “Storia” e la cronistoria, avvenimenti di sfere e rilevanza completamente diverse sono accomunate, riferendosi al titolo Bljuz [Blues], da una sensazione di tristezza sovrastorica. La stessa “omogeneità di incongruenze” affiora dal discorso sulla letteratura, in cui autori diversissimi fra loro, eroi di opere classiche e la storia personale di esponenti della cultura meno noti o quasi completamente dimenticati si fondono in un tutt’uno, come ad esempio “l’aroma delle ragazze di Turgenev”, “l’abnegazione da martire di Sonečka Marmeladova” e la figura della “folle Ksenija Nekrasova” (si veda “Ešče bliže, moja milaja. Tvoj dekabrizm” [Più vicina, mia cara. Il tuo decabrismo], p. 45.).
L’ultimo libro ad oggi pubblicato in questa collana è Frilans di V. Nugatov (n. 1972), poeta e traduttore di poesia inglese e americana. Proprio a quest’influenza si deve il suo verso prosastico e che rifugge tanto gli artifici poetici, quanto anche la poeticizzazione della realtà per fondarsi su uno stile in cui predominano ripetizioni, cifre e abbreviazioni, turpiloquio e parole straniere. Le poesie di Nugatov sono di norma molto lunghe; esse sono una sorta di flusso di coscienza scrittorio istintivo, violento, che tocca temi quotidiani (il lavoro, la gente in metropolitana, una serata letteraria), forse banali, ma molto attuali per lo scrittore che si limita sempre e solo al proprio punto di vista, strettamente personale, intimamente critico nei confronti della volgarità e dell’abbrutimento della società contemporanea, ma velato da un’ironia dissacrante che colloca il poeta sullo stesso piano ideale dell’oggetto dei suoi attacchi. La centralità del punto di vista personale marca la differenza principale con la poesia di K. Medvedev, al quale Nugatov viene spesso associato proprio per il flusso scrittorio torrentizio e il rifiuto della benché minima poeticizzazione degli argomenti affrontati; la differenza sostanziale con Medvedev risiede nel fatto che dalla produzione di quest’ultimo emerge una certa vena moralizzatrice, la tendenza a proporre un insegnamento, un punto di vista che non vuole essere dichiarazione soggettiva, ma al contrario aspira a farsi universale e assoluto. La poesia di Nugatov è invece scevra da ogni velleità didascalica, egli scrive di sé e, sembra, solo per sé, per gettare pensieri sulla carta, senza sapere dove questo lo condurrà:
non ho casa non ho registrazione di domicilio non ho cittadinanza
non ho soldi non ho ricchi paparini non ho protettori influenti
non ho un’amante milionaria non ho un amante oligarca
non ho contatti non ho una raccomandazione non ho una copertura
[…]
non ho quadri non ho libri non ho concerti non ho cd
non ho un cazzo forse sono libero forse questa è libertà forse la libertà dev’essere così ah vaffanculo forse è proprio così questo vuol dire vuol dire essere un libero del cazzo ecco cosa ne risulta essere libero ne viene fuori la libertà è cosi la libertà e tutto è libertà e nulla è libertà e cazzuta soltanto libertà e quello libero sono io e non qualcun altro e questa libertà è la mia e non è solo libertà ma la mia libertà
libertà libertà libertà
libertàlibertàlibertàlibertà-li
alleluia osanna s’è realizzato
e gloria a te signore
e gloria nei secoli. (pp. 6-8)
La tendenza al soggettivismo della scrittura, come si è visto, è caratteristica di buona parte dei rappresentanti della generazione poetica cui appartiene Nugatov, ed è segno di una concezione dello scrivere essenzialmente diversa da quella della tradizione precedente (senza con questo negarne la validità). La ricerca di una via personale all’espressione poetica in qualche caso può significare un apparente e parziale rifiuto della poesia in senso stretto e un rifarsi a modi scrittori che, almeno fino agli anni Novanta, erano estranei alla cultura russa.
Questo modo di intendere la scrittura è indice di una rilettura nuova del senso del fare letteratura, di una nuova sensibilità che rischia di “spoeticizzare” la creazione poetica stessa. È un modo empirico di testare la realtà del paese, su se stessi e con la propria penna, in primo luogo. In questo il modo di sentire di Nugatov è vicino a quello di Kuzmin; proprio la volontà di rinnovare, di spingersi oltre le convenzione della contingenza storica è la molla che spinge quest’ultimo a credere ancora oggi nella Letteratura, è lo stimolo che forse porterà a individuare dei modi di espressione nuovi, certamente non per tutti i poeti e non per ogni poetica rappresentata in Vozduch, ma la validità di una poetica viene riconosciuta soltanto a posteriori e quindi ha senso provare a spingersi anche in questa direzione, ammesso che si possa parlare di validità, originalità o di maggior o minor fecondità per la Poesia.

 
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