A. Boscolo, Le trasformazioni urbane di Varsavia nel Novecento. Una guida bibliografica, con saggi introduttivi di M. Marchi e C. Tonini, Carocci editore, Bologna 2005.
(Recensione di Leonardo Masi)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 113-115
Scarica il Pdf completo di eSamizdat 2006 (IV)
L’interesse degli studiosi nei confronti della città di Varsavia è testimoniato dalla mole di letteratura che su di essa è stata prodotta: nelle librerie della capitale polacca si possono trovare scaffali di libri vecchi e nuovi che parlano della città sotto i più disparati punti di vista. Le trasformazioni urbane di Varsavia nel Novecento di Alfredo Boscolo si concentra su venticinque testi (il più vecchio pubblicato nel 1934, l’ultimo nel 2003) in polacco, inglese, tedesco e francese, nei quali si affrontano principalmente questioni urbanistiche e sociologiche legate all’organizzazione dello spazio varsaviano (checché ne dicano gli autori, a noi la forma corretta dell’aggettivo pare “varsaviano”, non “varsaviese”). Il lavoro di Boscolo, dottorando presso il Dipartimento di discipline storiche dell’università di Bologna, deriva in parte da una tesi di laurea sulle “due Varsavie” (quella ricostruita dopo il 1945 e quella riorganizzata dopo il 1989) ed in parte anticipa una tesi di dottorato sulle avanguardie razionaliste in Polonia e in Russia [http://www.storicamente.org/02boscolo.htm].
Attraverso i testi presentati e introdotti con buona lucidità critica, il libro ripercorre la storia della capitale di quel God’s playground, come lo definisce Norman Davies, che è stata la Polonia nel corso dei secoli. Il viaggio parte dalla Varsavia di prima del 1918, “città di provincia all’Impero degli zar”, ma anche terza città più popolosa della Russia, “modello di città bi-etnica [polacchi ed ebrei] sottoposta a dominazione straniera”, nella definizione dello storico americano Stephen D. Corrsin.
Il secondo capitolo è dedicato alla Varsavia che nel 1918, dopo 123 anni, riacquista l’indipendenza e presenta una vorticosa crescita demografica fino al 1939. In esso Boscolo si preoccupa, giustamente, di presentare anche aspetti che contrastano col mito della idilliaca città belle époque, tuttora spesso propagato. Per esempio, l’autore ricorda come, all’entusiasmo per la riconquistata indipendenza, si mescolarono inizialmente manifestazioni di odio repressivo, come la devastazione e successiva demolizione della meravigliosa chiesa ortodossa di plac Saski. Ma le pagine più interessanti sono quelle in cui Boscolo presenta l’opera Warszawa funkcjonalna [Varsavia funzionale, 1934] di Szymon Syrkus e Jan Chmielewski, uno studio assai avanzato per l’epoca che si basava sulle ipotesi architettoniche funzionaliste delineate a La Sarraz nel 1928. Si tratta di un passaggio importante in quanto, come poi si mostra nei capitoli successivi, la Varsavia del periodo comunista è molto meno sociorealista e molto più legata alle teorie urbanistico-architettoniche ivi proposte tra le due guerre di quanto non si possa pensare. Nel 1945, nel neonato Bos (Biuro Odbudowy Stolicy), il più grande ufficio di ricostruzione del mondo, molte posizioni direzionali vennero occupate proprio da personalità come Syrkus e Chmielewski che decisero l’impostazione della capitale secondo i postulati dell’urbanistica moderna, coerentemente con l’opera da essi stessi iniziata prima della guerra e proseguita semi-clandestinamente durante l’occupazione nazista. Già negli anni Trenta essa aveva dato alcuni frutti, come la nascita di Wsm (Warszawska Spółdzielnia Mieszkaniowa, Cooperativa di abitazione varsaviana), volta all’edificazione di alloggi a basso costo di produzione e di affitto destinati soprattutto alla classe operaia. La tabula rasa operata dai nazisti e l’avvento del nuovo regime posero quindi le condizioni politiche per la realizzazione del progetto del gruppo di avanguardia precedentemente costituitosi. Molto interessanti sono le pagine in cui si ripercorrono le vicende e le idee che portarono alla progettazione dei singoli quartieri.
Degno di nota anche il capitolo su Varsavia durante la Seconda Guerra Mondiale, dove sono presi in esame i piani di germanizzazione elaborati dagli urbanisti collaborazionisti e la configurazione spaziale e sociale del ghetto di Varsavia. Nel capitolo sugli anni tra il 1956 e il 1989 vengono mostrati gli alti (e soprattutto i bassi) della lunga permanenza di Gomułka alla segreteria del partito e del suo successore Gierek. Fu negli anni Settanta che si accrebbero le sproporzioni nella struttura funzionale della città, con la costruzione dei quartieri-formicaio di giganteschi complessi condominiali in aree dormitorio senza nessun tipo di servizio. L’ultimo capitolo è dedicato alla Varsavia nella transizione post 1989, città sorprendente non tanto per la natura dei cambiamenti nel paesaggio urbano che presenta, ma per la rapidità con la quale questi cambiamenti avvengono. Dopo il 1989, per un certo periodo mancò una qualsivoglia regolamentazione dell’edilizia privata: si venne così a creare un “caos spaziale” al quale solo negli ultimi anni si sta cercando di dare un riassetto. In questa sezione Boscolo presenta non solo alcune analisi limitate alla Varsavia post 1989, ma anche le monografie di Stanisław Herbst sulla storia di ulica Marszałkowska, quella di Zbigniew Pakalski su ulica Nalewki e l’opera di carattere più generale di David Crowley intitolata semplicemente Warsaw.
Il libro presenta in apertura due saggi introduttivi di due docenti di discipline storiche dell’università di Bologna. Nel primo, intitolato Varsavia nel Novecento. Una città tra Oriente e Occidente, Carla Tonini riassume i passaggi salienti della storia della città nel secolo scorso. Varsavia nel Novecento: una città europea è il titolo, non meno privo di fantasia, del secondo testo, scritto da Marzia Marchi, nel quale viene presentata la capitale polacca come “culla dell’urbanistica moderna” e sono anticipati i percorsi proposti da Boscolo. Chiudono il volume, corredato anche da alcune tavole, un’appendice statistica con delle tabelle che mettono in relazione vari fenomeni demografici e urbani, e una discreta bibliografia.
Le trasformazioni urbane di Varsavia nel Novecento è senz’altro un libro ben concepito nella sua struttura, con due saggi introduttivi che nelle intenzioni dovrebbero dare il quadro prima storico poi urbanistico, sociale e architettonico, all’interno del quale prevalentemente si muove il percorso bibliografico di Alfredo Boscolo. Ma probabilmente i tre autori avrebbero dovuto dedicare più tempo alla rilettura dei propri testi, perché il lavoro, nel suo complesso, è curato in modo tutt’altro che impeccabile. Il saggio di Carla Tonini è invero ben scritto, ma vi sono lapsus del tipo “l’enorme acciaieria di Nowa Huta, vicino a Varsavia” (Nowa Huta è a Cracovia; l’acciaieria di Varsavia si chiama semplicemente Huta). Il testo di Marzia Marchi è scritto invece in una forma piuttosto discutibile, con frasi dalla sintassi contorta. Né i contenuti ci permettono di chiudere un occhio sulla forma: quello che Marchi definisce il “periodo considerato di maggior splendore in Polonia, quello fra Settecento e Ottocento” (p. 29) è in realtà il periodo più buio, quello tra la cosidetta “notte sassone” e le spartizioni che cancellano la Polonia dalle carte geografiche; Krakowskie Przedmieście, tradotto come “sobborgo di Cracovia”, è una via del centro di Varsavia. Stilisticamente più convincente è invece il testo di Boscolo, nonostante la gran quantità di refusi, ai quali va aggiunta la mancanza di uniformità nel modo di introdurre le citazioni bibliografiche, nell’uso dei corsivi e delle virgolette.
Il lavoro è comunque ricco di spunti interessanti, e il discorso è svolto in modo tale che sia il sociologo che lo storico, sia il politologo che lo studioso di architettura e di urbanistica potranno trovarvi più di uno spunto interessante. Inoltre, benché nelle pagine del libro non si parli di letteratura, la guida bibliografica di Boscolo è a nostro avviso un compendio raccomandabile a chiunque voglia approfondire i numerosi testi della letteratura polacca dei quali Varsavia è uno dei protagonisti.

 
© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli