Omosessualità e Europa. Culture, istituzioni, società a confronto, a cura di A. Amenta e L. Quercioli Mincer, Lithos, Roma 2006.
(Recensione di Leonardo Masi)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 89-92
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Il convegno internazionale Omosessualità e Europa, svoltosi a Roma il 29 e 30 novembre 2005, e il volume che ne ha raccolto gli atti a breve giro di stampa si collocano contemporaneamente a due importanti crocevia. Il primo riguarda quello che si suole definire, come piace ai direttori di testata, “costume e società”: il libro appare poco dopo le scandalose repressioni in Polonia di manifestazioni pacifiche contro razzismo e omofobia e poco prima del dibattito sui pacs in Italia, e gli interventi dei relatori non mancano di sottolineare recenti fatti di cronaca e le implicazioni più attuali di un discorso sull’omosessualità. L’altro crocevia è quello, di interesse più strettamente accademico, che riguarda l’approccio e la metodologia dell’analisi dei fenomeni letterari: in questo senso Omosessualità e Europa è uno dei primi consapevoli esempi di cultural studies e di gender studies italiani. L’introduzione di Alessandro Amenta e di Laura Quercioli Mincer sottolinea la novità di tale approccio, anzi in certi punti pare quasi un manifesto di un nuovo (da noi) modo di accostarsi ai fenomeni culturali:
Il comune denominatore è costituito dall’approccio culturologico e sensibile agli aspetti di genere, metodologie da noi ancora scarsamente diffuse, ma ormai al centro della riflessione scientifica in altri paesi europei e in Nordamerica. Riflettere sul genere e sul queer significa riconsiderare concetti come identità, sessualità, maschilità, femminilità, omosessualità; significa decostruire queste nozioni e queste teorie, analizzandone motivazioni e conseguenze, scardinandone il supposto carattere universale, neutrale, naturale, e mostrando invece la fattura connotata, localizzata e situata di ogni sapere; significa divenire consapevoli degli interessi e dei rapporti di potere che sottendono la produzione della conoscenza e le sue implicazioni con la costruzione della soggettività degli individui; significa infine cercare di riscrivere questi concetti in una dimensione attenta alla differenza, alla fluidità, alla mutazione (pp. 14-15).
Il discorso sui women’s and gender studies in Italia è più avanti approfondito nell’intervento di Maria Serena Sapegno (pp. 59-70) che ne traccia la storia e gli sviluppi nel nostro paese e, con esemplare chiarezza, crea ordine nella terminologia di un approccio da noi non solo poco praticato, ma anche poco conosciuto. Interdisciplinari per definizione, gli studi di genere, che si incontrano con la ricerca multiculturale e postcoloniale mettono in pratica una “definizione allargata di conoscenza” che ha lo scopo di facilitare “la promozione di una coscienza europea” (p. 67). E qui i crocevia si incrociano a loro volta e si chiarisce il senso del titolo dato al convegno. Un titolo “sottilmente trasgressivo” e forse anche “volutamente provocatorio”, scrive Paola Colaiacomo (p. 55), che nota come gli organizzatori abbiano giustamente evitato l’abusato termine “identità”: infatti le politiche identitarie “sono ambigue perché conformiste” (p. 57), osserva l’anglista, riprendendo un discorso pasoliniano.
Il libro è diviso in tre sezioni. La prima di esse presenta brevi interventi di esponenti del mondo politico e associazionistico (Franco Grillini, Imma Battaglia, Luigi Nieri, Mariella Gramaglia), la cui presenza, pur non aggiungendo in questa sede molto a quanto sia già stato detto sull’omosessualità dal punto di vista concettuale, dimostra l’importanza che il convegno romano ha avuto anche al di fuori dell’ambito accademico. La sezione presenta inoltre una relazione di Claus Nachtwey (responsabile dell’Ufficio per gay e lesbiche presso il dipartimento dell’educazione, della gioventù e dello sport del senato di Berlino) sull’uguaglianza dei diritti GLBT in Germania.
Con la seconda sezione, denominata “Incroci”, si entra in questioni più accademiche e questa parte avrebbe forse potuto più delle altre mettere a rischio l’organicità del lavoro nel suo complesso, in quanto qui si aggiunge sulla bilancia una questione non da poco, come quella dell’ebraismo. Tuttavia, il testo di Laura Quercioli Mincer, Silenzio e grido. Ebraismo e omosessualità in Giorgio Bassani e Julian Stryjkowski, si rivela non solo un ottimo intervento, ma una chiave di volta di tutto il libro. In esso l’autrice affronta due testi della letteratura italiana e polacca nel loro genere emblematici, Gli occhiali d’oro di Bassani e Milczenie [Silenzio, pubblicato in eSamizdat 2004, 3, pp. 159-184] di Stryjkowski, per mostrare – e qui sta la parte più interessante del contributo – come “i due pur diversissimi scrittori coniughino la propria ambiguità di risposta rispetto all’identità sessuale ‘deviante’ con una mancanza di chiarezza o addirittura con un rifiuto di sostanza rispetto al mondo ebraico; proprio la fallimentare o problematica identificazione con l’ebraismo andrebbe in maniera quasi paradossale a coincidere con la difficoltà di accettazione della diversità sessuale” (p. 87). La scelta tra Auschwitz e Israele (per dirla con Hans Mayer, autore della monografia I diversi) diventa in sostanza una scelta tra “l’incubo interiorizzato di una parità illusoria del genere umano” e “la messa in discussione del discorso dominante, il riconoscimento e la presa di responsabilità nei confronti della propria e altrui diversità esistenziale”. Si noti che il testo citato di Mayer, nel quale si analizzavano contemporaneamente tre aspetti della diversità (donna, ebreo e omosessuale), uscì in Germania nel 1975 ed in Italia nel 1977. Ciò nonostante, solo negli ultimi anni (in particolare nell’ambito dei cultural studies) si sono riprese le fila del suo discorso troppo a lungo considerato tabù. L’altro “incrocio” ebraismo-omosessualità è nell’articolo del giovane Gianpaolo Derossi, incentrato su due ondate migratorie (1903-1914 e 1918-1924) dall’Europa orientale in Palestina, particolarmente importanti dal punto di vista culturale, con le quali si venne a creare una nuova immagine del maschio ebreo: il sionismo, quindi, come rivoluzione erotica, che poi darà i suoi frutti nella letteratura israeliana specialmente con l’opera di Yotam Reuveny. Oltre ai citati testi di Paola Colaiacomo e Maria Serena Sapegno, la sezione comprende un sensibile e competente intervento di Sonia Sabelli dedicato alla scrittrice slovacca “migrante” Jarmila Očkayová.
La terza parte, introdotta da Luigi Marinelli, si concentra sull’“Altra ‘Altra Europa’”, cioè sui diversi rapporti di Russia e Polonia con l’alterità. Ne fanno da cardine gli articoli di Andrea Lena Corritore e Alessandro Amenta che, pur non addentrandosi in questioni strettamente letterarie, forniscono un quadro preciso ed esauriente, indispensabile per chi voglia capire alcune questioni legate al rapporto delle culture russa e polacca con la percezione del “diverso” (questioni che nella letteratura e nel cinema hanno lasciato non poche tracce ed altre ancora ne lasceranno).
Lena Corritore ripercorre gli albori del movimento gay in Russia, nato per forza di cose “in contrapposizione al potere-partito che, in qualità di garante della cultura egemone, negava il diritto di esistenza agli omosessuali” (p. 148). L’articolo presenta anche un’interessante mini-rassegna iconografica con vignette satiriche e copertine delle prime riviste gay in Russia (all’inizio degli anni Novanta).
Quasi una preistoria di quanto narrato da Lena Corritore, il contributo di Giampiero Piretto Oscar Wilde in Russia: il principe e il monaco (pp. 132-144) affronta in realtà non tanto la figura del dandy inglese, ma quella di un suo omologo russo, il principe Feliks Jusopov. Alla luce del “caso Wilde” Piretto ripercorre lo scontro nella Russia post-1905 tra impero e rivoluzione, le cui personificazioni erano appunto Jusopov e Rasputin, che alla fine verrà ucciso per mano del principe, “nel tentativo, ingenuo e aristocratico [...] di risolvere i mali dell’impero eliminando fisicamente una della cause più appariscenti dello scandalo” (p. 136).
L’articolo di Alessandro Amenta ci riporta nella Polonia dei giorni nostri. Nel contributo sono riportati dati numerici molto significativi, scelti e accostati tra loro in modo intelligente. Per citarne alcuni: nel 2005 l’89% dei polacchi riteneva l’omosessualità come una deviazione dalla norma (tollerabile per il 55% degli intervistati); per il 42% degli intervistati, agli omosessuali doveva essere proibito per legge di avere rapporti sessuali. Dopo aver presentato un quadro dell’odierno contesto polacco, Amenta analizza i meccanismi strategici della prima campagna di sensibilizzazione contro l’omofobia in Polonia nel 2003, il cui principale strumento erano fotografie di coppie gay e lesbo sorridenti ed una scritta: Niech nas zobaczą [Che ci vedano]. Una campagna la cui strategia era di mostrare la “normalità” della “diversità”. Pur ammettendo che, visti i presupposti, un’altro tipo di campagna sarebbe stata impensabile nel contesto polacco, l’autore nota come la scelta degli organizzatori sia un esempio di quello che Gayatri Chakravorty Spivak chiama “essenzialismo strategico”, cioè una semplificazione dell’identità collettiva “efficace nella pratica socio-politica, ma non legittimata sul piano concettuale” (p. 176).
L’articolo del polonista Andrea F. De Carlo accosta i percorsi ed i destini di due scrittrici come Sofija Parnok e Maria Komornicka, apertamente lesbica la prima, “oltre la sessualità” la seconda. Sullo sfondo di un periodo letterario incline ad androgini e donne-vampiro, l’autrice russa e quella polacca si ribellano alla “legge del padre” e ad una figura di donna vulnerabile e passiva per imposizione della norma sociale.
Infine, l’italianista polacca Małgorzata Zieja confronta i “processi di costruzione di sé nella narrativa italiana e polacca della nuova generazione”, soffermandosi su due eclatanti coming out: quello di Pier Vittorio Tondelli in Italia negli anni Ottanta e quello, recentissimo, di Michał Witkowski, autore del bestseller Lubiewo. Zieja individua nella prosa italiana un percorso della figura del gay da “depresso-oppresso” a “felice”, percorso comune alla prosa polacca, anche se in questa “la condivisione sessuale non è vissuta come scoperta individuale [ma] riguarda piuttosto il problema dell’accettazione sociale e di conseguenza è una specie di ricerca di riconciliazione con la cultura e con la tradizione polacca” (p. 218).
L’articolo di Błażej Warkocki in appendice è una vera e propria ciliegina sulla torta, in quanto da un lato propone, servendosi del racconto di Poe La lettera rubata, una serie di “sguardi” possibili al “segreto omosessuale”, dall’altro integra quanto scritto da Zieja e, sull’esempio del maestro German Ritz, va a ravvisare le fila di un discorso omosessuale – a lungo intonso dalla critica – nelle opere dei “classici” come Iwaszkiewicz, Gombrowicz, Andrzejewski: l’omosessualità nel cuore stesso e alla base del canone letterario polacco.
La scelta di inserire il testo di Warkocki, apparso nel volume Kanon i obrzeża [Il canone e i margini], uscito in Polonia nel 2005 e qui tradotto da Amenta, si rivela una felice nota conclusiva per un libro al quale, come detto, gli autori hanno saputo dare un messaggio sociale, ovviamente, ma anche scientifico molto chiaro. Certo, lo sforzo di connotare l’opera quasi come fosse un manuale di teoria dei cultural studies porta forse ad un uso troppo reiterato di termini come “decostruzione”, “costruzione” “strategia”, “tattica” e così via. Tuttavia non v’è dubbio che il testo rappresenti ad oggi un fondamento per la storia dei gender and cultural studies in Italia, non solo per gli slavisti. Così come il convegno, anche il libro Omosessualità e Europa, grazie al lavoro di Alessandro Amenta e Laura Quercioli Mincer e al contributo del comune di Roma, è un prodotto ottimamente curato, nel quale la qualità degli interventi resta costantemente alta. Tra i molti meriti degli organizzatori-curatori c’è quello di aver coinvolto sia maestri come Marinelli, Piretto, Colaiacomo e Sapegno, sia giovani laureati e dottorandi che si sono dimostrati poliedrici, competenti e sensibili. Omosessualità e Europa è insomma un’ottima miscellanea di studi ed un bel libro che invita al rispetto e alla comprensione.

 
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