P. Giedrowicz, Bessa~Lala, Wydawnictwo Dolnośląskie, Wrocław 2005
(Recensione di Leonardo Masi)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 57-58
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La presentazione dell’editore sulla copertina di Bessa~Lala descrive così il romanzo: “una miscela esplosiva di sesso, magia e delitti in un romanzo sulla Polonia nel tempo della trasformazione”. Se la suddetta “miscela esplosiva” può far pensare a una letteratura commerciale di bassa lega, il richiamo alla Polonia nel tempo della trasformazione si preannuncia come elemento di novità. Dopo il 1990 si è prodotta tanta letteratura, talvolta pregevole, ma i nuovi scrittori polacchi hanno mostrato di preferire una fuga dal proprio tempo e dal proprio spazio storico: chi si è rifugiato nelle “piccole patrie” dei monti Beschidi (Stasiuk), chi in mondi paralleli (Tokarczuk), chi si è allontanato fisicamente dalla Polonia (Filipiak e, in parte, Gretkowska), chi è andato a ripescare le proprie storie nel passato (Chwin, Huelle). Soltanto la generazione successiva è tornata allo spazio urbano vissuto quotidianamente nelle sue sfaccettature.
Dobbiamo dare quindi innanzitutto atto a Giedrowicz (1968) di avere cercato di districarsi tra i problemi, le ansie, i rapporti interpersonali dei trentenni polacchi all’indomani della caduta del muro. Un romanzo generazionale, quindi? No. Hubert, il protagonista del romanzo e alter-ego di Giedrowicz, è individualista per scelta e per forza e, d’altronde, nel mondo di Bessa~Lala non si rappresenta una generazione compatta, ma una serie di individui – pur coetanei – alla deriva. Il parallelo con l’Odissea è automatico: riconquistata la libertà, Ulisse-Hubert, nella prima parte intitolata Bessa, deve ritrovare la sua patria. Ma diversamente dall’eroe omerico, che a un certo punto si diparte da Circe, Hubert, nella seconda parte (Lala), resterà prigioniero di una donna-strega fino a soccomberne.
Più che da capitoli, Bessa è costituito da racconti a sé stanti che narrano vari episodi della vita di Hubert, tra feste a base di alcol e droga, incontri con uomini illustri della odiata warszawka, visioni che virano improvvisamente verso il pulp. Particolarmente riuscito ed emblematico mi è sembrato l’episodio intitolato Mała kabala, nel quale vediamo Hubert decidere di collaborare col periodico Proca. Pieno di ammirazione nei confronti della rivista-simbolo del “cattolicesimo votato all’offensiva, che radunava attorno a sé mistici, anticomunisti, nonconformisti ed eccentrici” e che si era conquistata una posizione autorevole tra gli intellettuali polacchi, Hubert decide di unirsi alla redazione e di “lavorare per un cambio qualitativo nella mentalità di tutta la generazione”. Ma in breve tempo si troverà ad essere accusato dalla redazione di complottare contro di essa, in una scena kafkiana che ritrae improvvisamente gli intellettuali di Proca sotto tutt’altra luce: paranoici “pseudocattolici”, la cui filosofia “non vale una libbra di merda”. Così la moda per Proca passa, e con essa un’altra speranza se ne va per gli intellettuali conservatori come Hubert/Giedrowicz. Il riferimento alla rivista Fronda (e in parte anche a BruLion) è evidente ed anche attinente. Scritte ben prima dell’arrivo al potere dei fratelli Kaczyński, queste pagine rivelatesi profetiche ricostruiscono il background mentale degli ex-oppositori al regime approdati a posizioni ultraclericali, un po’ xenofobe e con un’innata propensione a vedere complotti ovunque.
Oltre all’episodio citato, Bessa è infarcita di personaggi che rimandano ai protagonisti della vita culturale della warszawka e che fanno del libro di Giedrowicz un vero e proprio romanzo a chiave. Il frequentatore della letteratura nuovissima riconoscerà senza molti problemi i personaggi rappresentati in queste pagine, visto che l’autore non si preoccupa più di tanto di cammuffarne il nome: Gawel Wąsik è il critico Paweł Dunin-Wąsowicz, proprietario della casa editrice e della rivista Lampa, Dorota Masłowska è Dorotka Plotka e Jarosław Lypszyc è Leon Cipczyc. Ma al di là del fatto che questi personaggi, del resto marginali, abbiano o no un’alter ego fuori dal romanzo, la loro presenza in Bessa~Lala serve all’autore per dichiarare la propria totale estraneità (il maligno dirà: suo malgrado) non solo al bel mondo degli affermati romanzieri quarantenni, ma anche ai salotti underground (l’ossimoro è solo apparente) della capitale polacca. Nota bene, quella di Giedrowicz, nato nel 1968, è una generazione a metà tra quella di Stasiuk e quella della Masłowska ed è molto difficilmente caratterizzabile. Come il suo omerico personaggio anche Giedrowicz pare, in questa sua ricerca di un approdo letterario, rifiutare decisamente quello che gli offrono gli autori più vecchi e quelli più giovani di lui, perseguendo una terza via.
Sullo sfondo urbano, (a)sociale, (dis)umano e (a)culturale tracciato nella prima parte, nella seconda metà del romanzo Giedrowicz costruisce la storia di una relazione tra Hubert e una studentessa-poetessa di nome Liliana. L’idillio iniziale (talvolta narrato nella convenzione della letteratura pornografica) vira ben presto verso una tonalità decisamente scura, come in un vortice che trascina il lettore in un’angosciante spirale verso il buio totale. I presagi di morte e dannazione che compaiono fin dall’inizio della relazione (Liliana incarna la donna demoniaca dalla bellezza malata, corrotta e corruttrice) si realizzano nel finale del romanzo. Hubert, ormai praticamente autodistruttosi e malato di Aids, viene accoltellato da due teppisti e, nel capitolo finale, assiste al proprio funerale.
Se la prima parte aveva il suo punto di forza nel guizzo grottesco, ma risultava tutto sommato una raccolta di racconti isolati (ed in effetti sotto questa forma i vari capitoli di Bessa~Lala erano apparsi in un primo momento), la seconda è narrativamente più coerente, ma rischia di scivolare nel patetismo di un vittimismo alla lunga fastidioso e trova i suoi momenti migliori solo nelle scene che molto devono all’Houellebecq “erotico” delle Particelle elementari. In Bessa~Lala vi sono alcune situazioni narrative efficaci, descrizioni suggestive, passaggi di alto livello stilistico, ma non sempre il tutto si mantiene compatto.
Pur nel suo essere irrisolto, quello di Piotr Giedrowicz è comunque uno dei debutti più interessanti avvenuti negli ultimi anni in Polonia: il suo merito principale è stato quello di riempire uno spazio vuoto e scomodo da riempire e di averlo fatto con coraggio e sprazzi di talento. Non sono poche le pagine di Bessa~Lala che restano nella memoria, ma vorrei citare in chiusura proprio l’incipit un po’ bukowskiano, al tempo stesso buffo e terribilmente disperato come una canzone di Piero Ciampi, che senza troppi convenevoli annuncia che la lettura non sarà rilassante: “Hubert pisciò sull’uscio dell’appartamento del grande amore della sua vita. Lo fece con le sue ultime forze. Albeggiava, e la notte che se ne stava andando gli era costata molte emozioni e molte energie. Adesso osservava senza nessuna emozione il rivolo di urina che colava tra la paglia dello zerbino. Un attimo prima aveva inciso con la chiave sulla porta una scritta storta: ‘Sei una puttana’. Ansimava. Il cervello di Hubert, artista ed eterno ramingo sulla trentina, prese atto della mancanza di senso di tutta la situazione”.

 
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