K. Grochola, Mai più in vita mia!, traduzione di B. Delfino, Barbera Editore, Siena 2006
(Recensione di Leonardo Masi)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 46-47
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Alla sua apparizione in Polonia, nel 2001, Nigdy w życiu! conobbe uno straordinario successo di vendite, amplificato anche da una trasposizione cinematografica con protagonista l’ottima Danuta Stenka. Era più o meno il periodo delle Bridget Jones e di Sex and the city, delle donne che facevano valere la propria ironia e intelligenza contrapponendosi ai modelli femminili propagati (fino ad allora) dai mass-media. La scrittrice non era al suo primo romanzo quando scrisse Mai più in vita mia!: oltre ad aver lavorato come correttrice di bozze, attrice, consulente di un’agenzia matrimoniale, aveva conosciuto un buon successo come autrice di sceneggiature per la televisione e per la radio. In questo suo fortunato romanzo (di cui in questi giorni è apparso in Polonia il sequel) Katarzyna Grochola presenta un suo alter-ego, Judyta, trentasettene redattrice che il marito ha appena lasciato per una donna più giovane. Dopo il divorzio Judyta si costruisce una casa in campagna nei pressi di Varsavia e va a viverci con la figlia adolescente, continuando nel frattempo a lavorare per una rivista femminile. La narrazione è intervallata dalle risposte di Judyta alle lettere delle lettrici e di un malcapitato e misterioso Lettore Azzurro, sul quale la donna sfoga il suo momentaneo odio per il genere maschile.
Non succede molto nel corso delle duecentotrentatré pagine di Mai più in vita mia!. Vediamo la protagonista con l’amica Justyna in vacanza in una beauty farm e poi a Cipro. Proprio sull’isola Judyta conosce un uomo d’affari polacco ed ha con lui una breve storia, interrotta nel momento in cui questi viene arrestato (lei apprende dai giornali non solo che il suo Hieronim è un gangster, ma che addirittura ha moglie e figli!). Ma anche per Judyta arriverà alla fine un amore felice, Adam, che si rivela essere niente meno che il Lettore Azzurro.
La narrazione viene svolta in una forma simile a quella di un diario, anche se a dividere i vari episodi non c’è la scansione temporale dei giorni, ma una divisione in capitoli i cui titoli sembrano didascalie scritte sotto alle fotografie di un album: “Mi lecco le ferite”, “Gli ex mariti non sono mai fotogenici”, “Sarò una donna elegante”, e così via. La Grochola, più che a una trama, si affida ad una serie di situazioni e considerazioni. Ne risulta una narrazione tutt’altro che avvincente e quello che nelle intenzioni dell’autrice doveva forse essere il colpo di scena finale (l’odiato Lettore Azzuro e l’amato Adam sono la stessa persona) si lascia in realtà indovinare da ben prima della metà del libro. Lo stile della Grochola è spigliato e intriso di raffinata ironia, ma questo alla lunga finisce per annoiare il lettore se non è sorretto da un benché minimo intreccio. Tanto più che a passaggi intelligenti (buono l’episodio della beauty farm) si alternano sentenze di una banalità clamorosa vendute come perle di saggezza, del tipo: “i regali più preziosi non sono quelli che fai spendendo tanti soldi nei negozi, ma quelli pensati con amore” (p. 163). Del tutto assente anche la caratterizzazione dei personaggi: per pagine e pagine leggiamo le parole della protagonista senza riuscire a farci un’idea della sua personalità.
La prolissità della narrazione ha finito purtroppo per spostare la nostra attenzione sulla qualità della traduzione. Essa mantiene lo stile dell’originale, fatto di frasi brevi e pungenti, ma tale aderenza è talvolta forzata e porta la traduttrice a costruzioni che in italiano non reggono, per non dire a palesi errori. Qualche esempio: il vocativo di Judka, “Pani Judko!” viene tradotto “Signora Judko!” (p. 133); “To nie Jung, tylko Erika Jong” viene tradotto “Non è Jung, ma solo Erika Jong” (p. 70), ma qui “tylko” non è usato nel suo primo significato di “solo”, bensì in una connotazione colloquiale avversativa; “w imieniu redakcji” viene tradotto “in nome della redazione” (in svariati punti), mentre in italiano si direbbe “a nome della redazione”. Magari anche qualche congiuntivo in più non avrebbe guastato: “non credo che quando eri giovane hai letto…” (p. 108). Ma se Mai più in vita mia! (anche per il titolo la traduzione Mai e poi mai! sarebbe stata più attinente) risulta un prodotto mediocre anche in italiano, non dobbiamo certo prendercela con la traduttrice.

 
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