N. Lebina, Enciklopedija banal´nostej. Sovetskaja povsednevnost´: kontury, simvoly, znaki, Dmitrij Bulanin, Sankt-Peterburg 2006.
(Recensione di Andrea Lena Corritore)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 83-86
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“Com’era lassù?”, chiede Alex Kerner, il protagonista del film Good bye, Lenin! (regia di Wolfgang Becker, 2003), all’eroe della sua infanzia, il cosmonauta Sigmund Jähn, finito a guidare un taxi nella Germania riunificata. “Lassù era magnifico, ma poi ti prende la nostalgia di casa”, risponde l’uomo.
È la maladie du pays (Heimweh in tedesco), la nostalgia di una casa che è tanto fisica quanto spirituale, e che agisce nello spazio ma anche nel tempo, facendo desiderare di far ritorno all’orizzonte ristretto della propria esperienza, anche quando le seduzioni della terra straniera sembrerebbero trattenere lontano da casa (il fascino di Circe e delle sirene su Ulisse).
Ed è la nostalgia per un mondo familiare definitivamente tramontato, fatto di piccole, insignificanti pratiche quotidiane e di miti grandiosi e reboanti, quello dell’ex Ddr all’indomani della riunificazione tedesca, a spingere il ventunenne Alex, che in questo mondo ha trascorso la sua infanzia, a tentare di ricrearlo, cancellando i cambiamenti del presente, per la madre, risvegliatasi da un coma dopo la caduta del Muro.
Good bye, Lenin! illustra bene il meccanismo di quella che Svetlana Boym definisce nostalgia riflessiva: il desiderio, proprio di chi si trova in esilio o vive in periodi storici di transizione, di ritornare con la memoria a “un corpus comune di punti di riferimento emotivi [...] Una memoria composta sia di simboli ufficiali, sia di molteplici frammenti e schegge del passato” (S. Boym, “Ipocondria del cuore: nostalgia, storia e memoria”, Nostalgia. Saggi sul rimpianto del comunismo, a cura di F. Modrzejewski e M. Sznajderman, Milano 2003, pp. 1-88, qui p. 63). Alex, il protagonista del film, non è un comunista restauratore, incapace di adattarsi alle novità del capitalismo, ma una persona che ha condiviso con i propri concittadini uno spazio comune di esperienza culturale, un insieme di punti di riferimento, contigui alle emozioni del proprio vissuto, e che ora si è visto privato di questa topografia dell’anima e cerca di riprodurla per ritrovarsi in un mondo conosciuto e familiare. È un sentimento comune a coloro che sono nati nei paesi dell’Europa comunista, i quali sono stati proiettati all’improvviso in un mondo privo di quelle coordinate che permettevano loro di orientarsi nella realtà del presente e che facevano da cornice agli eventi della loro vita.
Ed è un sentimento simile, a mio avviso, a costituire la motivazione fondamentale per l’ultimo libro, Enciklopedija banal´nostej. Sovetskaja povsednevnost´: kontury, simvoly, znaki [Enciclopedia delle banalità. Quotidianità sovietica: contorni, simboli, segni], di Natalija Lebina, storica per formazione, collaboratrice assidua della rivista di storia Rodina, autrice di saggi storico-sociologici piuttosto noti in Russia, come: Rabočaja molodež´ Leningrada. Trud i social´nyj oblik. 1921-1925 gg. [La gioventù operaia di Leningrado. Lavoro e aspetto sociale. 1921-1925, 1982]; Prostitucija v Peterburge (40-e gg. XIX – 40-e gg. XX vv.) [La prostituzione a Pietroburgo. 1840-1940, 1994]; Povsednevnaja žizn´ sovetskogo goroda. Normy i anomalii. 1920/1930-e gody [Vita quotidiana della città sovietica. Norme e anomalie. Anni Venti e Trenta del Novecento, 1999]; Obyvatel´ i reformy. Kartiny povsednevnoj žizni gorožan v gody NEPa i chruščevskogo desjatiletija [La borghesia e le riforme. Immagini della vita quotidiana dei cittadini all’epoca della NEP e nel decennio chruščeviano, 2003] e altri.
Il libro, uscito nel 2006 per i tipi dell’editrice Dmitrij Bulanin di Pietroburgo, si presenta come un repertorio di oggetti, fenomeni, pratiche e rituali della vita quotidiana, i cui contorni si inscrivono nella geografia della Russia sovietica di ambito urbano. L’intento dichiarato dell’autrice, che ritrova i presupposti teorici per il suo lavoro nel filone degli studi sul byt e sulla cultura del quotidiano iniziati da V.V. Ivanov, V.N. Toporov, B.A. Uspenskij, D.S. Lichačev e Ju.M. Lotman, è quello di rappresentare lo spazio verbale e visuale del recente passato sovietico, ripercorrendone segni e simboli (nell’accezione proposta da Lotman) legati alla vita quotidiana ordinaria.
Studi di taglio filologico-linguistico sui cosiddetti sovietismi, le parole nate in epoca sovietica e caratterizzate da un particolare “colorito rivoluzionario”, non sono una novità per il panorama scientifico russo e internazionale, basterà citare per tutti il recente Tolkovyj slovar´ jazyka Sovdepii [Dizionario della lingua del Paese dei Soviet] dei pietroburghesi V.M. Mokienko e T.G. Nikitina [Sankt-Peterburg 1998]; essi però generalmente trascurano il contesto sociale in cui si sono originate le parole, e per di più prendono in considerazione solo i realia sovietici, ovvero i termini specificamente legati a quella cultura e indicanti realtà che in essa trovavano origine (in Italia un lodevole tentativo di superare questa tendenza è stato fatto da G.M. Nicolai nel suo Viaggio lessicale nel paese dei soviet. Da Lenin a Gorbačev, Roma 1994). Lebina invece si pone come scopo principale quello di “rispondere alla domanda su quando è nato questo o quel ‘sovietismo’ e di chiarirne il significato storico, antropologico e sociale” (p. 9), ma anche di analizzare come il significato di vocaboli nati in precedenza si trasformi nel contesto della nuova realtà, in maniera da fornire un quadro complesso del paesaggio quotidiano di epoca sovietica nel suo mutare nel tempo (sono i contorni cui si fa menzione nel titolo, la cornice spazio-temporale che fa assumere a un termine, anche di uso comune, un particolare significato culturale). Gli oggetti e i fenomeni della cultura materiale si arricchiscono, nel contesto semiotico, di una segnicità che evidenzia l’atteggiamento psicologico di una data comunità verso di essi: elementi e pratiche del quotidiano costituiscono una sorta di codice che esprime le condizioni sociali, le convenzioni estetiche e i principi etici di una società. La struttura mentale e i codici di comportamento delle persone sono determinati in gran parte dalla quotidianità e, d’altro canto, questa stessa quotidianità è espressione dello status politico e sociale di una comunità culturale. È il mondo materiale della vita di tutti i giorni a riempire e a dare senso allo spazio storico (p. 13).
I circa 350 lemmi che compongono l’enciclopedia sono frutto di uno spoglio effettuato su dizionari ed enciclopedie di vario genere, ma soprattutto provengono dall’analisi di opere scientifiche e pubblicistiche, documenti di organi statali e di partito, stampa periodica, dati statistici, memorie, diari, lettere. Tutti però fanno parte dell’orizzonte esperienziale dell’autrice stessa, la quale, sulla scia di quanto anche sostiene il filosofo e linguista V.P. Rudnev (Enciklopedičeskij slovar´ kul´tury XX veka. Ključevye ponjatija i teksty, Moskva 2003, p. 5), ritiene che i termini e le locuzioni inseriti nel dizionario debbano essere immediatamente comprensibili per l’autore e interessanti dal suo punto di vista personale (p. 16), con ciò stesso definendo la sua fisionomia di soggetto attante implicato nella costituzione di un paradigma culturale. Lebina allinea sugli scaffali del suo panopticum i frammenti verbali e visivi della sua personale realtà quotidiana; come un antiquario, ci lascia liberi di aggirarci nei meandri della sua bottega, scegliendo il percorso che più ci aggrada, coinvolgendoci con la malia della sua nostalgia, ironica e appassionata a un tempo.
A ogni lemma è dedicato un saggio di varia lunghezza, in cui si spiega quando è sorto quel termine (nel caso di un realia sovietico), o si delimitano i contorni spazio-temporali in cui esso ha assunto una particolare connotazione segnica o simbolica nelle condizioni del socialismo realizzato (nel caso di termini generici come banja, boroda, brjuki, deti, elka, farfor, galstuk, ikony, reklama...). All’illustrazione del significato contribuiscono le citazioni dirette di testi culturali che riportano il termine, siano essi verbali (e non si fa differenza fra opere con valore letterario e documenti che ne sono privi) o visuali: il volume è corredato di numerose immagini (fotografie, disegni, opere d’arte, scene di film) che concorrono, insieme al testo scritto, a definire il senso dei segni e dei simboli presentati. Alla fine di ogni voce si suggerisce una bibliografia essenziale di studi o repertori che trattano più specificamente quel determinato oggetto o fenomeno, di modo che la consultazione dell’Enciklopedija possa costituire un primo passo per ricerche future più approfondite.
Gli ambiti di pertinenza dei lemmi sono principalmente quelli legati alla sfera familiare e sessuale (abort, brak, deti, kontracepcija, krasnaja svad´ba, seks, razvod, zvezdiny...); alla casa, intesa come ambiente domestico (abažur, cholodil´nik, divan-krovat´...), e ai principi di organizzazione dello spazio abitativo (chruščevka, kommunalka, uplotnenie, ŽAKT, žiliščnyj peredel, žilkooperacija, ŽSK, ŽEK...); all’alimentazione (alcune voci sono dedicate alle modalità di rifornimento del cibo: narpit, obščepit, pivnaja e così via; altre a pietanze particolari: čipsy, cyplenok tabaka, kitovaja kolbasa, koka-kola, šampanskoe...); all’abbigliamento e alla cura del corpo (banja, bezrazmernyj, bikini, brodvejka, brjuki, čulki, džinsy, mannaja kaša, mini-jubka, načes, pižama, sintetika, tapočki domašnie...); al tempo libero (igral´nye karty, molodežnoe kafe, tancy, večera “dlja tech, komu za 30”...). Alcune voci riguardano le forme tradizionali di comportamento deviante nelle specifiche condizioni della società sovietica (chuliganstvo, narkomanija, prostitucija...) o i fenomeni marcati dal discorso dominante come deviazione dalla norma (bič, izliški, jazva, gomoseksualizm, stiljaga...). Un certo numero di lemmi, infine, attiene alla sfera della morte e dei rituali a essa collegati (krematorij, samoubijstvo, smert´...).
Nella sua introduzione Lebina propone inoltre una classificazione dei lemmi in base alla loro marcatura semiotica (pp. 17-18): oggetti con valore segnico o simbolico (buržujka, “spidola”...); istituti e organizzazioni sociali preposti alla regolamentazione della vita quotidiana (dvorec brakosočetanij, sberkassa...); categorie e ruoli sociali che riflettono i tratti specifici della quotidianità sovietica o sono investiti del compito di regolamentarla (besprizorniki, tunejadec, valjutčik, upravdom...); fenomeni reali o presunti della quotidianità sovietica marcati dal potere politico (blat, davidsonovščina, onepivanie...); documenti che regolano la struttura della quotidianità e ne fissano le norme (pasport, talony...); eventi della vita quotidiana (denežnye reformy, komsomol´skaja pascha, komsomol´skoe roždestvo...); concetti comuni che, nel contesto della quotidianità sovietica, acquistano un particolare valore segnico (dača, kommuna...).
Uno dei meriti principali dell’autrice è quello di avere coniugato il rigore scientifico a una ironia lieve e a un gusto per la narrazione che permettono di leggere il libro come fosse una raccolta di racconti. Si è spinti involontariamente a sorridere quando si apprende che, nella frenesia di automatizzare ogni aspetto della vita quotidiana, negli anni ‘60, vennero piazzati per le vie di Mosca dei polverizzatori automatici di profumo che spruzzavano sul viso di chi lo desiderava acqua di colonia in tre profumazioni (“avtomat”, pp. 35-36), o che nello stesso periodo, per disposizione del Presidium del Consiglio Centrale dei Sindacati, si introdusse nelle fabbriche la pratica dei “cinque minuti di vitalità”, per cui nel 1966 circa 11 milioni di operai, intorno alle 11 del mattino, erano sollecitati dalla voce pimpante di uno speaker radiofonico a saltellare all’unisono nei rispettivi posti di lavoro (“proizvodstvennaja gimnastika”, pp. 292-293, fig. 58), o ancora che, al mutarsi del discorso culturale avvenuto alla fine degli anni ‘50, i distinti signori, che fino ad allora avevano passeggiato indisturbati con i loro pigiami a righe durante i periodi di riposo trascorsi nei sanatori, nel 1956 vennero tacciati dalla rivista Rabotnica di passatismo staliniano, mentre il film Tri pljus dva (regia di G. Oganesjan, 1963) contrapponeva a loro i più disinibiti e attraenti dikari (“dikar´”, pp. 126-128, fig. 90; “pižama”, pp. 285-286, fig. 53).
Le osservazioni conclusive di Natalija Lebina a proposito dei retaggi culturali, ma con segnicità diversa (quando non opposta), dell’epoca prerivoluzionaria nei discorsi dominanti lungo l’arco dell’epoca sovietica (al di là dei segni e dei simboli specifici) e dei lasciti di quest’ultima nella cultura contemporanea (pp. 26-28), oltre ad allargare la nostra comprensione del presente e del recente passato della Russia, contribuiscono alla definizione di una sensibilità nostalgica off-modern (né pre- né postmoderna), per cui la temporalità è intesa non come progresso teleologico, bensì come sovrapposizione o coesistenza di tempi eterogenei (si veda S. Boym, “Ipocondria”, op. cit., pp. 35-37). I vari elementi della “tela discreta” (p. 26) in cui Lebina ha tradotto la quotidianità sovietica non costituirebbero solamente i suoi momenti memorabili, ma potrebbero contenere i germi del futuro. Fenomeni quali la soc-art o il postmodernismo letterario in Russia sembrerebbero confermarlo.

 
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